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PMI Dome

Intervista di Franco Carlini a Lucio Stanca: ancora cinque anni per il MIT

Con o senza di me, questo il pensiero del ministro, che - al di là della propria presenza - spiega perché almeno altri cinque anni di MIT sono necessari per l'innovazione italiana.
Redazione PMI-dome | 17 marzo 2006

E' apparsa sul mensile Vision l'intervista realizzata da Franco Carlini al ministro Lucio Stanca, preceduto da un commento di Giovanni Montemartini che racconta come il "Mister 'I' che avrebbe traghettato l'Italia verso l’era dell'internet" abbia iniziato la propria opera da ministro secondo una strategia "di applicare alla 'azienda Italia'  le capacità manageriali di chi, per anni, aveva occupato i massimi vertici di un'azienda come l'Ibm, che proprio sull'internet aveva basato il suo rilancio su scala mondiale. Così, uno dei più quotati dirigenti dell'informatica europea si è trovato catapultato nel marasma conflittuale della politica in una stagione tra le più controverse della storia repubblicana.".

Difficile secondo Montemartini il ruolo di un ministro che, "senza un portafoglio adeguato di risorse, collocato presso la Presidenza del consiglio e dotato di potere d'indirizzo solo sull'ex Autorità per l'informatica nella pubblica amministrazione (oggi Cnipa), sì è trovato a operare più come comparsa che come vero e proprio attore, impotente nei confronti di settori cruciali per la modernizzazione, come l'industria, la sanità, la giustizia, l'istruzione o l'interno che nel frattempo macinavano miliardi di euro, facendo registrare progressi assai modesti in termini di innovazione tecnologica.".

Ma ecco l'intervista a un manager e un ministro che crede che, con lui o senza di lui, occorre proseguire in quello che ha iniziato, pur tra luci ed ombre, progetti ambiziosi avviati e risultati non sempre adeguati alle aspettative.
"Insomma, - conclude Montemartini - un uomo tipicamente Ibm. Che forse rimpiangeremo.".

Ecco di seguito l'intervista di Franco Carlini.
E.P.

L'hanno creato su misura per lui. Anzi, si può dire che se non ci fosse stato Stanca, con il suo passato e la sua personalità, a Berlusconi non sarebbe nemmeno venuto in mente di inventare il ministero dell'Innovazione e della Tecnologia. Una creatura che, a meno di un mese dalle elezioni, il ministro difende a spada tratta. Di Mit, di una struttura pensata per unificare le politiche tecnologiche del Governo e dare all'Italia un impulso di evangelizzazione sul fronte dell'bi tech, il Paese ha ancora bisogno, secondo l'ex manager di Ibm. Con lui o senza di lui.

D.: E' soddisfatto dei suoi cinque anni da ministro dell'Innovazione? Lasciando da parte i numeri, che tutti abbiamo potuto leggere nell'opuscolo che il Presidente del consiglio ci ha inviato a casa, parliamone da un punto di vista generale.
Stanca - Penso che il fattore cruciale di qualsiasi politica dell'innovazione sia la collaborazione con altri soggetti e istituzioni: l'innovazione non la fai per decreto, bisogna condividere le decisioni, concordarle, nel rispetto dei differenti ruoli. Una valutazione seria deve partire da qui. E credo che all'interno del mondo pubblico abbiamo fatto un buon lavoro: con ministeri, Regioni, Province e Comuni, siamo riusciti a creare una e-governance. Non senza un pizzico di autocritica direi che ora lo sforzo e quello di esportare questo spirito al di fiori dei confini della pubblica amministrazione: università,
banche, finanza, società civile.

D.: Se l'inerzia è stata rotta e se la macchina può andare avanti da sola, pensa che ci sia ancora bisogno di un ministero dell'Innovazione?
Stanca - Sarebbe un errore drammatico sciogliere questo ministero e riportare l'e-Government sotto l'ala della Funzione pubblica. Sarebbe il contrario di ciò che hanno fatto le aziende: quando l'Ict è diventato strategico lo hanno messo sotto la direzione generale perché il cambiamento va anche spinto, forzato attraverso la leva tecnologica.

