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PMI e crisi: è dura uscirne!

Metà 2009. Fine 2009. 2010. Fine 2010. 2011. Il tempo passa, ma la “fine” della crisi e l'effettivo rilancio dell'economia sembra slittare di mese in mese, e non appena ci si crede finalmente al riparo dalla pioggia, arriva una grandinata di eventi negativi a riportare la fiducia dei piccoli imprenditori italiani sotto i tacchi. Ma...
di Andrea Chirichelli | 30 agosto 2010
Nonostante tutto, il cammino che porta verso la luce, almeno per metà strada, è stato percorso.

Secondo i dati forniti da Fondazione Impresa, le piccole imprese italiane sono al metro 59 (su 100) nel “tunnel della crisi”. Artigianato, Piccola Impresa e Servizi sono – nell’ordine – a 61.3, 60.3 e 59.9 metri.

Soffre il Commercio che si colloca solo al metro 56. In termini di macro-aree il Nord Est è in testa quasi al metro 64, poi il Nord Ovest al metro 61,3. Indietro il Centro e il Sud Italia a 57 e 55.5 metri. 

La ripresa della domanda e degli ordini è per quasi il 64,9% dei piccoli imprenditori intervistati uno degli elementi principali che fanno vedere la fine del tunnel della crisi.

Per il 27,7% una situazione economica generale migliore e appena per il 4,3% decisioni istituzionali più incisive.

Nell'elenco delle priorità stilate dai piccoli imprenditori per il governo delle Regioni spicca al primo posto – con un punteggio di 8.6/10 – la necessità di semplificare e rendere più efficiente la macchina pubblica e, con 7,9 punti su 10, quella di sostenere reddito delle famiglie e occupazione. Inoltre, secondo i risultati dell’ “Osservatorio Congiunturale In Italia” elaborato da Fondazione Impresa, i primi sei mesi del 2010 sono stati caratterizzati da andamenti negativi nella produzione/domanda e nel fatturato (flessioni inferiori al punto percentuale) e da un calo consistente dell’occupazione (-2,3%).

Il livello dei prezzi ha segnato un incremento superiore a +3%, mentre la propensione ad investire si è attestata attorno al 14%. Nelle previsioni per il prossimo semestre si prevede un incremento della produzione/domanda intorno al punto percentuale ed una crescita del fatturato superiore al +2%. Prosegue, tuttavia, anche nei prossimi sei mesi la contrazione del numero di addetti, anche se in modo più contenuta (-0,6%); il trend dei prezzi dovrebbe risultare meno accentuato (+1,5%) e dovrebbe mantenersi stabile la quota di investitori (13,7%)

In uno scenario a dir poco fumoso, i segnali positivi appaiono come fari nella nebbia: uno di questi è senz'altro il via libera dato dalla Banca d'Italia alla creazione del fondo d'investimento, costituito da Tesoro e Cassa depositi e prestiti, Abi e Confindustria per la crescita patrimoniale delle piccole imprese sottocapitalizzate.

La greppia da cui attingere si è fatta più ricca rispetto alle previsioni iniziali ed il fondo, grazie all'entrata in scena di gruppi bancari quali Unicredit, Intesa San Paolo e Monte Paschi, è salita da 1 a 1.2 miliardi di euro. Altre azioni di raccolta fondi verranno effettuate nei prossimi mesi ma già questo è un risultato ritenuto interessante. Il target finale che si intende raggiungere è di 3 miliardi di euro. Le prime operazioni dovrebbero vedere la luce nel quarto trimestre del 2010. Secondo le prime stime, le imprese target potrebbero essere più di 10mila e la durata complessiva della partecipazione ai progetti di finanziamento dovrebbe durare circa 15 anni, 5/6 dei quali per la fase di investimento e 7/9 anni per quella di disinvestimento.

Il fondo è rivolto ad aiutare le aziende che hanno un  fatturato compreso tra i 10 e i 100 milioni che desiderano espandersi all'estero. Metà delle risorse disponibili per entrare direttamente nel capitale delle imprese, mentre l'altra metà verrà utilizzata per alimentare fondi di private equity di piccole dimensioni che investono in PMI. Secondo ai dati disponibili, le PMI italiane soffrono, rispetto alle equivalenti europee, a causa dei clamorosi  ritardi dei pagamenti: l'Italia in questo senso detiene il triste primato e la maglia nera d'Europa, visto che le amministrazioni pubbliche pagano con una media di sei mesi di ritardo rispetto alle scadenze previste contro i 24 giorni di Finlandia e Estonia, i 33 di Lettonia, i 35 della Repubblica ceca, o i 36 della Germania. Meglio dell'Italia, con un mese in meno di attesa, ci sono persino le tanto criticate Grecia e Spagna.

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Crisi, PMI, fondi
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