Moody’s, Standard & Poor's o Fitch sono sempre più spesso le vere fautrici di un mercato che gli speculatori amano e portano avanti con successo. I rating sono ormai quotidianamente in prima pagina e anche chi fino a qualche tempo fa non ne sapeva nulla di finanza o rischio politico, oggi saprebbe chiacchierare amabilmente del declassamento della Grecia sui mercati internazionali o della difficile situazione del nostro Paese a seguito delle ultime decisioni di Standard & Poors relative al grado di stabilità della nostra economia. Il successo è scoppiato con la crisi economica eppure questi strumenti esistono ormai da un secolo, il loro ruolo sembra diventare sempre più importante. Oggi il Sole 24 Ore fornisce - ai pochi che non avessero ancora approfondito la loro conoscenza rispetto al tema - una efficace spiegazione rispetto al lavoro di queste grandi strutture.
Normalmente le agenzie di rating si esprimono rispetto alla capacità di un emittente di ripagare il debito contratto con il mercato. “Agli strumenti utilizzati e questi strumenti, e più in generale all'emittente, si assegna un voto espresso attraverso le ben note lettere dell'alfabeto: dalla tripla A (il massimo) a scendere fino alla D (di default), che macchia in modo indelebile un debitore insolvente. A ciascun livello corrisponde una diversa misura di affidabilità del soggetto emittente e dall'altra parte un differente grado di rischio che l'investitore ha di non ricevere indietro il denaro impiegato alla naturale scadenza”.
Sottoposti a continua revisione i rating variano al variare della congiuntura nazionale o internazionale. Tale è la loro influenza economica che già il solo fatto che l'agenzia annunci di aver messo sotto osservazione le prospettive del rating genera dei risvolti economici sui mercati finanziari. Proprio come è avvenuto per l’Italia nel fine settimana con il declassamento di Standard & Poor's.
Risvolti poco attenti di una politica forse non troppo accorta all’immagine esterna del Paese.