L'avvento di Open Access di Telecom Italia: Operatori e Authorities a confronto
All'indomani dell'annuncio di Telecom Italia, sulla creazione di Open Access,
unità separata per la gestione della rete, non sono poche le sorprese destinate
a travolgere l'intero settore delle telecomunicazioni in Italia.
di Dario Denni |
14 febbraio 2008
Nella splendida cornice di Palazzo Rospigliosi in Roma, si è svolto il
prestigioso convegno ISIMM sulla separazione della rete di Telecom Italia. Tra
gli ospiti di spicco, è da rilevarsi un'affollata partecipazione degli
operatatori e delle istituzioni impegnate su questo tema.
All'indomani dell'annuncio di Telecom Italia, sulla creazione di Open Access,
unità separata per la gestione della rete, non sono poche le sorprese destinate
a travolgere l'intero settore delle telecomunicazioni in Italia.
Lo sa bene Corrado Calabrò, il presidente di AGCom, l'Autorità che
vigila e regola le Comunicazioni. Lo sforzo che Open Access dovrà produrre
è si rivolto allo sviluppo della rete in fibra, ma deve anche tenere conto
del mantenimento dell'attuale rete in rame. Tutto questo deve essere fatto migliorando
le condizioni di competitività oggi piuttosto carenti nel settore delle
TLC.
A ben vedere, il comunicato stampa divulgato da Telecom Italia ha lasciato spazio
a dubbi e interpretazioni di vario genere, ma il Presidente di AGCom non ha dubbi
sul fatto che la vera missione di Open Access dovrà essere quella di garantire
la parità di accesso a tutti gli operatori, come risposta principale alle
esigenze regolamentari che ormai si fanno via via sempre piu' stringenti sull'operatore
dominante.
Con i suoi 21 mila dipendenti, il nuovo dipartimento di Telecom Italia sembra
essere più che idoneo ad accettare questa sfida che è nata anche
dall'esigenza di spingere la fibra ottica fino all'ultimo miglio, ossia dalle
centrali telefonica fino a casa del cliente finale.
L'avvio del progetto è previsto secondariamente agli impegni che verranno
presentati da Telecom all'Autorità delle Comunicazioni, ed essi - ricorda
Calabrò - saranno assoggettati a consultazione pubblica.
C'è già chi è pronto a scommettere che da marzo, la macchina
regolamentare potrebbe iniziare a muovere i suoi nuovi ingranaggi. Ma tutto questo
non può accadere sulla base di semplici dichiarazioni di intenti. Infatti
il Consiglio dell'Autorità si riserva una valutazione complessiva della
vicenda, attraverso un test di mercato volto a valutare la congruità di
detti impegni da parte di Telecom.
In verità la stessa istruttuoria aperta nello scorso dicembre dall'Autorità
e non ancora conclusa, deve necessariamente tenere conto delle novità sopravvenute.
E quindi sebbene AGCom proceda con valutazioni preliminari, ci si riserva una
più approfondita analisi a seguito della effettiva lettura degli impegni di Telecom,
quando essi saranno resi pubblici.
Calabrò è convinto che il passo è stato fatto nella direzione
giusta, dunque ci si aspetta un miglioramento delle condizioni di mercato, e un
avanzamento anche rispetto al decantato modello inglese, che sinora ha costituito
la migliore pratica in Europa di separazione funzionale.
A fargli eco, e' intervenuto per l'Autorità Antitrust, Antonio Pilati
che nel suo dotto intervento non ha mancato di rilevare come la competizione basata
sulle infrastrutture, sia foriera di disfunzioni e di inefficienze in tutti i settori
a rete. Così Gas, aereoporti, elettricità, hanno mostrato nel tempo
una forte difficoltà nell'implementare un modello di separazione societaria,
tanto difficile da ottenere se non quando imposta.
Da un lato si registra un tasso di cambiamento rapidissimo dovuto alle condizioni
tecnologiche che variano sempre rispetto agli investimenti sostenuti. E dall'altro
lato si avverte forte il collegamento tra le reti e i servizi, al punto che di
solito fa investimenti solamente chi ha il "polso del mercato".
Tutto questo - conferma Pilati - riduce i criteri stessi per la scelta sulle
alternative tecnologiche, pur fondamentali nella scelta della rete di prossima
generazione. Infatti il disegno e l'architettura di rete vengono scelti sulla
base dell'immagine che si ha dell'evoluzione della domanda, senza tenere conto
di altri fattori importanti come l'energia, al competizione e l'ambiente.
Resta il fatto che chi fa investimenti, sente spesso come un suo diritto
quello di ricevere dei bilanciamenti regolatori volti a potergli garantire una
gestione della rete in piena libertà. Così è già avvenuto
in Germania. E' proprio a questo punto che torna utile recuperare un modello intermedio
- ha dichiarato Pilati - cioè quello della separazione funzionale, che
può intendersi anche come quel sistema di vincoli giuridici che condiziona
la struttura separata che amministra la rete.
