Ripetere le usuali questioni di principio (non conta il passaporto: conta creare le condizioni perché le attività restino in Italia; pensiamo agli interessi dei consumatori e non a una retorica nazionalistica con pochi contenuti; eccetera) non aiuta molto. Anche se premetto che il passaporto di chi controlla un’impresa non mi ha mai interessato, dobbiamo calare queste considerazioni nella concretezza della situazione.
Servono grandi investimenti
E la situazione è che Telecom Italia
è all’inizio di un progetto di grandi dimensioni e portata strategica
per se stessa e per il paese, ovvero il lancio della rete di "nuovissima generazione" detta Ngn2 (Next generation Network
2). Si tratta di un progetto ambizioso che consentirebbe di aumentare
sensibilmente la portata della rete a banda larga (dai 20 Mega odierni
dichiarati, fino a 100 Megabit/secondo), di ridurre sensibilmente i
guasti, e soprattutto di avere una rete flessibile, capace quindi di
ospitare una serie di innovazioni future, che per oggi possono essere
preventivate solo in termini piuttosto generici, una rete "future proof", nelle aspettative di chi sta mettendo in piedi l’operazione.
Già ora la rilevanza della banda larga per la produttività delle imprese è valutabile. Una recente ricerca (www.thinktel.com) ha mostrato come le nuove tecnologie di connessione (la banda larga) consentano alle imprese guadagni di produttività
notevoli rispetto a chi ha ancora connessioni Adsl e sfrutta quindi
solo una parte delle potenzialità odierne della rete telematica. La
rete di nuovissima generazione moltiplicherebbe le potenzialità
immediate e future in modo sostanziale.
Il problema – uno dei
problemi… – è che il progetto costa, e molto. Le cifre di Telecom
Italia parlano di un investimento oggi valutabile in oltre 6 miliardi di euro,
una somma colossale per chiunque. L’interrogativo è "entro quando"? È
evidente che spalmare questa cifra su dieci anni renderebbe l’impresa
gestibile anche per Telecom Italia, ma significherebbe avere il
servizio, appunto, tra dieci anni. Riuscire a concentrare
l’investimento nei prossimi tre anni significherebbe dotare rapidamente
le imprese italiane di una infrastruttura potente e all’avanguardia, ma
con uno sforzo finanziario che solo una società con azionisti dalle
spalle larghissime potrebbe permettersi.
L’interesse del paese
E qui arriva il nodo della proprietà.
Ora l’azionista di controllo di Telecom Italia ha il fiato grosso, e
pare improbabile che riesca a sobbarcarsi il peso finanziario di
un’operazione di investimento molto accelerata.
È forse meglio per
il paese avere una Telecom Italia italiana, o avere un azionista forte
che sia in grado di condurre in porto i piani di investimento in modo
rapido?
Intanto, non è ovvio che l’unica alternativa sia questa. Da
tempo in Italia si ventila un forte intervento pubblico, se non
addirittura una nazionalizzazione delle reti ora in mano privata. Non è il caso di ribadirne costi e benefici eventuali,
ma certo sarebbe un cambiamento molto pesante del bilanciamento tra
pubblico e privato che questo paese ha cercato di stabilire dagli anni
Novanta a oggi.
Se però restiamo nell’ambito del privato, è evidente
che l’interesse pubblico richiede che gli investimenti siano effettuati
rapidamente, e questo probabilmente richiede un azionista
finanziariamente molto forte. Esiste tale azionista privato in Italia?
Per ora – se esiste – non si è fatto avanti, e questo temo basti.
Sarebbe grave l’arrivo di un azionista straniero? In linea di massima, no: anzi, il fatto che l’Italia resti attraente per investitori esteri
è in sé un’ottima notizia. Ma è evidente che un’impresa ad alta
tecnologia quale Telecom Italia, effettua parecchia ricerca: sarebbe un
peccato per l’industria nazionale se queste attività scomparissero dal
nostro paese. Lo sarebbe per altre industrie, lo sarebbe per il tema
del ritorno dei cervelli, lo sarebbe per l’occupazione perché degli
85mila dipendenti Telecom Italia, circa 5mila sono impegnati nella
ricerca e sviluppo.
Ma la risposta politica non potrà essere
un’altra manfrina quale quella già vista nel caso Autostrade-Abertis,
dove il governo ha fatto di tutto per far fallire (almeno finora)
l’operazione. Anche a partire dal famoso "piano Rovati", oggi è in
corso un dibattito sulla sorte della rete Tlc, e speriamo che non lo si
usi come un coltello alla gola degli investitori. Qualcuno potrebbe
voler dire: o gli investitori in Olimpia sono di gradimento politico,
oppure imponiamo lo scorporo della rete. Se avvenisse, sarebbe
gravissimo, ma purtroppo non senza precedenti.
La risposta a
eventuali preoccupazioni non è erigere barriere alla mobilità dei
capitali, ma creare le condizioni per le quali le attività
economicamente interessanti restino nel paese. E questo significa tra
l’altro investire in formazione e ricerca, affinché le imprese
sappiano che è in Italia che si trovano i tecnici migliori. In un mondo
che corre, e soprattutto in un settore che cambia rapidamente, è sul
miglioramento del paese che si misura la qualità del governo, non sulla
sua capacità di "difendere" posizioni acquisite.
di Carlo Scarpa, tratto dal sito www.lavoce.info