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L'economia che corre sul web
lug 10, 2007 La ricerca economica è importante per la determinazione dell’agire politico, ma non lo si direbbe mai dal dibattito pubblico. Internet aiuta a colmare tale distacco. Ma quale sarà, in futuro, il ruolo di internet nel dibattito pubblico sull’economia? di Richard Baldwin
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Oggi più che mai la ricerca economica è importante per la determinazione dell’agire politico, ma non lo si direbbe mai dal dibattito pubblico. Internet aiuta a colmare tale distacco e lavoce.info ne è stato il precursore. Ma quale sarà, in futuro, il ruolo di internet nel dibattito pubblico sull’economia? Una teoria economica più vicina alla realtà Sul lato della teoria, nuove aree come economia e psicologia, economia comportamentale, economia sperimentale, la nuova economia istituzionale, hanno portato la professione anni luce oltre la semplicistica visione della società umana che dominava il nostro modo di pensare solo quindici anni fa. Quando si parla di imprese, la teoria dei contratti (link) ci ha dato modo di costruire modelli espliciti delle scelte organizzative delle imprese e delle loro reazioni al mutare degli ambienti economico. La letteratura sul “mechanism design” ci ha permesso di ragionare più chiaramente su come le regole di governo influenzano i risultati di equilibrio in ambienti realistici. (1) Sul lato empirico, l’emergere di nuove, enormi, banche dati e di potenti strumenti statistici hanno notevolmente migliorato la nostra comprensione di come funzionano i mercati nel mondo reale e di come le persone, i gruppi o le imprese reagiscono agli incentivi. Negli anni Ottanta, un “campione ampio” era composto di poco più di un centinaio di osservazioni. Oggi i ricercatori lavorano normalmente con migliaia o centinaia di migliaia di osservazioni; campioni nell’ordine dei milioni sono sempre più comuni. Un aspetto cruciale di tutte queste nuove informazioni è che fanno riferimento a “dati di panel”, ovvero dati che seguono nel corso del tempo lavoratori, aziende e qualsiasi altra cosa. (2) Dati che variano attraverso gli individui e nel tempo ci permettono di eliminare molte delle eterogeneità che caratterizzano gli individui o particolari periodi storici. Ne deriva un quadro molto più chiaro del modo in cui cose come la politica tributaria o l’istruzione influenzano i risultati economici. Con tutti questi eccellenti strumenti a disposizione, ci si sarebbe potuti aspettare che giornali e i dibattiti parlamentari si riempissero di nuovi risultati, approcci e conoscenze. Invece, con poche eccezioni, il dibattito pubblico non è andato molto oltre le semplicistiche diatribe pro o contro il mercato che hanno caratterizzato l’Europa fin dalla nascita del welfare state nel dopoguerra. L’ultimo esempio? Il dibattito nelle elezioni presidenziali francesi del 2007. Negli anni Ottanta, brillanti giovani economisti come Paul Krugman, Larry Summers, Jeff Sachs e Joe Stiglitz si sentivano obbligati a scrivere articoli su Brookings o Economic Policy, a far parte di commissioni governative, a scrivere rapporti di policy o a inviare editoriali e commenti al Financial Times: all’epoca faceva parte dell’essere un economista influente e aiutava a ottenere la cattedra a Harvard. Colmava anche il divario tra la ricerca più avanzata e il dibattito pubblico su politica commerciale, tassi di cambio, dinamiche di bilancio e così via. I brillanti giovani economisti di oggi sono di gran lunga meno interessati a partecipare nello stesso modo al dibattito politico. Non ho evidenze empiriche per sostenere questa opinione, ma penso sia condivisa da molti economisti che si occupano di problemi di policy e posso comunque portare la mia personale esperienza come managing editor di Economic Policy. I giovani ricercatori hanno bisogno di pubblicare sulle buone riviste dai referaggi anonimi, tutto il resto è un lusso. Le ipotesi sul perché di tutto ciò abbondano. Personalmente penso che nell’ultimo