D.: I sostenitori dell’accorpamento fanno notare però che questo passaggio consentirebbe a un governo di intrecciare la riforma organizzativa della Pa, che è patrimonio della Funzione pubblica, con quella tecnologica.
Stanca - D'accordo, ma resta da vedere quale l'assetto migliore per produrre un simile
intreccio. In questa legislatura, con i vari interlocutori alla Funzione pubblica ho cercato di lavorare in un'ottica di complementarità e con uno spirito dialettico. E credo che il nuovo si crei proprio in questo rapporto in cui si scontrano due valori e due visioni diverse, senza che una sia asservita all'altra. Riportare I'e-govemment sotto il dipartimento della Funzione pubblica rischierebbe di farlo diventare di nuovo
un fatto tecnico e non strategico. [...]

D.: Lei afferma di essere contento di quanto fatto all'interno della pubblica amministrazione. Meno dei risultati sul fronte Imprese. In questo ambito che cosa resta ancora da fare e quale può essere il ruolo dello Stato?
Stanca - Il livello dì innovazione tecnologica e digitale è ancora insufficiente, sia a livello di singole imprese, sia di aggregazioni di aziende e di distretti. Gli strumenti sono quelli: finanziamento, incentivi, defiscalizzazione. Ma oltre alla leva finanziaria e fiscale bisogna lavorare su quella culturale. È inutile dare degli incentivi se l'imprenditore non capisce perché deve fare innovazione e quali vantaggi gli derivano dall'aggiornamento tecnologico. È per questa ragione che alcune iniziative come il Fondo di garanzia - grazie al quale un piccolo imprenditore può chiedere a una banca un prestito garantito dallo stato sull'innovazione tecnologica - non stanno marciando come speravamo inizialmente.
Abbiamo messo a punto un bando che offre circa 10 milioni di euro alle associazioni di agricoltura, commercio, artigianato e industria per presentare progetti co-finanziati per l'acculturamento e la formazione tecnologica degli imprenditori. [...]

D.: Il fronte dell'innovazione non sta solo nell'aggiornamento dell'industria in generale. Passa anche per la creazione di un settore hi-tech italiano. Come può agire un governo su questo fronte?
Stanca - Per esempio lavorando perché si crei una finanza dell'innovazione. Siamo ai nastri di partenza del Fondo dei fondi. Si tratta di 100 milioni con lo scopo di aiutare il venture capital a finanziare l'industria hi-tech. In Italia il venture capital è molto scarso, mentre sappiamo che è necessario, perché ogni fase di evoluzione industriale ha avuto i suoi capitali. [.. .]
Con questi 100 milioni noi diciamo ai capitalisti: fateci vedere il vostro piano e diventiamo partner al 50 per cento. Se l'investimento non dà frutti, dividiamo le perdite. Se l'azienda sboccia, lo stato vuole indietro solo il capitale iniziale e gli interessi. In questo modo pensiamo di ridurre molto il fischio di investimento.
Inoltre, il costo dell'istruttoria, vale a dire l'analisi che serve a capire il valore economico di un'idea, che è uno dei fattori inibitori del venture capital locale, è a carico del partner pubblico. Questo elemento lo abbiamo ripreso da Israele. [...]

D.: Assunto che lei ritiene fondamentale avere un ministero dedicato all'innovazione, sulla base della sua esperienza è meglio agire come un'agenzia di consulenza o avere i soldi per poter erogare finanziamenti?
Stanca - lo dico che i vari ministeri devono avere i fondi, altrimenti si deresponsabilizzano e si crea una burocrazia enorme. Ogni ministero deve essere responsabile nel creare l'innovazione al proprio interno. Al Mit devono spettare fondi aggiuntivi per erogare finanziamenti caratterizzati da un alto grado di strategicità e di livello di innovazione o per gestire progetti cross, come il Sistema Pubblico di Connettività (Spc).

