Gli internauti discutono e molti di vino, e hanno in effetti molto materiale su cui confrontarsi. Sono ormai 166mila le imprese del settore che fanno grande l’Italia nel mondo. 490 le certificazioni di qualità che possiamo annoverare con meritato orgoglio.
di Emanuela Pasino |
19 aprile 2010
Il
Vinitaly, il Salone internazionale del vino e dei distillati, si è da poco concluso con successo a Verona.
Extrapola ha fornito una
classifica delle aziende vitivinicole con maggiore visibilità sul web nell’ultimo mese oltre a
un’analisi delle principali tematiche attorno alle quali si concentrano le discussioni della blogosfera in tema di enologia.
Le tre aree tematiche analizzate per il settore sono state:
Origine Controllata;
Mercati Esteri; Contraffazione. Analizzando i topics più discussi sul web sono emersi come di particolare interesse:
- il
nuovo decreto legislativo per la tutela delle DOC e IGT dei vini che rinnova il quadro normativo dopo ben 18 anni;
- la
crescita del 10% del turismo enogastronomico;
- l’
evoluzione dei canali distributivi del vino in Italia con una significativa crescita della grande distribuzione e dell’e-commerce a discapito delle enoteche;
- il
prezzo del vino italiano all’estero fino a 10 volte più caro che in Italia a causa della tassazione vigente nei paesi d’importazione.
Tra le aziende più in voga tra gli internauti:
Mezzacorona, azienda vinicola trentina che vanta citazioni nel 18% circa dei contenuti analizzati, seguita al secondo posto da
Cavit (TN) con il 13% circa. A pari merito al terzo posto le aziende
Zonin (VI),
Cantine Coop. Riunite (RE) e
Santa Margherita (VE) con il 10% circa.
Un successo online che corrisponde a realtà dal punto di vista del business aziendale? Il
Rapporto Nazionale sul settore Vitivinicolo 2009, realizzato da
Unioncamere e
Istituto Tagliacarne, ha fotografato un settore, quello dell'enologia italiana, che continua a dimostrarsi un'eccellenza e che conferma l'Italia tra i leader nel mondo, anche se ancora dietro la Francia.
I
consumi di vino aumentano nel mondo (complice la globalizzazione) ma
diminuiscono in Europa (causa un maggior orientamento alla qualità a scapito della quantità), la Francia ha anch'essa subito, nell’arco di 10 anni, l’arrivo sul mercato delle produzioni dei Paesi “emergenti” (Nuova Zelanda, Australia, Cile, Argentina).
Italia seconda dunque, ma
ferma nelle sue posizioni, con il 18% delle vendite mondiali (18,5% 10 anni fa) rispetto ai cigini d'oltralpe che dal 42% sono scesi al 34,2%.
Il motivo della tenuta del 'buon bere' made in Italy è da ricercare non solo nel numero di imprese diffuse nelle regioni del Nord e del Centro, storicamente vocate alla produzione di questa pregiata bevanda, ma anche nell'
incremento delle aziende e delle quantità prodotte nel Meridione.
Tra le
165.923 imprese (il 99% delle quali attive) del settore, nel
Sud e Isole se ne contano circa
90.000, ovvero il
55% del totale. Al primo posto per densità di aziende la Puglia (con più di 30.000 unità) e la Sicilia (con più di 27.000 unità); si torna poi al Nord con Piemonte e Veneto; Subito sotto al podio Emilia Romagna, Campania e Abruzzo con un numero di imprese compreso tra le 14.000 e le 11.000.
Quantità, ma anche qualità?L'Italia contava
477 certificazioni (o denominazioni)
di qualità nel 2008. Dal momento che 8 DOC e 4 IGT sono interregionali, il totale delle certificazioni regionali raggiunge quota 490. Le DOCG (8,6% del totale) sono passate da 36 nel 2007 a 41 nel 2008 grazie al contributo di Veneto, Piemonte e Lazio. Le DOC rimangono 316 (66,3%) del totale, mentre le IGT sono divenute 120 (25,2% del totale).
Guardando alla
produzione regionale dei vini DOC e DOCG sul totale della produzione del 2007, emerge che
le regioni a maggiore produzione vinicola (Veneto, Emilia-Romagna, Puglia e Sicilia), registrano però un’incidenza della produzione di qualità sul totale quasi
uguale (Veneto) o
inferiore alla media italiana (Emilia-Romagna) e in alcuni casi molto bassa (Puglia e Sicilia).
Le regioni che producono quantità inferiori, ma privilegiano per precise scelte le produzioni di qualità, il peso della produzione DOC e DOCG sul totale è molto alto. Sono Piemonte, Trentino Alto Adige, Lombardia, Toscana e Friuli Venezia Giulia.
Resta ancora, comunque, molto da fare per questo
settore che soffre di una troppo elevata frammentazione produttiva, con una prevalenza, all’interno della filiera vitivinicola, di produttori rispetto agli imbottigliatori. Tuttavia, per il periodo 2005-2008, si è registrata una riduzione del numero di imprese attive, con alcune eccezioni; una parte consistente delle imprese del settore si sta orientando verso forme giuridiche più complesse. Aumenta il numero degli imbottigliatori, e si riduce quello di produttori di vino: un segno che rivela un maggior ricorso al decentramento produttivo attraverso l’esternalizzazione della fase di imbottigliamento ad imprese specializzate.
Dove finisce tutto il vino prodotto?Sui palati nostrani, ovviamente, anche se anche
l'Italia è coinvolta nei ribassi di consumo europei che prosegue dagli anni 1986-90 (-9,3% nel periodo 2001-2006). Un trend che tuttavia sta mostrando - a livello mondiale invece - segni di inversione di marcia. Nel 2006 si è infatti regoistrato un aumento del 6,9% rispetto al 2001 e del 2,0% rispetto al 2005. I paesi europei tradizionalmente produttori come Italia, Francia e Spagna compensano le perdite nei propri mercati - anche se solo parzialmente - con la crescita nei paesi settentrionali (UK, Irlanda, Germania, Olanda, Svezia).
Migliore invece la situazione italiana per quanto riguarda l'
export. Quasi
un quinto del vino commercializzato nel mondo è made in Italy. La quota del 18% a livello internazionale resta un solido tassello della nostra economia con circa 3,6 miliardi di euro di fatturato raggiunti nel 2008 (+45,3% tra il 2000-2008).
Nei Paesi dell’Europa a 27, verso i quali è diretto il 55,1% dell’export di vino nazionale, apprezzano maggiormente i nostri prodotti i tedeschi, (21,3% delle nostre vendite), seguiti dagli inglesi (13,7%). Ma il primo mercato per le esportazioni di vino italiano è più lontano: gli Stati Uniti con una quota del 22,2%.
a cura di Emanuela Pasino