Come anticipato dal titolo, oggi è la volta di Marco Loguercio, CEO di SEMS, che ringraziamo per aver accolto la nostra richiesta.
1)
Da anni sentiamo parlare dell’anno buono per l’interactive advertising,
di cui internet dovrebbe essere la punta di diamante. Il 2006 lo è
stato? Lo sarà forse il 2007? Quali sono i criteri per cui possiamo
dire che veramente il web advertising non sia più la cenerentola di
promozione e pubblicità in Italia?
Effettivamente è la
classica domanda di fine anno. Se guardiamo ai boom che altre nazioni,
anche a noi vicine, hanno avuto in questi anni, direi proprio di no; se
però consideriamo la particolarità del sistema Italia e tutte le
problematiche che circolano attorno al web nel nostro paese, direi che
è stato comunque fatto un altro importante passo avanti. Il 2007 sarà
un altro anno importante, segnato (così sembra, dalle previsioni) da
incrementi positivi negli investimenti online, ma non sarà ancora
l'anno della definitiva consacrazione. Per quello siamo ancora lontani,
e c'è molto su cui lavorare (in primis noi addetti ai lavori). Quale il
criterio per capire se il web adv non è più la cenerentola tra le
pubblicità? Un primo indicatore potrebbe essere l'interlocutore che si
occupa del web in azienda. Finchè a seguire l'online in azienda saranno
prevalentemente figure junior o persone che seguono il web assieme a
tante (troppe) altre cose, non potremo certo dire che il web sia per
loro strategico. Quando invece a muoversi per il web sono persone del
cosiddetto "C-level", allora il discorso cambia.
2) A
prescindere dalla percentuale del budget annuale che le grandi aziende
italiane (case automobilistiche e banche, per citare due soli settori)
dedicano al web advertising, quali sono secondo te le direttrici più
utilizzate attualmente (concorsi, advergame, brand con banner in
general rotation, dem etc)? E quali pensi che siano invece gli
strumenti che non vengono sfruttati adeguatamente?
A
trainare in Italia è il search marketing, e questo non lo dico solo
perchè opero in questo campo, lo dicono i numeri e l'interesse attorno
a questo mondo. Vedo però un crescente interesse attorno a tutte quelle
forme di promozione performance based, affiliation marketing in primis,
cosa che sta facendo storcere un po' di nasi tra gli addetti ai lavori.
Non saprei rispondere su quali strumenti non siano sfruttati
adeguatamente, dipende sembre da quali sono gli obiettivi che si
vogliono perseguire. Ecco, forse l'attuale limite che le aziende
italiane hanno è quello di non voler osare online, cosa che alla fine
porta ad utilizzare sempre i soliti strumenti per fare sempre le solite
cose (non che questo sia un male, per carità, ma se si vuole evolvere
occorre anche osare, provare cose nuove).
3) Si è
sempre detto che il web aveva ed ha delle barriere di ingresso – per
gli advertisier – molto più basse rspetto ai media tradizionali
(soprattutto mass media come TV e radio nazionali) e che questo sarebbe
stato un vantaggio per una società di microimprese come l’Italia. Di
fatto, pare che non ci sia stata questa ”corsa al web” da parte delle
PMI e soprattutto delle microimprese e delle imprese familiari. Secondo
te quali sono i motivi di questo parziale insuccesso che ha seguito lo
sboom del 2000?
Le PMI italiane hanno ancora la
tendenza a stare nella cosiddetta "zona di comfort", preferendo
attività tradizionali che (più o meno) sanno che funzionano, a quelle
online, che richiederebbero anche una fase di apprendimento delle
potenzialità offerte dal Web.
Va detto che spesso hanno reticenza
ad affrontare seriamente il discorso web perchè non trovano un partner
serio che li affianchi, che li guidi per mano offrendo loro un
approccio graduale ma sensato e, soprattutto, che le supporti nel
capire quale impatto potrebbe avere in Web nei processi aziendali.
Lato
azienda, molte hanno esasperato il concetto della "barriera d'ingresso
bassa" al web; mi sono trovato di fronte, in questi anni, ad aziende
con un budget web annuale nell'ordine delle centinaia di euro...
