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PMI Dome

Crescita economica: l’Italia rimane il fanalino di coda dell’Europa

Secondo un rapporto dell’Istat, l’Italia arranca troppo rispetto ai "fratelli" europei
di Mirko Zago | 26 maggio 2011
Il periodo di crisi è passato, il mercato si sta riprendendo. Questo è ciò che sentiamo dire in modo rassicurante tutti i giorni da politici e stampa. Dati alla mano però, le parole diventano un dolce sogno infranto. Stando infatti al Rapporto Istat che annualmente l’istituo di ricerca effettua con l’intento di “mettere a fuoco la situazione economica e sociale del Paese e di fornire elementi utili alle decisioni di tutta la collettività, integrando le informazioni prodotte dall’Istat e dal Sistema statistico nazionale e tenendo conto dei progressi della statistica ufficiale nella misurazione degli aspetti demografici, sociali ed economici”. Dai dati appare evidente che lo stivale stia arrancando a fatica verso una ripresa che tarda a compiersi soprattuto se a confronto con gli altri Paesi europei. Lo studio è stato presentato d’innanzi alle alte cariche dello stato (sono intervenuti il Capo dello Stato Giorgio Napolitano e il Presidente della Camera Gianfranco Fini) a Montecitorio qualche giorno fa.  

L’Italia è ferma a 10 anni fa
Per la sua vocazione produttiva – sottolinea l’Istat – e gli scarsi margini di manovra della finanza pubblica, il nostro Paese ha subito la crisi in misura comparativamente forte e ha stentato nella successiva ripresa: nel 2010 il livello del Pil è risultato ancora inferiore di 5,3 punti percentuali rispetto a quello raggiunto nel 2007, mentre il divario da colmare è del 3,7% nel Regno Unito, del 3% in Spagna e di appena 0,8% e 0,3% in Francia e Germania”. In sostanza la nostra bella Italia è retrocessa di 10 anni per poi lentamente avanzare di 13, si tratta in sostanza di una stasi pericolosa visto l’aumentare del divario con i Paesi che la crisi non l’hanno vissuta o che hanno avuto la capacità di uscirne rapidamente. Tra il 2001 e il 2010 il nostro Paese ha registrato un margine di crescita di appena lo 0,2% contro l'1,3% registrato dall'Ue e l'1,1% dell'Uem.
Secondo il presidente dell'Istat Enrico Giovanninil'Italia sta crescendo, ma c'è uno spiazzamento della produzione, c'è un problema di competitività: bisogna che anche le imprese ritrovino slancio. Senza un aumento di competitività, l'aumento della domanda interna andrà a vantaggio di altri”.
Calcolando una media di crescita per l’economia italiana nel 2010 questa è cresciuta dell'1,3%, contro l'1,8% della media Ue. Su base congiunturale nel primo trimestre del 2011, la crescita italiana è stata dello 0,1% e dell’1% in termini tendenziali. Ancora una volta lontani quindi dalla media europea che vede una crescita dello 0,8% su base trimestrale e del 2,5% rispetto ai primi tre mesi del 2010.
E’ sempre l'Italia, insieme alla Germania ad aver subito la maggior caduta del Pil, che nel 2008 e 2009 é rispettivamente calato del 7% (6,6% per la Germania). A differenza nostra però i cugini tedeschi hanno saputo recuperare completamente la perdita, così come gli altri Paesi europei che in media devono recuperare il 2,1% del Pil. Il nostro di Pil invece è inferiore di 5,1 punti percentuali rispetto al primo trimestre 2008 e il ripristino ad una situazione “normale” sembra lontano nel tempo.
Laconico il commento espresso da Enrico Giovannini: “il sistema Italia appare vulnerabile, più vulnerabile di qualche anno fa, con un ritmo di crescita del tutto insoddisfacente. L'economia nazionale mostra evidenti difficoltà nella fase di ripresa, meno sostenuta di quella di paesi a noi vicini come Francia e Germania. Tale andamento si spiega con una dinamica molto contenuta della domanda interna, frenata dalla riduzione dei redditi delle famiglie e dall'amplia capacità produttiva inutilizzata, oltre che dalle difficoltà delle imprese italiane a competere sui mercati europei e sullo stesso mercato nazionale”.

