Se un'azienda subisce una perdita dati, non dovrebbe essere lasciato alla coscienza dell'impresa il rivelarlo o meno ai propri clienti e ai potenziali. La voglia di investire in sicurezza probabilmente ne gioverebbe.
di Stefano Bonacina |
23 aprile 2007
Prendo spunto da un recente sondaggio
condotto nel Regno Unito da Ipsos MORI e che ha mostrato che l'82%
degli intervistati vorrebbero che le aziende che subiscono una
qualsiasi forma di perdita di dati lo dichiarino immediatamente ai
propri clienti.
Recentemente, negli USA e in Gran Bretagna, sono
saliti agli "onori" della cronaca alcuni episodi di enormi perdite dei
dati sensibili o finanziari di clienti o consumatori: è il caso della TJX,
che ha dichiarato di aver subito la sottrazione dei dati relativi alle
carte di credito di 45 milioni dei suoi clienti, della Nationwide, da cui è stato rubato un notebook contenente i dati sensibili di 11 milioni dei suoi clienti.
Non
amo fare un paragone con gli Stati Uniti (perché già tutti lo sanno
fare meglio di me e perché spesso li si prende come ispirazione
soltanto per la maggior facilità di reperire informazioni), ma c'è una
normativa a cui le altre nazioni dovrebbero ispirarsi: in California è
operativo dal 2003 l'SB 1386 (Senate Bill),
che impone a ogni azienda che mantiene informazioni personali dei suoi
clienti di divulgare ogni episodio relativo alla compromissione della
sicurezza dei dati. La norma si è poi diffusa negli ultimi anni in
altri 34 stati dell'unione.
Il motivo è presto detto: i controlli
e le sanzioni per i tentativi di nascondere sotto il tappeto le
violazioni del proprio patrimonio informativo sono un incentivo che
impone alle aziende di intraprendere adeguate misure di sicurezza per
evitare fughe di dati e conseguenze sui propri clienti, sulla propria
immagine, e, per finire, sul proprio business.
Gli strumenti disponibili in Europa, simili al nostro Codice in materia di protezione dei dati personali (e i suoi allegati), sebbene siano completi, non prevedono misure sanzionatorie specifiche per questi casi.
La normativa americana si basa su presupposti a cui è difficile opporre obiezioni:
la
privacy e la sicurezza finanziaria delle persone sono sempre più a
rischio a causa della crescente raccolta di informazioni personali nei
settori sia pubblico che privato;transazioni di carte di
credito, abbonamenti a periodici, numeri di telefono, dati relativi ad
affitti e acquisto di immobili, sondaggi sui consumi, dati di credito,
siti web sono fonti di informazioni personali e costituiscono il
materiale primario per i furti di identità;il furto di identità è uno dei crimini con il tasso di crescita maggiore;il furto di identità è un costo per i consumatori e per il mercato;le vittime dei furti di identità devono agire rapidamente per minimizzare i danni.
Per questo motivo diventa imperativo l'invio di una notifica sul potenziale cattivo uso dei dati personali.
Come
ulteriore incentivo affinché le aziende instaurino adeguate misure di
sicurezza, c'è un altro dato che emerge dal sondaggio inglese: il 53%
degli intervistati ha dichiarato che non usufruirebbe più del servizio
dell'azienda che ha sofferto una violazione.
Solo il 53%? Direi che gli inglesi sono fin troppo buoni.
Stefano Bonacina - http://connexioni.blogspot.com/
Stefano Bonacina è CTO, o anche Direttore Tecnico, di Advanction,
una società che propone soluzioni strategiche nell'ambito della
protezione delle informazioni aziendali, delle architetture avanzate -
Grid computing - e della finanza.
Lavora come Director in Intelligrate,
una società che si occupa di Competitive Intelligence, Text Mining e
Sicurezza.
Al contempo tengo seminari e corsi e collaboro con siti e
pubblicazioni.
Precedentemente (1998-2003) ho lavorato in Fineco SIM e Banca Fineco,
di cui ho diretto i sistemi informativi dal 2000, sono stato IT System
and Project Manager in St Microelectronics dal 1990 al 1998
Sono membro della Society of Competitive Intelligence Professionals e
della Information Systems Security Assosiacion, nonché vicepresidente
della XML Finance Association