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PMI Dome

Reti d’impresa: 48 milioni di euro in 3 anni

L'avanzamento imponente delle nuove tecnologie spinge il networking d’azienda ed il Governo lo sfrutta per rilanciare l’economia italiana: un maxiemendamento al DL 78/2010 detta le regole per gli sgravi fiscali
di Lorenzo Mari | 28 luglio 2010
Se ne parla da anni con sempre maggiore insistenza e, anche se è difficile che diventi la panacea di tutti i mali, alla prova dei fatti si è spesso dimostrata una strategia efficace.

Stiamo parlando della scelta del networking o del fare rete, il processo attraverso il quale sempre più imprese si avvicinano le une alle altre stabilendo accordi di cooperazione,  implementando progetti congiunti che li pongano in posizioni di mercato più competitive.

Lo sviluppo di reti di impresa rientra con sempre maggiore insistenza nei piani di sviluppo territoriale previsti dalle pubbliche amministrazioni. Ormai da tempo, nei maggiori programmi operativi previsti per lo sviluppo territoriale i consorzi o le associazioni temporanee di scopo hanno la possibilità di partecipare a bandi e gare d’appalto ottenendo notevoli vantaggi nei processi di valutazione delle offerte.

È di questo periodo la notizia che nella dotazione finanziaria complessiva di 250 milioni di euro in arrivo nelle Regioni Obiettivo Convergenza per il lancio dei prossimi bandi a valere sul Programma Operativo Nazionale Ricerca e Competitività e sul Piano Operativo Interregionale per le Energie Rinnovabili e il Risparmio Energetico una quota di fondi sarà riservata a favore delle aggregazioni di imprese.

Si tratta di un fenomeno che è stato indotto dall’avanzamento imponente delle nuove tecnologie e dal conseguente annullamento delle distanze geografiche. Il mercato globale impone una decentralizzazione e una sempre maggiore funzionalizzazione dello sviluppo aziendale, in queste condizioni investire sulla rete è fondamentale.
E ultimamente sembra che anche le sfere alte del governo se ne siano rese conto...

Come stabilito dal maxiemendamento al D.L. 78/2010, approvato in Senato, la quota di utili che l'imprenditore destinerà agli investimenti previsti da un programma inserito in un contratto di rete stipulato con altre aziende del settore fino al 2013 potrà non concorrere al reddito d'impresa. L’emendamento definisce le “reti” come  quegli accordi sinergici con cui più imprenditori perseguono lo scopo di accrescere, individualmente e collettivamente, capacità innovativa e competitività sul mercato. Per questo programma è prevista una dotazione finanziaria di 48 milioni di euro distribuiti nel triennio 2011 - 2013, dei quali 20 milioni per il primo esercizio e 14 milioni per gli anni 2012 e 2013. 

L'importo totale del finanziamento non potrà superare il limite di un milione di euro per ogni impresa, anche se non è ancora chiaro se questa somma sia riferita al singolo esercizio annuale o all'intera durata della sovvenzione.

Naturalmente per poter usufruire delle agevolazioni, il contratto dovrà essere redatto con atto pubblico o comunque per scrittura privata autenticata. Con lo stesso contratto si dovrà dare mandato ad un rappresentante che fungerà da organo comune per l’esecuzione del contratto di rete. La validità dell’accordo decorrerà dalla data di iscrizione al registro delle imprese a cui, naturalmente, sarà iscritto anche singolarmente ognuno dei partecipanti.

Dovrà essere definito, inoltre, un fondo patrimoniale comune, oppure dovrà essere sancito il trasferimento degli utili ad un fondo destinato costituito in base all’art. 2447- bis lettera a) del Codice civile (posto che però nella rete sia coinvolta anche una Società per Azioni). 

Infine, per usufruire delle agevolazioni fiscali il contratto, con specifico riferimento agli investimenti previsti dal programma comune di rete, deve essere preventivamente vagliato da organismi espressione dell'associazionismo imprenditoriale, muniti dei requisiti previsti con decreto del ministro dell'Economia e delle finanze ovvero, in via sussidiaria, da organismi pubblici individuati con medesimo decreto.

Si noti che nel momento in cui la condizione dell’accordo di rete viene meno o gli utili vengono utilizzati per scopi diversi che non siano la rete stessa, tali proventi finiranno per essere considerati a tutti gli effetti utile per le aziende, dunque saranno regolarmente tassabili. Il Direttore dell’Agenzia delle entrate stabilirà ulteriori criteri e limiti per l’assegnazione dei fondi, il provvedimento dovrà essere emanato entro il limite massimo di 90 giorni dal provvedimento di legge.

Nonostante il particolare interesse che l’emendamento rappresenta per il mondo imprenditoriale, corre l’obbligo di porci alcune domande rispetto all’efficacia effettiva del provvedimento: il limite massimo di investimento da parte di ogni singola azienda risulta essere sproporzionato rispetto al complessivo ammontare delle agevolazioni. Se, ad esempio, nel 2011, 5 grandi imprese decidessero di iniziare una joint venture unendosi formalmente con un investimento di 1 milione di euro, ciascuno destinato alle attività di rete, questo corrisponderebbe per il gruppo ad uno sgravio totale di 5 milioni di euro pari al 25% dell’ammontare complessivo delle agevolazioni previste nell’anno. Immaginiamo ora che altre tre reti uguali a quella appena descritta si attivino con le stesse modalità, ed ecco che l’intero budget previsto per l’anno 2011 sarebbe esaurito.
È ovvio che si tratta di un esempio semplicistico, pur tuttavia appare abbastanza chiara la parziale inadeguatezza del provvedimento in particolare rispetto alle necessità di sviluppo delle piccole reti. Non è superfluo forse sottolineare che a far le spese di questa mancanza potrebbero essere soprattutto le PMI che, non riuscendo ad entrare nel “valzer delle grandi”, rischierebbero di rimanere fuori dai programmi di agevolazione.

Sarebbe auspicabile che nei provvedimenti esecutivi della legge si preveda un meccanismo di tutela per i piccoli gruppi imprenditoriali, ad esempio una “quota” di riserva di tali fondi (da utilizzare anche solo in forma preventiva e per un periodo di tempo limitato) a favore delle piccole e medie imprese che volessero investire nel loro network.

Se il “think locally and act globally” si esprime solo nelle buone intenzioni e non viene supportato da azioni pratiche di supporto, dedicato al settore delle PMI – che è bene ricordare rappresentano il 99% dell’economia nazionale – si rischia di far perdere loro il treno dell’internazionalizzazione e della crescita economica, con evidenti effetti sulla crisi globale del nostro paese. 

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