In molti poi, hanno fatto riferimento alla delibera dell'AGCom che già
dal 2002 aveva posto le condizioni per un potenziale percorso verso una separazione
netta tra le attività di gestione della rete e le attività commerciali
dell'operatore dominante. Ma, con molto realismo, si constata da più parti
che ancora oggi, nel 2008, il contenzioso tra operatori non è affatto diminuito,
e che le problematiche tra i competitor sono accresciute rispetto a tutte le volte
in cui le autorità sono state chiamate in causa. Ha senso chiedersi cosa
non ha funzionato?
Una risposta alla domanda, viene avanzata da Maurizio Decina della Fondazione
Bordoni. Perchè - lui dice - chi invoca il modello inglese lo fa
spesso a sproposito, senza considerare che quella scelta è nata in determinate
circostanze, ponendosi certi obiettivi, tipici per il mercato inglese, dove si
sente meno la minaccia di perdita di valore.
E' sbagliato - ha confermato Decina - considerare le NGN come evoluzione delle
reti fisse. Soprattutto perché ad oggi non c'è un vero modello di
business capace di sapere come tradurle in investimenti.
Si consideri che la convergenza ha portato al conflitto tra le industrie in gioco,
e viene da chiedersi se ha senso continuare a sostenere una concorrenza basata
sulle infrastrutture.
Su questo quesito, è intervenuto Andrea Camanzi della Luiss, ponendo all'attenzione,
alcuni temi che rischiano di minacciare il modello finora perseguito. Quello degli
investimenti, anzitutto, coinvolge sia il mantenimento dell'attuale infrastruttura,
che la futura rete in fibra ottica. Dunque - ha continuato Camanzi - si
deve prima trovare un sistema per valorizzare gli investimenti, magari ripartendo
proprio dal modello di vendita. In ogni caso non si può più accettare
che la parità di accesso sia conseguita solamente al fine di ottenere la
cosiddetta vacanza regolatoria. La sola, vera contropartita alla parità
di accesso alla rete è una adeguata remunerazione degli investimenti sostenuti
per creare l'infrastruttura.
Anche perché - come ha correttamente fatto notare Luigi De Vecchis di Nokia
- se il Paese non investe, le aziende scappano all'estero facendo svanire
di colpo tutto l'interesse strategico per avere un'infrastruttura superveloce.
Siccome per realizzarla occorrono circa 20 miliardi di euro, si impone da subito
l'esigenza di un intervento forte da parte del governo del Paese, capace di valutare
le risorse disponibili e poi rivolgerle alla realizzazione di questa infrastruttura.
Non ha nascosto una velata insoddisfazione, Sandro Frova dell'Università
Bocconi perchè a suo dire, Open Access si pone più come una ristrutturazione
organizzativa di Telecom Italia, piuttosto che come una sua divisione separata.
Occorre definire prima, esattamente, in quale fattispecie regolamentare essa ricade,
perchè solo da questo possono discendere la trasparenza e la maggiore fiducia
negli impegni che saranno proposti da Telecom Italia.
L'ultimo nodo che rimane da sciogliere, è la scelta tecnologica, ossia
quale tecnologia usare per spingere la fibra ottica il più vicino casa
dell'utente. Paolo Nuti dell'AIIP, l'associazione che raggruppa i principali provider
italiani, non ha dubbi. La scelta tecnologica non è banale ma incide in
primo luogo sugli investimenti. Chi parla di soli 5 miliardi di euro, evidentemente
tiene conto solo di una rete NGN che fa largo uso di rame. Ma è oramai
chiaro a tutti che il vero modello emergente è il Fiber to the home (FTTH)
ossia un progetto universale da 15 miliardi di euro per portare la fibra fin dentro
le case.
Alcuni sostengono che mantenere gli ultimi 100 metri in rame, come tuttora propone
Telecom Italia, porta riflessi positivi sul PIL. Ma non si considera che le apparecchiature
necessarie sono prodotte all'estero, dunque, secondo questo modello, il PIL peggiora
complessivamente negli anni, vanificando perfino gli investimenti fatti finora.
La soluzione finale - ha affermato Nuti - è quindi arrivare con la fibra
ottica fino dentro casa dell'utente, anche per via del fatto che non c'è
più bisogno di alimentazione o raffreddamento degli apparati, ma con l'ausilio
di adeguati splitter ottici, si riesce ad ottimizzare la spesa, facendo calare
di molto i consumi energetici per via dell'assenza di apparecchiature alimentate.
Una soluzione ottimale anche per l'ambiente, considerato che la scelta di mantenere
il rame nelle NGN, farebbe aumentare i consumi energetici del Paese, immettendo
mezzo milione di anidride carbonica in più nell'ambiente.
La più scettica di tutti è Laura Rovizzi, economista e consulente
di molti operatori di telecomunicazioni italiane. A suo dire, Telecom Italia ha
chiamato Accesso Aperto un dipartimento che sta tre livelli di struttura sotto
l'amministratore delegato e che quindi non è una divisione. Non ha interesse
a fare budget e non ha responsabilità diverse dall'ottimizzare gli investimenti
riducendo i costi. Tutto questo in un contesto che vede Telecom Italia al
centro di un procedimento Antitrust per condotte abusive sul mercato.
Dario Denni - dariodenni.it