Uno studio di Casarico e Profeta di Econpubblica evidenzia come i livelli di istruzione e impiego siano più bassi nei paesi in cui le politiche a sostegno delle donne sono meno sviluppate e avanza alcune proposte di policy.
Redazione PMI-dome |
21 maggio 2009
Là dove la spesa pubblica per le famiglie, in particolare per la
prima infanzia, è più alta, o dove forme di conciliazione come il
part-time sono più diffuse, sia l’istruzione che l’occupazione
femminile sono più elevate. In Svezia, dove la percentuale di lavoro
part-time rispetto al lavoro totale è del 23%, la percentuale di donne
tra i 25 e i 64 anni con un’istruzione superiore o universitaria
raggiunge l’85%.
In Italia, dove il part-time è il 12,7%, tale
percentuale è del 48%.
I dati sono contenuti in “Female education and
employment, making the most of talents”, il paper che Alessandra Casarico e Paola Profeta
di Econpubblica hanno presentato nel corso del workshop Institutions and the gender dimension, organizzato in Bocconi dal
centro di ricerca sul settore pubblico.
Anche mettendo in
relazione la percentuale di spesa pubblica per le famiglie con i
livelli di istruzione e impiego femminili, lo studio evidenzia,
tendenzialmente, un migliore rapporto là dove tale spesa è più elevata.
Ne sono un esempio
Svezia e Danimarca dove rispettivamente il 3,5% e il
4% del pil sono destinati a questo tipo di sostegno economico e dove la
percentuale di donne con istruzione superiore è dell’85% e
del 79%. In
entrambi i paesi, la percentuale di donne con istruzione superiore
occupate supera il 75%.
In Italia e in Spagna, due tra i paesi in cui
le famiglie ricevono meno trasferimenti, poco più dell’1%, le donne più
istruite non raggiungono il 50%, mentre quelle istruite e occupate sono
il 65% e il 61%.
“
È noto”, spiega
Paola
Profeta, “
che in paesi come l’Italia il tasso di occupazione femminile
è molto basso, del 46,7% rispetto a un obiettivo di Lisbona del 60%.
Meno noto è che in questi paesi donne con istruzione superiore o
universitaria spesso non lavorano, a differenza degli uomini e a
differenza di quanto avviene per esempio nei paesi scandinavi”.
Questo
accade, secondo il modello elaborato dalle due studiose, perché
quando
le donne devono decidere se istruirsi, non hanno un’informazione
completa sui costi ai quali andranno incontro nella cura dei loro
figli, nel momento in cui diventeranno mamme.
“
Esistono quindi delle
donne”, continua
Alessandra Casarico, “
che, una volta scoperto il costo
di cura dei figli, se questo risulta molto alto, pur essendosi istruite
ritengono conveniente non lavorare”.
E
la loro assenza dal mercato del
lavoro, sottolineano Casarico e Profeta, genera uno
spreco
di talenti e una riduzione dell’output rispetto a quello potenziale che
deriverebbe dall’investimento in capitale umano.
Una
possibile soluzione per evitare questo spreco di talenti sarebbe di
introdurre
misure istituzionali che possano supportare le donne di
fronte al mondo del lavoro.
“
Sarebbe opportuna una politica di spesa
pubblica a favore delle donne lavoratrici o una politica di sgravi
fiscali”, conclude
Profeta, “
In presenza di un ambiente istituzionale e
culturale ideale, la mancata conoscenza del costo di cura della prole,
al momento della decisione sull’istruzione, non sarebbe un problema,
perché tutte le eventuali differenze di costo effettivo rispetto a
quello atteso sarebbero neutralizzate dalle istituzioni”.
Incentivare
l’accesso al mercato del lavoro almeno di tutte le donne istruite,
valorizzandone pienamente i talenti e l’investimento in capitale umano
significherebbe, conclude lo studio, collocare l’economia su un
sentiero di crescita più elevato.