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(Grande) Fratello Google e Sorella Privacy

... penso che il vero problema della mia privacy, come di quella di quasi tutti gli esseri umani, sia quello di non conoscerla io stesso. Federico Riva propone una visuale critica e stimolante del problema privacy e suoi usi pubblicitari.
di Federico Riva | 12 giugno 2007
Mi occupo da tanti anni di motori di ricerca (i.e. uso i motori di ricerca da tanti anni) e devo rilevare che sembra ormai morta la possibilità di sentire qualcosa di nuovo in merito agli aspetti essenziali e sostanziali della search; come ogni anno, assieme ai consigli su come non morire per afa se si è anziani o come non rischiare tumori alla pelle se anziani non si è ancora, emerge – su blog più o meno prezzolati e su magazine asettici – il dibattito in merito alla (nostra e vostra, promiscuamente)  privacy.

Premetto che non ho mai tenuto molto alla mia privacy o – come si traduce malamente in italiano – riservatezza; penso che il vero problema della mia privacy, come di quella di quasi tutti gli esseri umani – sia quello di non conoscerla io stesso, di non sapere chi sono, cosa voglio fare e nemmeno che cosa volevo fare da grande (o da trentenne, che non è la stessa cosa); ma diciamo che, per seguire i dogmi semantici della 196/2003, la mia privacy dovrebbe riguardare: quanti soldi ho in banca (e come li ho fatti, ma questo – per la maggior parte degli italiani riguarda direttamente il ministero delle finanze - ), quali sono le mie malattie (anche se la maggior parte della gente non lo sa), quali sono le mie tendenze politiche (diciamo “tensioni”) o quali sono i miei orientamenti sessuali (eterosessuale, omosessuale, sposato, etc.); forse quindi, non valutando granché questi elementi come “indicatori di personalità” e validissime cartine di tornasole della mia federicorivicità, sono uno fra quelli che non si preoccuperebbero di avere le telefonate ascoltate, le mail lette o le cartelle cliniche analizzate; anzi, vorrei una mano per capire “di che cosa si tratta” e sono anche uno fra quelli (penso che ce ne siano, anche se non scrivono spesso) che il problema della privacy legata al web è un finto problema; o meglio: il problema non è che i motori di ricerca sanno troppo su di noi o potrebbero (voler poter) saper troppo su di noi, ma che sanno troppo poco.

Le recenti dichiarazioni del manager che sarà ricordato fra un po’ solo per avere rilasciato un’intervista a Playboy pochi giorni prima della IPO (E. Schmidt), hanno fatto sussultare i soliti “guerrieri della privacy”; Schmidt, cercando di dare finalmente un’idea della strategia della corporation dei BrinBoys, ha dichiarato che il loro attuale “goal” è quello di rispondere alla domanda:

 ‘What shall I do tomorrow?’ and ‘What job shall I take?’

In sostanza, sapere tutto su di noi, anche le cose più intime (a quanto pare Schmidt domani lavorerà…); così come pochi giorni fa era stata lanciata la brillante idea dell’hardcore player targeting, un geniale progetto finalizzato a vendere fucili a pompa a chi gioca a Quake e palline d’acciaio a chi gioca a flipper, oggi Schmidt lancia rilancia il behavioural marketing ad uso dei motori di ricerca (e del web in generale), ma l’unico vero pericolo (non tragico, ad ogni modo) è che – come per il web semantico stiamo ancora “a caro amico”, come dicono a Roma – anche per il behavioural marketing dobbiamo aspettarci solo altre ondate di dichiarazioni, seguite da ondate di sdegno/protesta, periodo di “raffreddamento e poi ancora dichiarazioni e ondate di protesta, senza vedere altro che AdSense che mi propongono risposte sul cielo blu o sulla dolce vita perché la mail che sto leggendo è poco semantica agli occhi del Big (mac) Brother Google.

Io vorrei tanto visualizzare adv che non dico sia “commisurata” alla mia “intimità” (la mia f++++++ privacy), ma per lo meno che non mi si propongano dentiere (è presto) o assorbenti con le ali (è ancora più prematuro…); i marketing tycoon vorrebbero fare nel web ciò che qualsiasi commesso sa fare in un negozietto di periferia, ovverosia non proporre un body rosa a un ciccione che ha bisogno di un cappotto o che qualsiasi oste sa fare da quando ancora non arrivava al bancone: non offrire una cassoeula con cotenne a una ragazza filiforme.

Ma credo poi, coloro che veramente non credono nel marketing comportamentale siano gli stessi pubblicitari, abituati da decenni a badare più all’efficacia (e non tracciabilità) della pubblicità che alla sua targhettizzazione, usi a pubblicizzare sulla tv nazionale prodotti che sono disponibili sono al nord Italia (Esselunga) o che interessano solo una piccola percentuale della popolazione (pannoloni, auto da 100.000 euro o corsi per studiare alla velocità d Alex del Piero).

Non ci credono nemmeno coloro che ancora credono che una intenzione del momento sia più forte della struttura psicologica costruita in un vita e che se sto cercando di comprare un telefonino (non serve nemmeno troppa semantica) non importa se sono un cocainomane, un laureato o un vecchio incontinente in pensione (visto che queste tre “personalità” spesso coincidono); Google, primus inter pares, è ammaliato da un lato dalla semanticità sella search (ancora una sirena muta) e dall’altro dalla comportamentalità del click-stream e cerca di porvi rimedio ingaggiando LSI professors con (maybe free) AdWords sulle serp da un lato e con la raccolta dei nostri bookmarks, mail e cronologie dall’altro.

Il vero problema della nostra privacy, ancora per molto, è che ce ne dovremo occupare solo noi per molto molto tempo ancora, ignari della sua dimensione e di quello di cui qualcuno è ben conscio “là fuori”: che l’unico modo per vendere più prodotti è far sì che la gente abbia più soldi da spendere e che anche targhettizzando al dna, chi guadagna 1000 euro al mese vedrà solo la pubblicità dei pannoloni o delle dentiere e rimarrà ipnotizzato, in un sogno tramontato, alla vista di un Cayenne chiavi in mano.

Federico Riva
Via Marketing Routes.com


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