Estraete dalla tasca il cellulare, premete un pulsante e appare sul video il vostro Assistente Virtuale che vi saluta gentile. «Ho bisogno di informazioni su Bruce Springsteen» gli chiedete senza troppi convenevoli.
L’Assistente inizia la ricerca su Internet, cui
siete collegati costantemente in banda larga, ma per prima cosa localizza
grazie al GPS contenuto nel telefono la vostra posizione, consulta le
previsioni meteo e, mentre voi leggete un sms, vi avverte:«Per oggi è prevista
pioggia nel pomeriggio». Un’informazione utile anche se non richiesta, che
l’Assistente vi fornisce per «riempire» il tempo necessario alla ricerca delle
informazioni richieste.
Ma ecco i dati, il vostro Assistente ve li riassume: «Ho trovato molte informazioni. Posso sintetizzarti la sua scheda biografica da Wikipedia, dirti le date della sua prossima tournée in Europa – ma i biglietti per il concerto più vicino sono già esauriti. Possiamo scaricare da I-Tunes le sue canzoni, o posso leggerti da Amazon i commenti dei lettori sull’ultimo libro uscito su di lui. Cosa ti interessa in particolare?».
Fantascienza? No, l’ennesima
rivoluzione informatica a cui stiamo per assistere così come disegnata da uno
dei suoi protagonisti, Leandro Agrò, fondatore e amministratore delegato di
WideTag una società all'avanguardia nello sviluppo dei
sensori intelligenti di rete, o "spime"..
«La grande rivoluzione
del prossimo futuro informatico è l’accesso alla conoscenza, che diventerà
infinitamente più facile purché siano realizzate le condizioni per farlo»,
spiega Agrò.
«La prima è certamente la connettività a banda larga. Quando un Paese inizia il proprio processo di sviluppo ha bisogno di reti fisiche, come strade, acquedotti, linee elettriche. Ora servono le reti su cui devono transitare bit di informazione e che devono potere essere accessibili dappertutto. Non basta essere collegati da casa o dall’ufficio. Perché questa tecnologia esprima tutte le proprie potenzialità deve essere accessibile sempre, dappertutto, a costi irrisori. Un Paese che non è in grado di garantire velocemente queste condizioni rinuncia alla diffusione della conoscenza, si instupidisce».
Ma la connettività non basta,
crea solo una potenzialità. Il terminale di qualsiasi rete è pur sempre un uomo
che con questo mondo di conoscenze si deve misurare e non è una faccenda di
poco conto.
«L’evoluzione del software è tale da portare i programmi a risolvere problemi sempre più complessi e il tema dell’interazione delle macchine con le persone è uno di questi» spiega Agrò. «Io lavoro sulle applicazioni perché diventino sempre più familiari. Non basta infatti che una macchina sia tecnicamente in grado di fare una cosa; occorre anche che lo faccia con efficacia e in un modo benaccetto all’utente. Pensiamo al rapporto con la banca: se vogliamo sapere il saldo del nostro conto, non c’è nessun problema se a dircelo è una macchina. Ma se dobbiamo chiedere un prestito non accetteremmo mai un interlocutore non-umano, anche se sarebbe tecnicamente fattibile!».
Un esempio di questa mediazione nel rapporto uomo-macchina sono gli Assistenti Virtuali, quelle applicazioni Internet che si presentano con un’immagine umana sufficientemente realistica da essere gradevole – ma non così realistica da metterci a disagio con la sua perfetta «virtualità» – in grado di darci informazioni e suggerimenti interagendo con noi nella maniera il più possibile vicina alla nostra, per esempio interloquendo in linguaggio naturale e non con un «linguaggio macchina» per tecnici. Un esempio è Silvia, la bionda Assistente Virtuale sul portale di Carta SI.
«Si prevede che entro il 2010 la metà delle transazioni su Internet avverrà col supporto di Assistenti Virtuali, ma solo nel 2030 ci saranno intelligenze artificiali con capacità di calcolo forse superiori a quelle umane. Abbiamo quindi da gestire un ritardo di 20 anni», spiega Agrò, «e lo possiamo fare solo affidandoci all’intelligenza e alla flessibilità dell’uomo per compensare la stupidità delle macchine. Per migliorare la capacità degli Assistenti di comunicare con noi lavoriamo molto sull’aspetto teatrale: gli insegniamo recitazione perché insegnargli psicologia sarebbe troppo difficile!».
