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PMI Dome

Open Source come modello di business

Aspetti organizzativi, dinamiche economiche e prospettive di sviluppo: il Politecnico di Milano ha ospitato il dibattito tra alcuni dei principali esperti del settore.
Redazione PMI-dome | 20 novembre 2007
Si è tenuto ieri presso il Politecnico di Milano il convegno l’Open source come modello di business, nato dalla collaborazione tra il Dipartimento di Elettronica e Informazione del Politecnico di Milano, IBM e la Fondazione Politecnico di Milano.

 

Ospite d’eccezione, Anthony Wasserman, Professore di Software Engineering Practices alla Carnegie Mellon West, una delle voci più autorevoli nel panorama internazionale dell’open source. All’incontro hanno preso parte alcuni dei più importanti esponenti del mondo accademico e dell’impresa, come Carlo Ghezzi, Chiara Francalanci, Eugenio Capra, Bob Alexander, Giampio Bracchi, Presidente, Fondazione Politecnico di Milano, e molti altri.


Nel corso del convegno sono stati presentati i risultati di uno studio condotto dal Dipartimento di Elettronica e Informazione del Politecnico di Milano, che ha sviluppato un modello di analisi e di classificazione dei diversi aspetti organizzativi relativi allo sviluppo dell'Open Source. Lo studio ha messo in luce come l’Open Source non si limiti esclusivamente alla licenza con cui un’applicazione software viene rilasciata, ma si riferisca anche a modelli manageriali che stanno alla base del processo di sviluppo. Non esistono solamente Microsoft e Linux, ma un continuum fra “open” e “close”.


Tre i fattori chiave analizzati: i modelli manageriali, i costi e la qualità del software. Dalla ricerca emerge che gli approcci di gestione dei progetti vicini all’estremo aperto hanno qualità più elevata, ma comportano anche costi maggiori, dovuti agli sforzi necessari per coordinare i diversi membri della comunità. La ricerca, basata sull’analisi di 75 importanti progetti Open Source, ha inoltre evidenziato il forte ruolo rivestito dalle aziende: più del 50% del lavoro è svolto, direttamente o indirettamente, da persone pagate per perseguire specifici obiettivi strategici e commerciali.


I temi di discussione trattati all’interno della tavola rotonda hanno toccato questioni e di grande attualità: dalla riduzione dei confini tra i modelli comunitari aperti – spesso adottati nello sviluppo di software commerciali –  e l’industria, alla percorribilità dell’open source come modello d’impresa. Fuggetta e Maffulli hanno posto l’attenzione sui vantaggi dell’approccio OS per lo sviluppatore; sulla “giungla” delle tipologie di licensing; sui rischi di responsabilità civile, senza dimenticare gli aspetti legati alla formazione e alla tutela della proprietà intellettuale e della brevettabilità del software, in confronto alla situazione americana ed europea. Importante l’esperienza della pubblica amministrazione raccontata da Martini e della realtà ospedaliera di De Nardi, diverse dall’approccio e dalla strategia di grandi imprese come WIND, BTicino e Fraccaro Radioindustrie per la maturità dei progetti, l’organizzazione aziendale, le ricadute economiche.


L’open source è un fenomeno di portata epocale, un vero e proprio paradigma di pensiero e di business – commenta Giampio Bracchi, Presidente della Fondazione Politecnico di Milano –  Non esagero se dico che l’avvento dell’open source ha segnato una rivoluzione per la comunità tecnico-scientifica, dagli sviluppatori, agli utilizzatori, ai produttori, dettando nuove regole di mercato. Tuttavia, le software house non devono aspettarsi tanto una riduzione dei costi di sviluppo, quanto piuttosto il vantaggio derivato da un contesto che può contribuire al loro sviluppo, facendo leva su meccanismi di community marketing che stimolano contributi da un ambiente  globale. E’ importante che le aziende e le pubbliche amministrazioni pongano maggiore attenzione alle prospettive offerte dalle soluzioni tecnologiche per definire strategie di crescita e modelli di gestione vantaggiosi ed efficienti”.


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