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PMI Dome

La crisi libica, l'aumento del petrolio e le ripercussioni sulle PMI

Dal tesoro del Rais all'aumento dei costi di produzione, dalla crisi alla rinascita, paure e opportunità del piccolo business
di Lorenzo Mari | 01 marzo 2011
Oltre all’ovvia conseguenza del disastro umanitario che si sta verificando nel Paese, che registra ormai decine di migliaia di morti, naturalmente la crisi libica porta con sé una grossa incombenza anche sul versante economico, causando dei disagi che, prevedibilmente, si ripercuoteranno per anni sulle economie del mediterraneo, aumentando la situazione di instabilità nel Maghreb, dunque, riducendo il tasso di investimento diretto estero in tali paesi.

Un danno duplice, non solo per le economie dei Paesi nordafricani, ma anche per le aziende dei Paesi che affacciano sul bacino del Mare Nostrum che esternalizzando la produzione sull’altra sponda tentavano di ridurre i costi cercando di far fronte alla spietata concorrenza delle economie emergenti.

Sebbene, come è ovvio, in questo periodo tale aspetto sia destinato a passare in secondo piano, si tratta con tutta probabilità del primo problema che si troverà ad affrontare il nuovo regime che si spera a Tripoli possa prender presto il posto del “sultanato” oggi presente.  

L’esposizione italiana
Fino ad un recentissimo passato la presenza italiana in Libia era molto alta, facilitata dall’abbondanza di risorse primarie, dal basso costo della forza lavoro e da un’azione diplomatica che da anni ha fatto registrare un chiaro favore nei confronti del Paese (come i più attenti ricorderanno la tradizione di collaborazione italo-libica va ben al di là della storia dell’attuale governo, sebbene è innegabile che mai in precedenza si era assistito ad un carosello di cavalleria, alle tende berbere e a tutto ciò che ha accompagnato Gheddafi nella sua ultima visita).
Per fare politica economica spicciola, se due Paesi sono in buoni rapporti, di solito lo sono per una questione di interdipendenze economiche che preludono o fanno da base fondante di interessenze politiche. Nel caso della Libia, l’Italia aveva naturalmente interesse a che agisse da principale “termostato” del bacino mediorientale e tale investitura è avvenuta nel tempo attraverso due leve, una prima di stampo economico, che ha visto il sempre maggiore ingresso del Paese africano e dei suoi leader in qualità di investitori all’interno dei gruppi italiani economicamente più rilevanti (Unicredit, Fiat, Juventus, Finmeccanica, solo per citarne alcuni);  in secondo luogo attraverso un tentativo (a nostro avviso assolutamente maldestro) di riabilitazione della leadership libica, da tempo poco ben vista nella scacchiera internazionale. 



Cresciuti sull’asse energetico dopo la cancellazione dell’embargo nel 2003, i rapporti tra il nostro Paese e la Libia hanno ricevuto nuova linfa nel 2008 con il "Trattato di amicizia" fra i due Paesi.

In particolare, il processo di accesso ai capitali italiani da parte di Tripoli si potrebbe riassumere in un semplice circolo: la Libia produce energia (di cui l’Italia è il primo consumer), l'Italia paga la Libia - i capitali libici vengono reinvestiti in Italia, generalmente attraverso la Banca centrale con il fondo sovrano Lybian investment authority – l’economia italiana prende fiato – la Libia continua a vendere risorse energetiche.

Per semplicistico che possa sembrare questo processo di crescita ha finito per legare i nostri due Paesi in maniera molto stretta. 

Le principali partecipazioni dei libici in Italia sono in UniCredit (7,5% tra Banca Centrale e Lia, il fondo sovrano), Finmeccanica (2%), e la stessa Eni (oltre l'1%), ma anche nella Juventus, Olcese, e forse anche un pacchetto di Fiat.

Si tratta di circa quattro miliardi di euro, su cui avevano potere di firma uomini molto fedeli del Rais.

Anche a questo oggi si cerca di riparare. Le alte sfere della nostra amministrazione stanno studiando come mettere in sicurezza le partecipazioni dello stato libico in Italia, cercando di impedire manovre finanziarie fraudolente. Il Comitato sulla sicurezza finanziaria per decidere se oltre al congelamento dei fondi che fanno capo alla famiglia del leader e dei suoi prestanome (disposizione già imposta dalla stessa Organizzazione delle Nazioni Unite) si possa anche deliberare un “freezing” delle altre partecipazioni in Italia facenti capo ad altri enti statali per evitare che possano essere liquidati da membri del regime.