ventennio la competizione tra i migliori dipartimenti economici delle università statunitensi si sia intensificata e questo ha portato a una pesante enfasi su risultati accademici facilmente quantificabili, articoli pubblicati su riviste in particolare. Cose come far parte di commissioni, audizioni in parlamento, o scrivere libri o rapporti con implicazioni di policy hanno invece un impatto troppo difficile da misurare, cosicché sono escluse dai ranking. E quel che non conta per il ranking, non conta per la carriera, il prestigio o lo stipendio. In Europa non siamo ancora a questo punto, ma se ne vedono le avvisaglie: alcuni dipartimenti europei di economia pagano un bonus di migliaia di euro ai membri della facoltà che pubblicano sulle riviste più importanti. Al contrario scrivere un’analisi influente che magari sarà ripresa in una proposta di legge, fa guadagnare solo una pacca sulle spalle. A chi è al di fuori del nostro mondo – i politici, ma anche i colleghi scienziati sociali – la tendenza può apparire come un classico caso di “accecati dalla scienza”. Come nella canzone del 1983 “She blinded me with science”, l’uso della matematica, dell’alfabeto greco e dell’econometria sembra un tentativo di confondere deliberatamente dando l’impressione di una conoscenza altamente sofisticata. Ovviamente è un’esagerazione, ma coglie il senso della reazione del mondo reale al crescente divario tra la migliore ricerca economica odierna e i problemi di politica economica del mondo reale. Perché non facciamo come i medici? Nelle maggiori riviste di economia la sezione “implicazioni politiche” è caduta in disuso: inserire tali ragionamenti in un manoscritto difficilmente aumenta le probabilità di pubblicazione. Dato il loro naturale conservatorismo, non c’è probabilmente nessuna speranza che le riviste stesse incoraggino gli autori a evidenziare le implicazioni di policy dei loro lavori. In ogni caso, è diffusa la convinzione che l’analisi di policy non sia un problema degli scienziati. Per esempio, i Working Papers Nber vietano esplicitamente le raccomandazioni di politica economica. La discussione dei risultati della ricerca che non trova posto nelle riviste si è spostata nello spazio cibernetico. Internet, la vera “Discussion section” pubblica I blogger – forti della caratteristica n. 1 e speranzosi di arrivare alla caratteristica n. 2 – hanno dato vita a un numero inimmaginabile di siti. Una sconcertante mescolanza di acume e sciocchezze si diffonde per letteralmente migliaia di siti. (4) Si possono passare ore piacevoli navigando tra i vari blog, e anche imparare molto dai più interessanti come Economist’s View, New Economists, Marginal Revolution, e dai siti di Brad DeLong, Greg Mankiw e Nouriel Roubini. Ma non è la risposta della professione alla Discussion Section delle riviste di medicina, si avvicina di più alle discussioni che si accendevano nelle coffee-room quando avevamo ancora il tempo per queste cose. Quello che hanno scoperto Tito Boeri, ideatore cinque anni fa di www.lavoce.info e altri 15 economisti italiani, è che esiste una forte domanda di discussioni di alto livello di politica economica, livello più alto di quello che leggiamo sui giornali o sui blog. Qualcosa di molto più simile alla Discussion Section del British Journal of Medicine, in particolare una discussione su temi di politica economica del mondo reale condotta da ricercatori e vagliata da altri ricercatori. Tito ha anche scoperto che c’era una vasta offerta di ricercatori pronti a dedicare il proprio tempo – gratis – a tale discussione. Probabilmente avremmo bisogno di un esperto di psicologia-ed-economia per comprenderne i motivi, ma qualunque essi siano questi economisti danno un servizio pubblico all’Italia. Il Consortium Richard Baldwin, tratto dal sito Lavoce.info (1) Il mio riferimento bibliografico preferito non è on-line: Patrick Bolton e Mathias Dewatripont, Contract Theory, Cambridge and London: Mit Press, 2005. Testo inglese su www.voxeu.com |
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