D.: Cultura da una parte, possibilità di accesso dall'altra. Cosa può fare lo Stato da questo punto di vista?
Stanca - Abbiamo fatto dei progressi con il sorpasso delle connessioni broadband su quelle dial-up. Ora abbiamo l’86 per cento della popolazione servita. Dal momento che il mercato è liberalizzato noi possiamo solo creare gli incentivi per una copertura totale, ma non possiamo ottenerla immediatamente.

D.: Tanto per fare ancora un volta la parte dello statalista: ma allora non sarebbe il caso di stabilire che questo è un servizio universale e che l'operatore dominante deve garantire?
Stanca - Le rispondo che non si può chiudere la stalla quando i buoi sono scappati.
Probabilmente, a posteriori, avremmo dovuto fare un tipo di discorso diverso: tenere le reti pubbliche e darle agli operatori privati solo per servizi di contenuti. […]
Ora possiamo incentivare la domanda pubblica, e sul fronte privato possiamo dare incentivi agli operatori  per andare in quelle zone, quasi a rimborsare i maggior costi di un servizio universale.

D.: Copertura universale, d'accordo. Questo è il minimo necessario per un Paese moderno. Ma qual è il fronte su cui si deve concentrare la politica dell'innovazione del prossimo governo?
Stanca - Dobbiamo risolvere il prima possibile il problema dell'accesso, perché abbiamo bisogno di concentrarci al più presto su quello che sta avvenendo nell'industria, dove la connettività è già data per scontata. [...]
Oggi che abbiamo le autostrade il valore sta nei contenuti. L'oro è lì. Non a caso recentemente The Economist ha dedicato una copertina a quello che chiama king content. Finora abbiamo trasportato contenuti vecchi, ma sulla rete oggi ci sono produzioni create appositamente per il medium. L'Italia come infrastrutture non sta male. [...]
Ma siamo ancora carenti sui contenuti digitali. In questo fronte, per recuperare terreno, dobbiamo giocare sull'appealing dello stile di vita italiano e superare l'handicap della lingua. Dobbiamo essere in grado dì sfruttare digitalmente il nostro patrimonio perché il valore dominante dell'industria è oggi nel contenuto.

D.: Questo significa che in un suo eventuale secondo mandato lei lavorerebbe di più con il ministero dei Beni culturali?
Stanca - Esatto. Dobbiamo aiutare l'industria italiana a popolare la rete di contenuti italiani. E il turismo è il primo fronte che mi viene in mente. La prima promozione di un Paese ormai la si fa sulla rete: prima di viaggiare la gente si informa su internet.
Quando sui bus di Roma leggi www.mexico.mxt ti rendi conto che la rivoluzione dei contenuti è già arrivata. La stessa pubblicità non ti fa più vedere il sole, la spiaggia, il sombrero, ma ti indirizza laddove il sole, la spiaggia, il sombrero li potrai vedere e capire al meglio, cioè sulla rete. [...]

D.: E su questo siamo ancora drammaticamente indietro. Basta dare un'occhiata al sito del Comune di Roma e paragonarlo, per esempio, con quello di Stoccolma.
Stanca - Anche in questo caso il problema è più culturale che tecnico. E allora, vede, torna anche qui centrale il ruolo di un ministro dell'Innovazione. Che deve andare dagli altri ministri a proporre e stimolare. Per questo l'Italia ha ancora bisogno di questa figura. Anche solo per altri 5 anni, ma ne ha bisogno.

D.: E quando non ne avremo più bisogno?
Stanca - Quando in Parlamento il 50 per cento dei deputati e dei senatori avranno il Pc per prendere appunti e lavorare.

franco.carlini|at|visionblog.it
Intervista pubblicata pubblicatadal mensile Vision, uno dei principali periodici di cultura e informazione sull'innovazione tecnologica digitale (distribuito in allegato al quotidiano "Finanza&Mercati"), diretto dal prof. Franco Carlini, fisico, già notista del "Corriere della Sera", ed ora commentatore de "Il Manifesto".


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