iPhone, iPad, tablet PC... chi li sceglie è l'utente consumer, chi li usa è il manager. Ma è un bene o un male per il business?
di Francesco Forestiero |
30 luglio 2010
La linea di confine tra tecnologia consumer e professional è sempre più sottile...
Qualcuno definirebbe questa tendenza come
prosumer: una via di mezzo tra utente standard ed evoluto. Il consumatore che, in sostanza, è in grado di divincolarsi dalla massa e, allo stesso tempo, di influenzare le scelte degli altri.
Per dirlo alla
Wikipedia: “
...un utente che, svincolandosi dal classico ruolo passivo, assume un ruolo più attivo nel processo che coinvolge le fasi di creazione, produzione, distribuzione, consumo...”.
Il
prosumer, però, è anche un’altra cosa: è un nuovo
attore del mercato, uno che mischia le carte in tavola e gioca un ruolo decisivo, sia in ambito casalingo che aziendale.
In definitiva:
è un utente finale in grado di influenzare scelte aziendali.
A conferma di tutto ciò, vi sono due recenti ricerche che sottolineano il forte incremento dell’uso di tecnologie consumer in ambito pro, nonché la predisposizione dei manager IT ad accettare consigli e suggerimenti da parte di utenti consumer.
La prima ricerca è stata realizzata da
IDG Research Services e mostra come la rapida diffusione delle tecnologie consumer (come iPhone o iPad) in ambito aziendale stia giocando ruolo guida nelle decisioni IT.
La seconda, invece, condotta dal
Security for Business Innovation Council di RSA, analizza lo stesso fenomeno più in profondità e mostra come le indicazioni in ambito aziendale provengano sempre più da suggerimenti di utenti consumer.
In dettaglio, il primo studio, svolto intervistando 400 responsabili IT, evidenzia che:
- il 76% crede nell’influenza degli utenti sull’acquisto di dispositivi in azienda;
- il 60% degli utenti ha voce in capitolo sul tipo di smartphone acquistati;
- una buona percentuale - tra il 35 e il 52% delle aziende - interpella l’utente su decisioni legate a netbook, tablet, desktop e laptop;
- nel 60% dei casi si verificano spesso accessi non autorizzati alla rete aziendale;
- il 25% permette ai dipendenti di utilizzare PC e dispositivi mobili personali per scopi lavorativi;
- l’80% delle aziende permette una qualche forma di accesso ai siti di social networking;
- il 63% è convinto che l’uso di netbook, tablet, smartphone e social media possa aumentare la produttività;
- il 22% calcola nel dettaglio i rischi legati all’introduzione di tecnologie consumer prima di consentirle a scopi lavorativi.
Il secondo studio, invece, sottolinea quanto detto finora, e indica come le strategie di adozione delle tecnologie consumer (smartphone, tablet PC e social media) stiano lentamente trasformando l’IT.
Ad ogni modo, anche se il passaggio a questa nuova “era user-driven IT” appare inevitabile, non deve essere visto come una minaccia, anzi... dal rapporto si desume essere un’opportunità!
Quest’ultimo report, infatti, fornisce anche una serie di indicazioni destinate ai team di sicurezza.
Ovvero:
1) Ragionare al passo coi tempi;
2) Considerare gli utenti come asset;
3) Se accettabili, assumere rischi calcolati;
4) Tentare di anticipare le tendenze tecnologiche;
5) Anticipare il cambiamento prima che questo avvenga;
6) Collaborare con i vendor.
David Kent, membro del
Security for Business Innovation Council e vice presidente di
Global Risk and Business Resources di Genzyme, ha commentato: «La tendenza all’utilizzo di asset non controllati aziendalmente e di social media per l’accesso e la distribuzione di informazioni è inevitabile. Sarebbe un errore nascondere la testa sotto la sabbia o opporre resistenza, perché il tempo giocherebbe in ogni caso contro. È molto meglio riconoscere il cambiamento e creare i parametri perché questa tendenza volga a proprio favore».
A questo punto, la domanda nasce da sé: tutto ciò è un bene o un male per il business?
Stando a quanto afferma
Kent, è un bene. E come tale, una strategia ad hoc deve essere perpetuata nel più breve tempo possibile.
“
È molto meglio riconoscere il cambiamento...”, dice il vice presidente di Global Risk and Business Resources di Genzyme, ed anche questa volta ha ragione.
Ha ragione perché le evoluzioni del mercato devono essere sfruttate.
Ha ragione perché ogni azienda che segua una logica di marketing, deve adattarsi ai nuovi bisogni degli utenti.
Ha ragione perché, in fondo, se pensiamo a chi mette in piedi un’azienda, ci rendiamo facilmente conto che si tratta pur sempre di una persona. Una persona che non nasce “consumer” o “professional”, ma ci diventa in seguito.
Oggi, e i due studi di cui sopra ne danno conferma, l’integrazione tra consumer e business è necessaria, oltre che funzionale.
E per le piccole e medie imprese è ancora di più...
Basta pensare al risparmio fattibile acquistando pochi dispositivi adoperabili tanto per il business che per le attività extra lavorative.
Perché non sfruttarli? Netbook, tablet PC e desktop scelti dai dipendenti, andranno benissimo anche per i manager.
E
perché vietare l’uso dei social network quando si ha l’opportunità di sfruttarli per promuovere il proprio prodotto? Per fortuna, molte imprese si sono ravvedute sbloccando l’accesso a
Facebook e Co.. Senza contare che compaiono ogni giorno nuovi studi sul comportamento degli "
influenzatori", per usare un termine caro agli economisti.
E per finire:
perché non lasciarsi guidare nell’acquisto di uno smartphone da chi ha a che fare ogni giorno con un’attività empirica? Il dipendente sa benissimo le necessità da soddisfare, conosce di cosa ha bisogno per la sua attività.
Insomma, è ora di abbandonare la vecchia concezione del manager in giacca e cravatta, serio, e con pochissimo tempo a disposizione. Oggi, è meglio immaginare il proprio responsabile con indosso una t-shirt che chiede consiglio ad un suo dipendente su quale modello di iPhone comprare mentre che chatta su Facebook con amici, colleghi... e clienti.