Non
mancano comunque i casi di eccellenza anche tra le piccole e medie
imprese; quello che manca è il modo di far circolare efficacemente
questi casi di successo, per sbloccare anche le altre aziende. Diamo
tempo al tempo, anche se temo che in molti casi occorrerà aspettare il
ricambio generazionale ai vertici di molte di queste PMI; tutto tempo
prezioso che, purtroppo, viene perso.
4) Una volta che
le grandi aziende dedicheranno non solo più soldi, ma anche più energie
per il web advertising, non prevedi che le piccole aziende si vedranno
nuovamente (come prima del 2000) occupati tutti gli spazi pubblicitari?
Se anche la FIAT fa il pay per click, quale potrà essere il vero
vantaggio competitivo del sito di un concessionario di auto usate di
provincia?
Questo già sta accadendo in alcuni
settori, ad esempio quello del turismo. Parlando con alcuni amici
albergatori, ad esempio, si lamentano del fatto che il promuovere la
loro struttura attraverso i link sponsorizzati stia diventando per loro
antieconomico, non potendo competere con i budget dei vari big player.
E questo è ancora più sentito quando la promozione è rivolta verso
mercati esteri. Le possibilità non mancano, occorre conoscerle, capirne
le pecualiarità, capire come sfruttarne le opportunità. Ricollegandomi
a quanto scritto prima, per queste realtà diventerà fondamentale il
supporto di consulenti o agenzie specializzate per trovare la maniera
più produttiva ed efficace per promuoversi online; in un'epoca in cui è
proprio il tempo una delle risorse che scarseggia, non ce li vedo (per
quanto comunque io ne conosca) gli imprenditori a passare le notti a
scoprire come funziona l'advertising geolocalizzato o il mobile search,
con tutto quello che hanno da fare.
Quanto all'esempio di Fiat e dei
concessionari locali, penso che in un futuro prossimo si arriverà ad un
coordinamento delle attività online tra le case madri ed i principali
operatori sul territorio, proprio per evitare che ci si intralci a
vicenda. Negli States qualcosa del genere sta già prendendo piede.
5)
Non credi che l’idea di “perfetta misurabilità” del web adv abbia
portato, come conseguenza principe, il fatto che dal web si chiede
ancora solo direct response (anche un semplice lead a una newsletter
che non leggerà mai nessuno) a discapito della dimensione più sana e
comunque “storica” della pubblicità, ovvero il branding, dove gli
strumenti di misurazione dell’efficacia di una campagna debbono ancora
passare attraverso ricerche di mercato?
Si, è
accaduto e tutt'ora accade, e molti di noi addetti ai lavori abbiamo la
responsabilità di ciò visto che, in periodi di "magra" degli
investimenti online, abbiamo fatto leva proprio sulla misurabilità del
web per scardinare le reticenze ed i dubbi dei possibili spender.
Certo, fare branding offline è sicuramente più facile (anche se
oneroso!) che farlo online, vista la grande dispersione che
caratterizza il Web; ma ho avuto modo di vedere di recente delle
ricerche di mercato svolte da un'azienda del gruppo di cui ora faccio
parte, e devo dire che sono rimasto sorpreso da alcuni risultati
sull'impatto di campagne online sulla notorietà di un marchio.
6)
Una provocazione: non credi che tanto del gap che ancora divide la
pubblicità offline da quella online sia dovuto ad uno “storico”
intreccio tra commerciali, agenzie media, concessionarie e direttori
marketing (per non dimenticare art director e copywriter) che trovano
nel web un possibile “intralcio” a pratiche di compravendita degli
spazi e di appalti?
Mi viene in mente un aneddoto raccontatomi un paio di anni fa da una persona che lavora in una centrale media italiana: nella "corsa" che internamente si scatena per "accaparrarsi" le fette più consistenti del budget di un cliente, questa persona mi diceva che il responsabile dell'online viene metaforicamente fatto partire 100 metri più distante degli altri e facendogli indossare scarpe con i tacchi a spillo. Oggi sicuramente qualcosa è cambiato, ma in alcune occasioni mi sembra che l'online sia ancora in disparte. Va comunque detto che molte aziende hanno iniziato a ribellarsi a questa situazione, scegliendo di lavorare direttamente con piccoli player specializzati sull'online (in particolare nel search marketing), ma è ancora poco. Siamo sempre nella già citata situazione di comfort, dove si preferisce orientare i budget verso cose già provate, che non comportino rischi (TV in primis).
Jacopo Gonzales
Via MarketingRoutes.com