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Biotech: aziende in crescita, ma mancano i dirigenti

Dopo uno stop ed alcuni contraccolpi della crisi nel 2009, le aziende del settore biotech mostrano i loro muscoli ed appaiono in forma e vigorose. Purtroppo però la loro crescita non è supportata da figure manageriali specifiche. Ecco dunque che si apre la caccia ai dirigenti!
di Giovanni Barbieri | 05 novembre 2010
L’economia non gode di buona salute, le aziende stanno affrontando serie difficoltà, anche se i differenti settori sembra stiano superando il periodo più nero, vivendo e lavorando in vista di una prossima più volte annunciata ripresa.

Nonostante tutto, però, esistono dei settori che, pur avendo conosciuto un baluardo di crisi in passato, oggi sembrano aver riacceso il motore, per prepararsi nuovamente a sfrecciare in pista, nella speranza di produrre innovazione ed emonumenti.
Queste nuove Ferrari dell’economia post-crisi sono le imprese italiane che operano nel settore delle biotecnologie, un ambito che è nato recentemente nel nostro Paese ed ha visto un’incredibile crescita di nuove giovani imprese del comparto PMI, affacciarsi su una situazione di ricerca e sviluppo tutta italiana e tutt’altro che rosea.

Eppure, dopo un anno 2009 per nulla positivo, queste aziende, forse perché piccole ed abituate a gestire piccoli crediti senza spreco, forse perché inserite in un ambito di notevole importanza strategica moderna e futura, hanno tenuto saldo, conoscendo nel 2010 un’incredibile crescita.

Nel 2009, infatti, le dichiarazioni di Roberto Gradnik, allora presidente in carica dell’Assobiotec, l’Associazione Nazionale per lo sviluppo delle Biotecnologie, avevano lasciato poca speranza, esprimendo forte preoccupazione: “La crisi economica si sta ripercuotendo sulle realtà industriali che, come quelle biotech, maggiormente progettano e investono sul futuro internazionale. In questo scenario, in assenza di misure di sostegno, il settore rischia un tracollo nel giro di 1-2 anni”. Quelle parole erano legate a particolari situazioni come ad esempio alla crisi attraversata dal centro di ricerca oncologico lombardo Nerviano Medical Sciences.

Nonostante questa situazione, il presidente di Farmindustria Sergio Dompè sottolineava all’epoca “Le imprese italiane hanno lavorato bene, soprattutto nel red-biotech dedicato alla salute che ha visto un aumento delle registrazioni di nuovi farmaci del 40% a livello mondiale nell'ultimo anno. Oggi la pipeline di prodotti italiana conta 136 medicinali in fase clinica e 73 in preclinica, oltre a 49 progetti in fase discovery”

In quel periodo, il report Blossom 2009, basato sui bilanci 2007, mostrava un settore biotecnologico italiano composto da 260 imprese, aumentate di 30 unità al gennaio 2007, tra le quali predominavano quelle red-biotech, dedicate alla salute, che accresciute da 168 a 190, rappresentavano il 73% sul totale, affiancate dalle piccole imprese, salite fino a 190. Entrambi i rami godevano di una fortissima quota di start-up (147, pari al 57%), il tutto per un totale di 41mila addetti, di cui oltre 8.500 impegnati in attività di ricerca & sviluppo (+36%), con un fatturato globale di 5,4, migliorato del 24% rispetto all’anno precedente.

Il problema dunque nel 2009 non era tanto la mancanza di iniziativa, quanto la mancanza di capitali: “Chi ha i capitali ha il coltello dalla parte del manico”, sottolineava Gradnik, “l'accesso al capitale è diventato più caro e selettivo e temiamo un aumento della mortalità delle aziende». Chi rischiava di più erano le aziende senza fatturato perché basate solo sullo sviluppo e la ricerca.