PMI, esposizione, materie prime e costi di produzione
L’apertura alle infrastrutture italiane, da parte del paese nordafricano, ha dato ulteriore spunto alla spirale (non si saprebbe dire oggi se virtuosa o vizioza) di crescita congiunta. A fine 2010 il suolo libico ospitava oltre 100 imprese tricolore, prevalentemente collegate al settore petrolifero e alle infrastrutture, ma anche ai settori della meccanica, dei prodotti e della tecnologia per le costruzioni.
Naturalmente, il problema libico come accennato non riguarda solo i grandi gruppi. Anzi, riguarda soprattutto i piccoli che non hanno capitale fresco da reinvestire per dar fiato ad un sistema economico che stava per percepire i primi segnali di ripresa e si ritrova improvvisamente schiacciato da costi di produzione che balzano a livelli alti. 
Del percorso di riabilitazione economico politica sopra accennato hanno fatto parte anche una serie di incontri che hanno posto le basi a che nel Paese africano si impiantasse una compagina di piccoli imprenditori che potesse rivitalizzare l’economia libica e, allo stesso tempo, sfruttare la vicinanza e il basso costo della manodopera per rilanciare la nostra economia nazionale.
Avevano accolto l’invito molte aziende italiane. Si noti che si trattava di un’operazione assolutamente bilaterale: lo scorso Novembre il governo di Tripoli si dichiarava, difatti, finanche disposto a mettere sul piatto 250milioni di euro per l'arrivo in Italia di un migliaio di lavoratori libici da formare "on the job" nelle Pmi italiane, con l'obiettivo di farne dei pontieri in vista dell'arrivo di aziende italiane in Libia. 

Proprio in occasione del Forum di Milano lo scorso novembre, l’Avv. Antonio De Capoa, il Presidente della Camera di commercio Italo-libica confermava: “La Libia può funzionare anche da hub nel Mediterraneo offre benefici fiscali ma non è in black list, ha parchi industriali appetibili. Ho visitato una fabbrica di ceramiche vicino Misurata che entro luglio 2011 ripagherà l'investimento coprendo appena il 30% della domanda interna con una produzione di 4 milioni e mezzo di metri quadri di ceramiche all'anno. Un esempio alla portata di altre aziende”.

E il presidente aveva ragione, nello stesso periodo i dati diffusi da Promos confermavano che l'interscambio aveva superato i 12 miliardi di euro, cioè un impressionante 37% del totale degli scambi italiani nel Mediterraneo. In particolare le importazioni dalla Libia per oltre 10 miliardi di euro rappresentavano il 30% del totale delle importazioni italiane nei paesi del Mediterraneo. Le aziende e le associazioni di categoria partecipanti al Forum erano le più disparate, ne facciamo i nomi per dare un’idea dell’ampiezza dell’azione (in rigoroso ordine alfabetico): 

A.B. Isolanti, AAF Srl, ABC International Bank, AE Srl Appliances, engeneering, A-ICE Srl, Aida Srl, Aimeri Ambiente, Alfagomma, Ali d'Oriente, AMG Sud, API Export, Associazione Industiale Novara, Astra, Banca popolare di Milano, Banca Popolare di Sondrio, Banca UBAE, Base 16, Carpineti Cusmai Studio Legale, Cid Company of Industrial Development Limited, CMS, Co.Mi. Srl, Coco International srl, Cosberg Spa, Cossutta, CTG. Diesselan, Edilfibro Spa Elsag Datamat SpA, ERC Highlight SRL, Eurtope Arab bank PLC, Ferca srl, Fiera Milano Spa, Finanziaria Internazionale Alternative Investment Sgr, Forma Lighting Italia Srl, Gengroup Srl, Germanetti, Gruppo Bordiga, Icma san Giorgio, Ilsa International Srl, Immergas, Infovisti, Interprofessional Network Spa, Intesa Sanpaolo, Ispi, Ital Mass Srl, Ital parts group srl, Italcementi spa, Italtel, Leonardo Business Consulting, Libero Professionista Lorenzini Lucio, M&S Management & Solutions Srl, Marinacci, Mauritalia, Max Marble e Granite Sas, MEM Società Generale Macchine Edili SpA, Metropolitana Milanese Spa Metso Automation SpA, MGI La Rosa & Partners, Miglioli Group Corporation Srl, Nardi Elettrodomestici, Nest Spa, New Holland Kobelco, Offelleria Tacchinardi, PM Group, PriceWaterhouseCooper, Prisma Engeenering, Procopio, Realty Sviluppo Casa, Rinauto, Rosss Spa, Safetec, SGMLEKTRA, Sick Spa, Sideco, SOA, SOA Servizi Aziendali, SOL Spa, Somai, Studio Lionel Cividino, Studio Venturini, Studio Ziveri & Partners, Sveden, Systematica Spa, Tarros, Terra Armata, Tuareg Capital Unicredit, Unilogo, Verga Engeenering, Violante & Partners, Visiant Interlem Srl, Vivai Sandro Bruschi, Water Remediation, Ways srl, Windowoneurope

Insomma, dall’alta formazione alle infrastrutture, dalle grandi aziende di consulenza alle piccole realtà di ricerca industriale, dalla tecnologia al piccolo artigianato, un’economia assolutamente lanciata dal processo di approdo al mediterraneo. 

Poi la crisi. 

Morti, guerra civile, popolazioni allo sbando. E questa, come accennato, ci sembra essere solo la tristissima facciata di un problema che si ripercuoterà per anni. 



