L’Italia
pare un paese “vecchio”, con un PIL in crisi, che ha rinunciato ad
investire in cultura, un paese che sembra rassegnato al declino.
E’ la fotografia “a tinte scure” presentata a Roma da Antonio De Lillo di IARD agli Stati generali dell’editoria, le Assise del mondo del libro organizzate dall’Associazione Italiana Editori (AIE).
Cosa ne risulta? Malgrado l’Italia abbia registrato alcuni progressi in termini assoluti (ad esempio l’aumento della quota di laureati) ha tuttavia perso terreno nei confronti degli altri paesi europei. Oggi il nostro Paese si mostra indietro rispetto a molteplici indicatori: è il paese più “vecchio”, è l’unico paese che ha ridotto gli investimenti in istruzione, ha una delle più basse quote di laureati, ha una spesa familiare per attività culturali tra le più basse, ha un popolo che legge meno libri che altrove.
I consumi culturali dei giovani italiani: meno tv, pochi libri, sempre più internet
Diminuisce
la quota di giovani che guardano assiduamente la TV, con ogni
probabilità a favore delle nuove tecnologie (PC e internet). La lettura
di libri e quotidiani non è una pratica diffusa fra i giovani, che
privilegiano comunque i media audiovisivi e digitali.
I profili di consumo sono fortemente strutturati dal punto di vista socio-demografico: il background familiare influenza l’intensità e la varietà del consumo culturale. Sono infatti le risorse culturali ed educative dei genitori a favorire o inibire l’abitudine al consumo e ad indirizzare verso percorsi culturali più complessi, sia direttamente, attraverso la disponibilità di risorse materiali, ma soprattutto indirettamente, attraverso la trasmissione dell’abitudine a consumare prodotti culturali e del “gusto” per la cultura.
Libri come “ascensori sociali”? Si
Leggere più libri migliora i risultati scolastici (ogni 10 libri letti in più in 6 mesi crescono di 1/2 voto i voti a scuola nelle materie umanistiche): è quanto dimostrato da Iard con un modello di regressione lineare multipla. Chi legge più libri ottiene quindi risultati migliori a scuola. Non solo: una maggiore dimestichezza con il consumo culturale, favorito da un background familiare elevato, si accompagna a maggiore partecipazione sociale e impegno politico, ossia a una maggiore vivacità sociale. Elevate risorse culturali familiari d’origine aumentano la probabilità di frequentare il liceo e di iscriversi successivamente all’università.
Se è vero quindi che le origini sociali strutturano le opportunità degli individui, è altrettanto vero che anche gli interventi di natura sociale, economica e politica in grado di offrire a tutti i giovani le stesse chance di accedere al consumo di beni culturali (superando le disuguaglianze d’origine) si configurano come uno strumento indispensabile per accrescere la centralità sociale dei giovani e, quindi, una crescita dell’intera società.