Ed oggi? Bene nel 2010 la situazione è migliorata, anche se ovviamente il biotech è un settore non privo di criticità. Ad Aprile di quest’anno, Sergio Dompè osservava: “Il numero di progetti in sviluppo che ci sono dà grande soddisfazione scientifica, imprenditoriale e professionale, perché se è vero che scontiamo ancora il ritardo accumulato in partenza, nei prossimi anni potremmo vedere arrivare sul mercato ottimi prodotti italiani, soprattutto in campo biofarmaceutico. Si conferma molto buona anche la produzione scientifica italiana che è la base dell'innovazione. Il finanziamento competitivo della ricerca è l'approccio più salutare, più corretto e più producente che ci possa essere”.

Questo entusiasmo è anche figlio del rapporto "Biotecnologie in Italia 2010" ad opera di Ernst&Young e Assobiotec, secondo il quale sarebbero 6,8 miliardi il fatturato del biotech tricolore, che conta oltre 50mila addetti complessivi e 302 prodotti in fase di sviluppo, grazie ad un battage di 319 imprese biotech, di cui il 53% erano nate come start-up tra la fine degli anni '90 e l'inizio del 2000, seguite dagli spin-off accademici (24%). Da notare anche come 187 delle aziende totali sono biotech pure, ossia hanno fatto delle biotecnologie il proprio core-business e tra queste il 27% ed il 41% sono rispettivamente piccole e micro imprese. Infine, delle 319 imprese oggi esistenti, il 61% sono attive nel comparto salute, il 13% nelle biotecnologie agroalimentari ed il 7% in quelle industriali.

Nonostante ciò, si parla di numeri piccoli e di una grande distanza rispetto agli Stati Uniti ed ai paesi del Nord Europa. Infatti, se come numero di aziende biotech pure, le cifre italiane sono il linea con quelle francesi(175) e svedesi(134), non si può certo dire la stessa cosa del fatturato, pari in Italia a 1,2 miliardi ed inferiore a quello francese(2,2), inglese(3,7) e svedese(1,7).

Oltre al problema degli investimenti, già evidenziato nel 2009, un'altra difficoltà frena in qualche modo il fatturato italiano, lasciando il Belpaese indietro rispetto agli altri paesi: mancano dirigenti!

Ebbene, in un settore in crescita come il biotech, le aziende sono costrette ad andare a caccia dei dirigenti formati non solo dal punto di vista economico, ma vicini ed attenti alle tematiche scientifiche, di modo che all’interno delle imprese possano sostenere ed affiancare i 5800 ricercatori impegnati in ricerca & sviluppo.

“L'Università italiana non forma giovani in grado di avere un futuro fuori dalle proprie aule”, sottolinea Simone Maccaferri, presidente dell'Anbi, l'associazione che riunisce più di 600 biotecnologi italiani, continuando, “In Italia, a differenza del mondo anglosassone, ci si focalizza sugli aspetti della ricerca pura e non della ricerca applicata e del trasferimento tecnologico”.

Servono dunque figure in grado di fornire consulenza e coaching e di gestire i sofisticati strumenti e macchinari messi a disposizione delle start-up, che rischiano, una volta superati i primi anni di attività, di essere sbilanciate verso la ricerca e di divenire sprovviste di figure manageriali. Maccaferri continua: “Finora chi si occupava di tech transfer aveva un background prettamente economico, che integrava con conoscenze in campo scientifico. Ora invece stanno nascendo master e figure professionali che partono da una preparazione scientifica”. Figure che sono molto diffuse nei paesi anglosassoni, ma che ancora devono trovare impiego in Italia, oltre che nelle università e nei parchi scientifici, anche nelle aziende di grandi dimensioni.

Proprio per supportare e superare queste necessità di ricerca di personale specializzato, dal prossimo gennaio la piattaforma di lavoro dell'Anbi, BiotechJob, dove oggi sono registrate 80 aziende e presenti i curricula di 600 biotecnologi italiani, sarà riorganizzata in sezioni, recanti un elenco di aziende biotech e biotech-oriented in Italia (Bioplayers), un professional network dei professionisti delle biotecnologie in Italia (Biopeople) ed una raccolta delle offerte di lavoro del settore (Biojobs).

Giovanni Barbieri

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