Nonostante la difficile congiuntura economica, le imprese investono
sempre di più nel sociale. Un nuovo business o un metodo di promozione
indiretta?
di Andrea Chirichelli |
29 luglio 2010
Ogni tanto è necessario dare una buona notizia.
Dà fiducia e morale a chi la legge e pure a chi la scrive. La buona notizia di oggi è che le imprese italiane, nonostante i colpi di una crisi economica che non accenna a passare, investono nel sociale.
Secondo le statistiche elaborate dall'
Osservatorio Socialis, oltre il 70% delle aziende prese in esame dallo studio (800 aziende con oltre 100 dipendenti) hanno investito fondi in iniziative di responsabilità sociale.
Le somme erogate sono superiori al miliardo di euro nel solo 2009 e superano i sei miliardi se si considerano gli ultimi otto anni.
Un bel risultato in un periodo così.
Il trend positivo (il maestro Nanni Moretti ci scuserà se utilizziamo quest'espressione...) dovrebbe continuare nei prossimi anni.
Esaminando i dati dello studio si notano elementi interessanti: fra le aziende più grandi, sia in termini di fatturato che di dipendenti, la percentuale di investitori sale fino all’88%, mentre a livello geografico, un po' sorprendentemente, pare che il concetto di CSR (
Corporate Social Responsability) sia più accettato dai manager delle imprese del centro sud che da quelli del nord Italia.
Quanto ai soldi investiti, il boom rispetto al 2001 è di palese evidenza se si considera il passaggio dai 110.000 euro del 2001 ai 161.000 euro del 2009.
Coloro che spendono di più sono di solito grandi aziende, specie quelle del settore bancario/finanziario e assicurativo e sono ubicate nel Centro Italia.
La stragrande maggioranza delle iniziative finanziate riguardano azioni di solidarietà sociale e azioni umanitarie, queste ultime spesso come atto di reazione ad eventi catastrofici, come il terremoto in
Abruzzo.
Una percentuale di investimento più bassa è rivolta al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei propri dipendenti: sicurezza sul luogo di lavoro, strutture per i figli dei dipendenti, servizi particolari.
Curioso e significativo il fatto che le imprese non si limitino a “staccare l'assegno” ed erogare somme di denaro ma partecipino attivamente all’ideazione e realizzazione dei progetti, spesso coinvolgendo coloro che ne sono i destinatari ultimi, ossia i dipendenti, seguendo una tradizione già molto radicata all'estero, specie tra le aziende “2.0” americane che operano nel settore dell'
information technology.
Non tutto oro è quel che luccica, però: molto spesso un elemento deterrente all'attuazione di politiche di CSR è dato dalla mancanza di ritorni immediati dell'investimento (già, perché un certo numero di azioni non è scelto se non per ottenere alla lunga un vantaggio di tipo economico) e dal retaggio culturale che vede i dirigenti lontani tout court dal concetto stesso di
CSR.
Legati al tema della responsabilità sociale si stanno poi sviluppando una serie di elementi e parole “nuove” nel modo di fare impresa: codice etico, responsabile interno, bilancio sociale, stanno lentamente diventando patrimonio di ogni manager che si rispetti.
Insomma, si avviamo sempre più verso il
Marketing 3.0.
In particolare, il bilancio etico sta diventando un vero e proprio valore aggiunto in quanto, specie in periodi turbolenti come questi, si dimostra quale uno strumento efficace per legittimare il ruolo di un azienda, agli occhi dei consumatori e clienti sia sotto il profilo morale che commerciale.
Almeno da questo punto di vista, il futuro si prospetta florido e fecondo.