I nuovi imprenditori si nascondono dietro la crisi e la parola “start-up” diventa obsoleta. E come se non bastasse gli ultimi dati proiettano una situazione ancora poco incoraggiante
di Andrea Chirichelli |
22 luglio 2010
Quando si pensa alla parola
start-up, il pensiero corre immediatamente alla
Silicon Valley, ai giovani nerd che diventano super miliardari a meno di 30 anni grazie ad un'idea banale ma al tempo geniale (ogni riferimento a
Mark Zuckemberg e al suo
Facebook è ovviamente casuale...), opportunamente foraggiata da venture capitalist che, fiutato l'affare, mettono 10 milioni di dollari nel progetto per ottenerne 100 l'anno successivo.
Purtroppo, non è più così.
Oggi, invece, la parola
start-up, almeno secondo quanto emerge da una ricerca realizzata da
Challenger, Gray & Christmas su un campione di manager e imprenditori, richiama l'immagine di un deserto arido e senza vita, o, meno enfaticamente, di un settore in crisi e senza prospettive. Insomma, il numero di nuovi imprenditori è ridotto ai minimi. Le cifre sono effettivamente preoccupanti: secondo lo studio le nuove imprese, nella prima metà del 2010, hanno inciso solo per il 3,7% sul totale delle aziende che operano sul mercato, rispetto al 7.6 % del 2009 e al quasi 10% dell'anno precedente. Nel 1989 le attività di start-up incidevano per il 21,5%.
Le ovvie conseguenze?
Meno offerte di lavoro, meno lavoro,
meno soldi in circolazione e meno consumi che la inevitabile chiusura di centinaia di società e aziende. Gli effetti della recessione hanno colpito anche le agenzie di lavoro interinale, che non solo hanno smesso di crescere dopo un boom durato dieci anni, ma hanno subito una flessione del 2.7%.
Il problema è riconducibile, sempre secondo lo studio, a due fattori: la sfiducia dei potenziali nuovi imprenditori sulla capacità della propria impresa di generare fatturato e l'instabilità del mercato che genera pessimismo e l'impossibilità di recuperare i fondi necessari ad avviare una attività in proprio.
A conferma di ciò c'è una ricerca effettuata da
Assoconsumatori che mette in evidenza come il tasso di default (cioè l' indice di rischio di tipo dinamico che misura le nuove sofferenze e i ritardi di 6 o più rate) per il credito al consumo sia in netto rialzo, assestandosi attorno al 3.2% e senza dare segni di voler calare nel corso del 2010. Secondo
gli ultimi dati dell'Istat, a vivere al di sotto della soglia di povertà assoluta sarebbero in 3 milioni e 740mila persone, ossia il 5,2% dell’insieme dei cittadini. In condizioni di povertà relativa, si troverebbero 2 milioni e 657mila nuclei familiari, il 10,8% del totale nazionale.
Un utile termometro della situazione attuale, che conferma il dato dello studio, è anche il crollo verticale delle Ipo, ossia dei collocamenti in borsa. Sei nuove quotazioni nel 2008, tre nei primi otto mesi del 2009, pochissime nel 2010: ad entrare in Borsa sono quasi tutte piccole società e quasi tutte nell'
Aim Italia (
Alternative Investment market), il nuovo segmento destinato alle piccole e medie imprese.
Finiti da un bel pezzo i folli tempi della cosiddetta new economy, durante i quali anche i più sprovveduti investitori si erano trasformati in cloni di
Gordon Gekko, il celebre squalo di Wall Street, protagonista del film di Oliver Stone, le Ipo si erano stabilizzate negli corso dei primi anni di questo decennio, salvo crollare dal 2008 in poi, ovvero dal giorno del fallimento della
Lehman Brothers.
Rinvii sine die, aziende solide che tornano sui propri passi, valutazioni da parte degli advisor che durano una vita: se la vita è dura per le aziende già in vita, figuriamoci per quelle che devono ancora nascere...