Redazione PMI-dome |
14 ottobre 2010

Il tradizionale modo di fare impresa muta sempre più velocemente sotto l’influenza del Web. Se è vero che con l’evoluzione dei mercati l’attenzione verso il pubblico è cresciuta parallelamente con lo sviluppo dei reparti di marketing e delle ricerche di mercato, è altrettanto consolidato che è la
Rete ad aver dato scacco al vecchio modo di fare impresa. Grazie ad essa, il consumatore ha acquisito gli strumenti necessari per divenire una componente attiva abbandonando il ruolo di semplice e passivo destinatario finale. Infatti, Internet non è più solamente un mezzo con cui reperire informazioni. Con l’avvento del
Web 2.0 l’utente si pone al centro di un contesto interattivo, in cui lui stesso può creare e modificare i contenuti con nuovi elementi come
blog e
wiki. Si è quindi delineata un’evoluzione dell’
e-commerce, che consente una partecipazione maggiore dei clienti, dando vita a modelli basati sul concetto di marketing generato dall’utente.
La parola alla follaQuesto nuovo modo di intendere il mercato sulla rete, si può vedere come una diretta conseguenza dell’ormai noto
User Generated Content. Ed è proprio dalla sua naturale evoluzione che, in questi ultimi anni, si sono delineati approcci più o meno improntati a trasformare i clienti in partner creativi per le imprese. Da ciò nasce il concetto di
crowdsourcing, coniato per la prima volta nel 2006 da Jeff Howe giornalista di Wired. Se volessimo dare una definizione precisa di questo termine, dovremmo definirlo come l’unione di due parole:
crowd, ovvero folla, e outsourcing, il processo mediante il quale le aziende appaltano all’esterno parte delle loro attività. Risulta immediatamente chiaro, dunque, come questo neologismo indichi un modello di business differente dagli standard conosciuti. Con il
crowdsourcing un’impresa richiede lo sviluppo di un prodotto, servizio o progetto ad un insieme di persone attraverso il Web, rivolgendosi in tutto o in parte ai consumatori stessi. Cambia dunque l’idea di
outsourcing, visto prima come parte di un modello
business to business ed ora come processo pronto ad investire sul principio della “saggezza popolare”, affidando al pubblico la soluzione di un problema. Con questa strategia non si ha più un concetto di problem solving legato a singoli specialisti del settore, ma ad un vasta comunità virtuale che mette a disposizione le sue competenze per fornire soluzioni appropriate.
Una crescita continuaInizialmente il
crowdsourcing si basava sul lavoro di appassionati che dedicavano il loro tempo libero alla creazione di contenuti e risoluzione di problemi. Come è facile intuire, questa metodologia
di lavoro è da sempre
insita nei
progetti open source,
ma non solo. Wikipedia descrive
perfettamente il concetto di
collaborazione attraverso uno
strumento Web 2.0, come il wiki.
L’enciclopedia online, infatti,
vive grazie ai contenuti inseriti
dagli utenti e che chiunque può
direttamente editare. Con lo
svilupparsi della rete, l’on-line
marketing ha sempre più fatto
proprio l’uso dei social media,
unitamente all’idea di creare
un modello non centralizzato
che vede la partecipazione della
“folla”. Questo ha portato al
costituirsi di un meccanismo in
cui i protagonisti divengono non
solo le multinazionali, ma anche
le PMI, i freelance e gli utenti
della rete. Un’azienda volta a
realizzare un particolare progetto,
avrà bisogno di assumere un
know-how specialistico. Ecco
dunque che il problema viene
esternalizzato ad una community.
Il crowdsourcing prevede
a questo punto interessanti sviluppi.
Non solo questo modello
premia il singolo esperto sulla
rete, ma favorisce il lavoro in
team. Si ha una vera e propria
attività di
brainstorming, in cui
più
utenti della Rete si uniscono
per raggiungere una soluzione.
L’impresa ha dunque a disposizione
un bacino di esperti
con competenze differenti, che
altrimenti non avrebbe potuto
gestire, né per costi e né per localizzazione.
Possiamo dunque
dire che si ottiene una “globalizzazione”
dell’outsourcing.
Analisi del modelloSebbene il
crowdsourcing sia un
meccanismo che si rivolge alla
totalità del pubblico sul Web, è
necessario fare alcune precisazioni.
L’idea su cui si basa il modello
non va infatti fraintesa. Le
persone che si propongo come
controparte nella risoluzione
dei problemi, sono in genere liberi
professionisti o comunque
soggetti con una buona esperienza
sul campo specificato.
Sono quindi loro stessi a garantire
con la propria professionalità
la qualità delle opere. Come in
ogni modello di marketing che
si rispetti, però, c’è comunque
bisogno di un controllo. Cercare
di sfruttare le potenzialità del
crowdsourcing “ad occhi chiusi”,
può infatti portare ad ottenere
risultati non soddisfacenti. Proprio
per questo, sono nate delle
apposite piattaforme dirette alla
gestione di comunità di professionisti
in differenti settori. Il
loro funzionamento si può suddividere
in alcune semplici fasi.
Per prima cosa il committente si
iscrive al servizio online fornito
dalla specifica piattaforma. Successivamente
viene proposto
il
concept o il task da eseguire.
Questa è forse la fase più importante,
in cui le aziende danno
le specifiche necessarie per
far fronte alle proprie richieste.
Queste possono essere di svariata
natura: dall’ideazione di una
pubblicità alla soluzione di un
problema tecnico o alla realizzazione
di un progetto. A questo
punto viene quindi fissato un
limite temporale, entro il quale
la community della piattaforma
dovrà presentare le proprie
idee e soluzioni. In alcuni casi,
possono essere anche forniti i
mezzi per realizzare i concept
richiesti, o fissati eventuali limiti
di budget. L’idea migliore sarà
infine scelta dall’azienda committente,
in base alle specifiche
richieste ed a un sistema di votazione
previsto dalla piattaforma.
Risulta dunque semplice capire
quanto sia importante essere il
più professionali e precisi possibile,
così da collezionare giudizi
positivi e crearsi una buona
reputazione. Queste sono infatti
caratteristiche indispensabili se
si desidera essere una componente
attiva del sistema.