Le discussioni e le polemiche politiche di queste settimane sul disegno di legge Gentiloni hanno contribuito a confondere ancor più le idee a chi non abbia, su questi temi, una posizione preconcetta.
A
una prima lettura del testo, le grandi questioni che emergono
riguardano soprattutto alcuni aspetti: sviluppare il digitale
(terrestre) in Italia è una prospettiva positiva, da perseguire con
slancio per favorire una rapida transizione, o una punizione verso i
broadcaster analogici, per scontare il loro essere dominanti attraverso
quello che Franco Debenedetti definisce “il trasferimento forzoso” di
due reti sul digitale? (1) Le risorse realmente scarse
sono le frequenze o i contenuti? Le norme asimmetriche in capo a
Telecom Italia favoriscono l’ingresso di nuovi soggetti e la
concorrenza tra piattaforme o avvantaggiano un solo operatore lineare,
magari a pagamento?
Più
che entrare nel merito di queste questioni, certamente centrali, ma che
temo non consentano di trovare un terreno comune di confronto,
preferisco qui concentrarmi su un paio di punti che non emergono dalla
lettura del disegno di legge e la cui assenza a mio avviso rappresenta
proprio il buco nero dell’intervento del governo in materia.
Il caso Sky
Verso la fine dell’estate è esploso il caso Telecom Italia-Sky.
L’ipotesi che il primo operatore di telecomunicazioni italiano potesse
ridefinire la sua strategia e la sua natura (la media company)
attraverso un accordo con un operatore di Tv a pagamento sarebbe
sembrata del tutto folle al lettore del disegno di legge Gentiloni.
Eppure, ha provocato molti mal di pancia, la richiesta, mai smentita da
parte del governo, che la società rimanesse nelle mani della Telecom e
via via tutta una serie di conseguenze che sono ormai sotto gli occhi
di tutti. Così, sotto gli ombrelloni, molti di noi si sono accorti
della presenza di un terzo attore televisivo e dell’importanza di Sky nel contesto italiano.
In
verità, questa presenza è stata per molto tempo taciuta e sottovalutata
proprio perché ingombrante e in contraddizione con il politically correct dell’arretratezza e staticità del duopolio. Ebbene, già lo scorso anno Sky Italia fatturava quasi il 25 per cento delle risorse televisive nazionali, cresceva a un ritmo del 15 per cento annuo
e soprattutto in un settore, dove era e rimane monopolista, quello
dell’offerta a pagamento, con tassi tre-quattro volte superiori alla
pubblicità, per non parlare del canone, bloccato ormai da anni, terreni
tradizionalmente di conquista di Mediaset e Rai. A questi ritmi, Sky
raggiungerà e supererà i cosiddetti duopolisti entro tre anni.
Insomma,
negli ultimi tempi, la situazione è radicalmente cambiata, e quello che
per oltre venti anni ha rappresentato una sorta di rendita del duopolio
(90 per cento delle risorse del sistema), è ora diventato un mercato a
tre, dove il terzo cresce più dei primi due. Ma senza che ciò produca
la necessaria riflessione critica e se ne traggano, sul piano
normativo, le dovute conseguenze, confondendo in questo caso, come ricorda Franco Debenedetti, le problematiche politiche del conflitto d’interessi mai risolto, con quelle del mercato televisivo.
Italiani innovativi
L’altro
nodo centrale che non si coglie nel disegno di legge Gentiloni è
relativo al fatto che l’Italia, sempre negli ultimi anni, sia stato uno
dei mercati più dinamici e innovativi esistenti in Europa. Siamo stati i primi a offrire la tv digitale via satellite (Telepiù) e
Dal
testo del disegno di legge Gentiloni che cosa si ricava invece? Che in
Italia esiste un duopolio, che il duopolio per oltre quindici anni ha
impedito ad altri soggetti di crescere, anche perché
non è stato mai soggetto alle necessarie limitazioni in favore del
pluralismo. E che questa situazione dipende in massima parte dalle
distorsioni presenti nel mercato pubblicitario (che è
quello che cresce meno). Ne consegue che il meccanismo più corretto è
definire un limite ex ante delle risorse pubblicitarie che vale solo
per uno dei mercati in questione, quello pubblicitario appunto. Nel
definire tale limite, e gli obblighi che da ciò
deriveranno per l’operatore dominante, si aprirà il mercato e ci si
avvicinerà di più all’Europa, rispondendo alle richieste che proprio da
quella sede provengono.
Il nostro avvertito lettore a questo punto comincerà a porsi giustamente alcune domande:
perché la distorsione del mercato e la minaccia al pluralismo dipendono
solo dalla pubblicità televisiva, che è quella che cresce meno? Perché
deve esistere un limite (45 per cento) solo per un settore specifico
del mercato della comunicazione (l’ex Sic) e dunque in sostanza per un
unico operatore? Perché per avvicinarci all’Europa dobbiamo inventarci
un limite ex ante che non esiste in alcuna normativa europea, tanto è
vero che in Francia e nel Regno Unito questo limite viene
abbondantemente superato dal principale operatore (Tf1 e Itv1)?
Rispondere a questi interrogativi, portando alla luce le ragioni di alcune sottovalutazioni o “rumorosi silenzi”, aiuterebbe tutti noi a meglio capire la ratio vera che sta alla base del disegno di legge, favorendo un dibattito sereno e meditato (il disegno non è ancora legge e può essere modificato in meglio), evitando contrapposizioni ideologiche e toni talvolta eccessivi da scontro di civiltà.
Augusto Preta, tratto da www.lavoce.info
(1) Il Sole24Ore, 31 ottobre.