Il 35,2% delle
aziende italiane con almeno un dipendente, intervistate nell’ambito
dell’indagine Excelsior di Unioncamere
e Ministero del Lavoro, dichiara che la principale modalità per la
ricerca e la selezione del personale è la conoscenza diretta del
candidato, magari già “testato” attraverso
precedenti tirocini, stage o
contratti di lavoro a tempo determinato.
E’ questo il canale di assunzione che sembra destinato ad affermarsi maggiormente nel 2008, in crescita di 5 punti percentuali rispetto a quello dichiarato nel 2007. Soprattutto è il canale di assunzione più diffuso tra le aziende con meno di 50 dipendenti e quello più usato al Sud (43,9% il dato medio relativo a queste regioni).
Per un altro 25,3% delle
imprese, poi, la selezione avviene principalmente facendo ricorso alle banche
dati aziendali, nelle quali confluiscono i curricula
dei candidati. Secondo Unioncamere questo dimostra che un curriculum
vitae articolato e ben scritto può aprire ai giovani la strada per il
lavoro nel settore privato, anche se questa modalità di
selezione è quella prevalente tra le imprese con più di 50 dipendenti (toccando
percentuali comprese tra il 43% e il 49%).
Infine - non è di certo una novità - soprattutto per le
imprese di piccola dimensione sembra funzionare bene il “passa parola”,
ovvero la segnalazione di fornitori, clienti o altri conoscenti (16,6% nel
complesso e 18,3% per le micro-imprese con meno di 10 dipendenti).
Insomma difficile entrare se in qualche modo non si è già venuti in contatto - più o meno direttamente - con l'impresa scelta per il proprio futuro professionale. Da un lato si tratta di un meccanismo abbastanza logicamente giustificabile, ma un passo avanti (stando ai dati) sembra si sia fatto. Solo l'8,4% delle aziende intervistate ammette che la raccomandazione pura e semplice sia una pratica “molto importante” per
trovare lavoro, mentre per il 31,1% è considerata “per nulla importante”.
Solo il 9,1% degli imprenditori dichiara di ricevere “frequentemente” delle raccomandazioni. In definitiva le imprese - che devono confrontarsi con mercati sempre più competitivi - sono alla “ricerca dei talenti”, e per questo merito e caratteristiche soggettive (passione per il lavoro, flessibilità organizzativa, capacità di affrontare con successo gli imprevisti ecc.) contano sempre più delle sole relazioni.
Così queste ultime sono utilizzate solo dal 6,8% delle aziende, ancora meno utilizzate le società di somministrazione di lavoro
temporaneo (ex lavoro interinale, preferite solo dal 3,6% delle imprese), le
società specializzate in selezione del personale e le associazioni
imprenditoriali (2,1% nel complesso, ma 11,9% per le grandi imprese con oltre
500 dipendenti).
Marginali risultano i siti Internet che vengono considerati la modalità
principale di ricerca soltanto dall’1,2% delle imprese.
Un dato che ancora una volta vede l'Italia in coda rispetto all' Europa dove - secondo MEI (Monster Employment Index Europe) - la percentuale di nuovi assunti reclutati online è in costante crescita dal 2002, e ha raggiunto il picco massimo proprio nel secondo trimestre del 2007 (aprile-giugno), con oltre 2,5 milioni di inserzioni pubblicate mensilmente sui siti di recruiting. (fonte TalentManager)
Viene quindi da chiedersi il web può essere, in un sistema italiano non ancora efficiente nel fare incontrare domanda e offerta di lavoro, una carta vincente? Oppure il fatto di assistere (penso sia esperienza di molti) a un mondo sommerso in cui le posizioni vengono cercate all'interno di network informali rende inutile spendere tempo per inserire profili e curricula?
Qual è la vostra esperienza in merito?