Leandro Agrò è uno dei
massimi esperti europei sul tema del rapporto uomo-macchina e un interlocutore
privilegiato dei principali operatori statunitensi, capace di disegnare un
quadro teorico che rasenta la filosofia e di metterlo in pratica realizzando
prodotti per il mercato. Il suo è un mondo dove programmazione, studio della
comunicazione, analisi del comportamento e grafica convergono a tracciare una
delle frontiere dell’evoluzione informatica.
Si definisce un «Product Behaviour Designer» ma se lo guardate con aria stupita sperando in un chiarimento non fate che complicare la situazione. «Progetto comportamenti di artefatti cognitivi» è infatti la spiegazione che cortesemente vi fornisce e che forse non aiuta tutti a capire, ma certo incuriosisce.
Una passione per la computer-graphic coltivata sin dall’adolescenza nella natia Agrigento attraverso tutte le fasi di sviluppo del personal computer sino agli studi di ingegneria a Milano, interrotti per un’illuminazione.
«È stata la lettura di un libro di Donald A. Norman, La caffettiera del masochista, che mi ha aperto gli occhi e fatto capire dove finalmente potevo esprimere la mia passione per la grafica. Ho lasciato il Politecnico e mi sono iscritto alla Domus Academy per studiare Interaction Design: su 110 studenti eravamo solo tre italiani. Era strabiliante per me come avessimo a casa nostra una delle più grandi scuole di design a livello mondiale e nessuno la conoscesse! Nel 1997 ho vinto l’Apple Design Project sulle librerie del futuro. Un’esperienza fantastica che mi ha consentito di andare alla Apple, in California, e confrontarmi con i loro designer».
Una «fuga» in America per il
momento rientrata visto che Agrò lavora in Italia, ma non risparmia un’amara
constatazione sul nostro paese: «Su una ventina di studenti di grande talento
nel mio corso di Interaction Design solo un paio sono rimasti in Italia. Qui
mancano troppi elementi per poter sviluppare tutte le potenzialità di questo
settore».
Un paradosso, sostiene Agrò, se si pensa che in questo campo l’ltalia ha potenzialmente un vantaggio competitivo legato alla nostra maggiore capacità di lavorare in team multidisciplinari e al nostro ambiente.
«È difficile girare per il centro storico di una qualsiasi città italiana e non assorbire il senso delle cose, la qualità del dettaglio, la possibilità di dare un valore col proprio contributo artistico e artigianale. Tutti elementi fondamentali che nell’area più avanzata del mondo per lo sviluppo di queste applicazioni informatiche, la California, non esistono affatto ».
Un mondo, quello di Agrò, dove reale e virtuale sono indistinguibili: «La sovrapposizione è ormai tale che non ha più senso distinguerli. Se su Second Life posso imparare l’inglese in un’aula circondato da persone di tutto il mondo – perché gli avatar sono persone, non pixel! – interagendo con testo, audio e video... Cosa c’è di virtuale? Se domattina metto un post sul mio blog, dopo tre minuti c’è il commento di qualcuno che è legato a un profilo che è legato a un nome che è legato a una persona con cui ho una possibilità di interazione superiore a quella che ho avuto col mio vicino di casa nei primi tre anni dopo che mi sono trasferito a Milano! Anche questo lo vogliamo chiamare virtuale?
«Oggi viviamo all’interno d’una “bolla digitale” d’informazioni che abbiamo deciso di tenere all’esterno di noi stessi: i numeri di telefono sulla memoria del cellulare, l’agenda sul palmare, la corrispondenza sulla posta elettronica, l’album delle foto su Flickr. È una bolla sempre più grande e inteconnessa con quelle degli altri. La divisione tra reale e virtuale appartiene al passato!».
Quello che distingue l’uomo è la capacità di creare e utilizzare strumenti cui delegare compiti al di fuori della propria portata. Con l’evoluzione dell’informatica questi strumenti si stanno “dematerializzando” e integrando sempre di più con la nostra quotidianità, insinuandosi in dimensioni inaspettate. Dobbiamo prepararci a una sorta di evoluzione della specie, a un Homo digitalis perennemente collegato a un universo di opportunità e interazioni in cui le differenze tra umano e non umano sfumano?
Daniele Colombo
Pubblicato su Specchio - mensile de la Stampa - del 19 aprile 2008