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PMI Dome

La bandiera di Telecom

La vicenda di Telecom Italia e del suo azionista di controllo Olimpia torna in auge. Americani e messicani pronti alla conquista. Ecco cosa sta accadendo concretamente.
di Carlo Scarpa | 03 aprile 2007
La vicenda di Telecom Italia e del suo azionista di controllo Olimpia torna in auge. Dopo un flirt con la spagnola Telefonica, che per il momento non ha condotto a gran che di concreto, ora si affacciano gli americani di At&t e i messicani di America Mòvil. Vogliono (congiuntamente a Pirelli) prendere il controllo di Olimpia e quindi di Telecom Italia, e questo solleva il "solito" dibattito sulla italianità delle imprese.

Ripetere le usuali questioni di principio (non conta il passaporto: conta creare le condizioni perché le attività restino in Italia; pensiamo agli interessi dei consumatori e non a una retorica nazionalistica con pochi contenuti; eccetera) non aiuta molto. Anche se premetto che il passaporto di chi controlla un’impresa non mi ha mai interessato, dobbiamo calare queste considerazioni nella concretezza della situazione.

Servono grandi investimenti

E la situazione è che Telecom Italia è all’inizio di un progetto di grandi dimensioni e portata strategica per se stessa e per il paese, ovvero il lancio della rete di "nuovissima generazione" detta Ngn2 (Next generation Network 2). Si tratta di un progetto ambizioso che consentirebbe di aumentare sensibilmente la portata della rete a banda larga (dai 20 Mega odierni dichiarati, fino a 100 Megabit/secondo), di ridurre sensibilmente i guasti, e soprattutto di avere una rete flessibile, capace quindi di ospitare una serie di innovazioni future, che per oggi possono essere preventivate solo in termini piuttosto generici, una rete "future proof", nelle aspettative di chi sta mettendo in piedi l’operazione.

Già ora la rilevanza della banda larga per la produttività delle imprese è valutabile. Una recente ricerca (www.thinktel.com) ha mostrato come le nuove tecnologie di connessione (la banda larga) consentano alle imprese guadagni di produttività notevoli rispetto a chi ha ancora connessioni Adsl e sfrutta quindi solo una parte delle potenzialità odierne della rete telematica. La rete di nuovissima generazione moltiplicherebbe le potenzialità immediate e future in modo sostanziale.
Il problema – uno dei problemi… – è che il progetto costa, e molto. Le cifre di Telecom Italia parlano di un investimento oggi valutabile in oltre 6 miliardi di euro, una somma colossale per chiunque. L’interrogativo è "entro quando"? È evidente che spalmare questa cifra su dieci anni renderebbe l’impresa gestibile anche per Telecom Italia, ma significherebbe avere il servizio, appunto, tra dieci anni. Riuscire a concentrare l’investimento nei prossimi tre anni significherebbe dotare rapidamente le imprese italiane di una infrastruttura potente e all’avanguardia, ma con uno sforzo finanziario che solo una società con azionisti dalle spalle larghissime potrebbe permettersi.

L’interesse del paese

E qui arriva il nodo della proprietà. Ora l’azionista di controllo di Telecom Italia ha il fiato grosso, e pare improbabile che riesca a sobbarcarsi il peso finanziario di un’operazione di investimento molto accelerata.
È forse meglio per il paese avere una Telecom Italia italiana, o avere un azionista forte che sia in grado di condurre in porto i piani di investimento in modo rapido?
Intanto, non è ovvio che l’unica alternativa sia questa. Da tempo in Italia si ventila un forte intervento pubblico, se non addirittura una nazionalizzazione delle reti ora in mano privata. Non è il caso di ribadirne costi e benefici eventuali, ma certo sarebbe un cambiamento molto pesante del bilanciamento tra pubblico e privato che questo paese ha cercato di stabilire dagli anni Novanta a oggi.
Se però restiamo nell’ambito del privato, è evidente che l’interesse pubblico richiede che gli investimenti siano effettuati rapidamente, e questo probabilmente richiede un azionista finanziariamente molto forte. Esiste tale azionista privato in Italia? Per ora – se esiste – non si è fatto avanti, e questo temo basti.
Sarebbe grave l’arrivo di un azionista straniero? In linea di massima, no: anzi, il fatto che l’Italia resti attraente per investitori esteri è in sé un’ottima notizia. Ma è evidente che un’impresa ad alta tecnologia quale Telecom Italia, effettua parecchia ricerca: sarebbe un peccato per l’industria nazionale se queste attività scomparissero dal nostro paese. Lo sarebbe per altre industrie, lo sarebbe per il tema del ritorno dei cervelli, lo sarebbe per l’occupazione perché degli 85mila dipendenti Telecom Italia, circa 5mila sono impegnati nella ricerca e sviluppo.
Ma la risposta politica non potrà essere un’altra manfrina quale quella già vista nel caso Autostrade-Abertis, dove il governo ha fatto di tutto per far fallire (almeno finora) l’operazione. Anche a partire dal famoso "piano Rovati", oggi è in corso un dibattito sulla sorte della rete Tlc, e speriamo che non lo si usi come un coltello alla gola degli investitori. Qualcuno potrebbe voler dire: o gli investitori in Olimpia sono di gradimento politico, oppure imponiamo lo scorporo della rete. Se avvenisse, sarebbe gravissimo, ma purtroppo non senza precedenti.
La risposta a eventuali preoccupazioni non è erigere barriere alla mobilità dei capitali, ma creare le condizioni per le quali le attività economicamente interessanti restino nel paese. E questo significa tra l’altro investire in formazione e ricerca, affinché le imprese sappiano che è in Italia che si trovano i tecnici migliori. In un mondo che corre, e soprattutto in un settore che cambia rapidamente, è sul miglioramento del paese che si misura la qualità del governo, non sulla sua capacità di "difendere" posizioni acquisite.

di Carlo Scarpa, tratto dal sito www.lavoce.info


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