Tra i primi a stoppare la loro produzione nei Paesi del Nord-Africa, i gruppi petroliferi, che hanno iniziato a fermare l'estrazione di greggio facendo rientrare i propri lavoratori. E’ già di qualche giorno fa la notizia che Eni che aveva una notevole esposizione nel Paese ha deciso di interrompere la fornitura. Proprio ieri la stessa decisione è stata presa dal gigante petrolifero statale cinese, Cnpc, un gruppo che lavora in 29 paesi con p5 impianti dislocati in Libia e che ha deciso di evacuare tutto il personale.

Qualche giorno fa, anche per tentare di calmare la tensione delle borse che stavano provocando effetti di ribasso a catena, l’UE ha tentato di rassicurare gli investitori rispetto al fatto che le fonti di approvvigionamento del Sud Europa non erano limitate al Nordafrica e che, anzi, esse sono molte altre. Tra di esse venivano citate ad esempio Passo Gries in Piemonte, punto di arrivo del gas di Olanda e Norvegia, mentre si sottolineava come Tarvisio in Friuli raccogliesse il gas proveniente dalla Russia.
Tuttavia le riserve italiane sono costituite anche da altri paesi come la Slovenia, l’Algeria e appunto anche la Libia, dunque è innegabile che la crisi possa avere qualche effetto anche sulla nostra economia in termini di approvvigionamento delle materie prime. 

Così, come il comune cittadino si rende conto ogni giorno rifornendosi di carburante dell’aumento del costo del pieno sulla propria auto, allo stesso modo e in maniera più che proporzionale, il costo della materia prima peserà sulle aziende, principalmente in un Paese come il nostro che del trasporto su strada, o addirittura via mare, fa la propria principale economia.

Ma non è solo la stangata al distributore di benzina a dover preoccupare le aziende. A salire sono naturalmente anche i prezzi del combustibile da riscaldamento, di tutti gli altri derivati del petrolio come le plastiche, dei viaggi aerei e pressoché di ogni altro bene di consumo, poiché la merce prima di essere venduta dev’essere trasportata.

Ed è un discorso che non vale solo per il prodotto finito, ma anche per le materie prime e i semilavorati.

Ecco un grafico di Clusterstock diffuso qualche giorno fa che dimostra quanto l’impatto della crisi libica sull’economia mondiale possa essere rilevante. Subito dopo la guerra civile oggi in atto, troviamo la guerra in Iraq. Si tratta di una riduzione di 1.2milioni di barili per giorno difficilmente compensabile attraverso fonti alternative.


I pareri sul peso della crisi nell’economia delle materie prime sono di vario tipo, il presidente dell’Unione Petrolifera Pasquale De Vita, ha da poco sottolineato che "si tratta di momenti di grandissima turbolenza, anche se bisogna guardare un po' più in la". Infatti, benché si sia ora "nella fase acuta" l'interesse dei paesi produttori sarebbe a suo dire legato alle forniture, dunque non ci sarebbe nulla da temere. D’altra parte l’Agenzia Internazionale per l'Energia (AIE),organismo che controlla gli stock di sicurezza di petrolio dell'Ocse, ha messo i Paesi in “Stato di allerta elevato” perché giudica verosimile una possibile interruzione delle consegne dall'area Mediorientale e del Nord Africa.

In conclusione, appare opportuno sottolineare che non necessariamente il cambiamento è foriero di ricadute economiche negative. Anzi, così come la bassa stabilità di questo periodo porterà agli effetti immediati di cui abbiamo diffusamente parlato, allo stesso modo, quando la situazione ritornerà in stabilità, sarà verosimile che si impianti uno Stato democratico che da un punto di vista del rischio politico di investimento potrebbe garantire anche nel medio periodo risvolti economici interessanti, anche per i piccoli business.

Per dirla con Giacomo Vaciago "Le rivoluzioni sono sempre anche delle opportunità: se Paesi come la Libia diventano normali democrazie si aprono grandi spazi per l'economia italiana purché si muovano i veri campioni del nostro sistema, ovvero le piccole e medie imprese".

Si spera che l'agognata stabilità possa arrivare al più presto. Un Paese che non dia speranza di stabilità difficilmente attrarrà investitori e altrettanto difficilmente potrà avere un facile periodo di ricostruzione, ciò porterà verosimilmente ad un aumento della massa migratoria, dunque ad una riduzione della forza lavoro qualificata e, per conseguenza ad un aumento della criminalità organizzata che nelle situazioni “senza stato” riesce facilmente ad inserirsi colmando il vacuum di autorità e imponendo la propria legge. Se quella legge dovesse iniziare a “fare economia” uscire dalla crisi sarebbe molto più complicato che spodestare il Rais, sarebbe un’operazione che richiederebbe decenni. 

Certo in un momento in cui sembrava che la nostra economia stesse riprendendo fiato l’instabilità dell’area mediterranea non aiuta a risalire, ma è ovvio che c’è solo da aspettare. In questo frangente è assolutamente fondamentale che il governo aiuti anche i piccoli. Chi non ha credito difficilmente può far fronte ad una crisi più grande di sè di cui però gli effetti, come abbiamo dimostrato, sembrano essere molto, molto vicini all’economia reale. 

Lorenzo Mari


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