Ma può risollevare le sorti di un tessuto economico che spesso non vuol crescere?
di Francesco Forestiero |
23 maggio 2011
Non abbiate paura...
È un invito che, oggi, alla luce dello studio
Costruire il futuro. PMI protagoniste: sfide e strategie, dev'essere rivolto anche alle attività con meno di 250 dipendenti. L’analisi, elaborata dal
Centro studi di Confindustria e
presentata qualche settima fa, evidenzia uno stato di “
paura riconosciuta” in seno alle
Piccole e Medie imprese italiane: quella di non voler - o non poter - ricorrere a capitali esterni per crescere.
La ricerca, che ha raccolto informazioni su
508 attività del Paese, mostra come - a fianco di una forte volontà imprenditoriale - ci sia una barriera altrettanto resistente verso le risorse e le competenze extra-aziendali.
Ben
il 55% degli intervistati considera la gestione familiare la più consona per l’amministrazione della propria impresa.
Solo il 24% ricorrerebbe all’assunzione di management esterno pur mantenendo la proprietà. E appena
il 10% farebbe ricorso ad un manager aprendo la gestione finanziaria a capitale di soggetti terzi.
Gianluca Spina, presidente del Mip Politecnico di Milano, ha spiegato al
Sole24Ore che «Il dato non sorprende perché la difesa del modello familiare decresce con l'aumento dimensionale dell'impresa. Nel nostro Paese il numero di aziende molto piccole è altissimo e la resistenza al capitale esterno è conseguenza diretta della dimensione».
Ma allora, in un periodo di recessione economia come quello attuale,
come fa una piccola e media impresa italiana a crescere? E soprattutto: siamo sicuri che quella di non ricorrere a finanziamenti esterni sia una buona strategia?
Rispondere a queste domande non è semplice.
Una strada per capire se effettivamente
il ricorso al capitale di rischio sia una soluzione alla non-crescita, è quella di analizzare – per poi sfruttarli adeguatamente in base alla proprie esigenze - i vantaggi di questa pratica finanziaria.
Prima di toccarli con mano, però, e senza scendere in tecnicismi finanziari complessi e non analizzabili in questa sede, è necessaria una premessa. Ovvero, è indispensabile constatare quali sono i potenziali soggetti interessati al ricorso a forme di
private equity.
Esaminando sommariamente il mercato, si possono individuare
quattro tipologie di imprese "potenzialmente" interessate.
Le prime, naturalmente, sono
le imprese in crisi che necessitano di capitali; poi ci sono quelle che, in seguito all’uscita di alcuni componenti dell’azionariato,
necessitano di fondi; quelle che, viste le dimensioni insufficienti, per l’immediata quotazione in borsa,
vogliono ampliare il capitale; e infine, quelle che, al di là della quotazione,
sono aperte a ricevere capitali di terzi (magari per il lancio di un nuovo prodotto, per investire in ricerca e sviluppo e per la diffusione promozionale del brand).
C’è da precisare, inoltre, che una strategia di
private equity può essere attuata principalmente
in due modi: o attraverso l’
acquisto di quote di capitale o tramite l’
erogazione di prestiti destinati a divenire mezzi propri.
Un primo vantaggio del private equity è dato naturalmente da una
più elevata liquidità. L’impresa in crisi potrà “respirare”, saldare i debiti con i fornitori ed incrementare (anche se in maniera fittizia) il valore del sistema aziendale.
Un secondo vantaggio - che se può sembrare banale e scontato, ma che in realtà è quello più importante - deriva dall’
obbligo di dover adottare una governance trasparente e di dover necessariamente rafforzare i sistemi di controllo della gestione.
Passaggi necessari per garantire una corretta amministrazione delle prassi aziendali, anche considerando l’immobilizzo del capitale impiegato che, generalmente, è previsto per un periodo non inferiore a 5 anni.
Dopo il ricorso al capitale di rischio, infatti, saranno più stringenti i rischi legati ad una perdita del capitale investito e ad una possibile “rinata” carenza di liquidabilità. L’ingresso di capitali di rischio impone al management il conseguimento di una più alta redditività dei prodotti venduti o dei servizi erogati. Tutto, al fine di incrementare il valore dell’impresa e realizzare un più alto profitto, così da soddisfare le imprese partecipate al momento della dismissione.
In parole povere, si deve lavorare di più, e meglio, per ripagare gli interessi a chi ha investito denaro nel nostro progetto. Ma questo lavorare di più, e con più impegno, ci porterà anche a risollevare le sorti di un’impresa che sembrava – forse – destinata al declino finanziario.
In fondo, le iniezioni di
private equity sono come l’acqua nel deserto per le aziende in difficoltà. Attenzione, però, dissetarsi fa bene, ma esagerare sfinisce, logora e porta il sistema ad un contraccolpo ancora più grave che in precedenza.
Il
business plan legato ad una strategia di private equity deve essere commisurato ad una reale insufficienza finanziaria. Guai ad incrementare il fabbisogno dichiarato per tentare di ottenere di più dagli investitori.
Un maggior apporto di capitale, si traduce inevitabilmente in una maggiore fuoriuscita di interessi e, di conseguenza, ad un più alto sforzo organizzativo e lavorativo, che compromette la funzionalità e i ritmi interni dell’impresa, divenendo ingestibili e troppo mirati all’ottenimento di un profitto alto.
In situazioni del genere, sovente, ci si dimentica che l’obiettivo di un’azienda, oltre al profitto, deve essere anche quello di massimizzare il brand, incrementare la fidelizzazione della clientela e accrescere la percezione qualitativa della marca sul mercato.
In sostanza, come spesso accade nella finanza aziendale, anche nel ricorso al capitale di rischio, bisogna trovare un giusto equilibrio. Un punto d’incontro tra indebitamento e capitale proprio che si traduca in una leva adeguata al tessuto economico d’appartenenza.
È questo che le PMI italiane devono capire: il private equity può essere davvero la soluzione ad una crisi che sembra insormontabile. Può essere la fonte di nuovi progetti. Può fare da trampolino di lancio per molte aziende che hanno voglia di crescere.
Bisogna solo volerlo. E non avere paura.
In bocca al lupo