Stress sociale
Il potere di acquisto delle famiglie è calato del 3,1% nel 2009 e dello 0,6% nel 2010. La propensione al risparmio è scesa per la prima volta al di sotto della quota di altre grandi economie dell’Uem, con una percentuale del 9,1% (il valore più basso dal 1990). Le politiche di diminuzione della pressione fiscale tentate dal governo non hanno alleviato la situazione. Nonostante una riduzione dello 0,6 per cento e un reddito disponibile delle famiglie cresciuto dell'uno per cento, i prezzi sono saliti e il potere d’acquisto delle famiglie ha perso un ulteriore 0,5% (dopo il 3,1% registrato nel 2009). Gli italiani hanno dovuto intaccare i loro risparmi per poter affrontare la crisi e il tasso di povertà ne ha risentito. Il tasso di “rischio di povertà” è al 24,7% contro una media negli altri 27 Paesi dell’Ue del 23,1% di media (Germania risce a spuntare un 20% e Francia addirittura un 18,4%).

Mercato del lavoro
Anche il mercato del lavoro ha sofferto nel biennio 2009-2010 con un calo degli occupati di oltre 532mila unità di cui più della metà nel Mezzogiorno. I sociologi hanno evidenziato anche come la crisi del lavoro abbia alimentato il fenomeno dei Neet ("Not in education, employment or training"): nel 2010 erano 2,1 milioni in età compresa fra i 15 e i 29 anni. Non meglio se la passano le donne, che devono affrontare ulteriori problemi tipici del “genere” come difficoltà ad essere assunte in comparazione con la concorrenza maschile, rischio di perdere il lavoro in casi di maternità o assenza per problemi familiari o salute. Il tasso di occupazione delle donne italiane, già inferiore a quello medio europeo per quelle senza figli (63,9 contro 75,8 per cento), appare ancora più contenuto per le madri, per le quali si manifesta un divario crescente con la situazione europea. Nel 2009, secondo il rapporto, più di un quinto delle donne con meno di sessantacinque anni che lavorano o ha lavorato ha dichiarato di aver interrotto nell'arco della sua vita l'attività lavorativa per il matrimonio, la gravidanza o per motivi familiari. Nonostante ciò le donne si accollano impegni lavorativi anche superiori ai loro compagni maschi, le donne sotto i 44 anni che vivono in coppia lavorano in media, complessivamente, 9 ore e 8 minuti al giorno contro le 8 ore e 15 dei loro partner.

L’Industria può fare la differenza
La produzione del settore industriale, misurata a parità di giornate lavorative, è cresciuta nel complesso del 2010 del 6,4 per cento, con un recupero parziale della caduta del 18,9 per cento registrata nel 2009 (che seguiva, a sua volta, il calo del 3,4 per cento dell’anno precedente). Considerando l’evoluzione sino all’inizio del 2011, l’attività produttiva (al netto dei fattori stagionali) ha recupe- rato circa l’11 per cento rispetto al minimo toccato nel marzo 2009.
Il principale fattore trainante per la ripresa è stata la domanda estera, che comunque era anche stata la componente che aveva guidato la caduta nel corso della recessione. Nel confronto tra la componente interna ed estera del fatturato, deflazionate con i rispettivi indici dei prezzi alla produzione, si osserva che la prima – dopo una caduta di circa il 14 per cento nel 2009 – è aumentata del 4,7 per cento nel 2010 mentre la seconda, che pure aveva subito una contrazione dell’ordine del 20 per cento, ha segnato lo scorso anno un’espansione del 13,8 per cento. Molto pià ridotta invece la componente di domanda interna, ferma ancora a livelli scarsi.
La ripresa dell’attività industriale ha coinvolto progressivamente gran parte dei settori, soprattutto tra la fine del 2009 e la prima parte dello scorso anno. Dopo l’estate, tuttavia, la quota di settori in difficoltà congiunturale è tornata ad aumentare in maniera significativa.  Il recupero maggiore si è registrato nei prodotti intermedi e nei beni strumentali, cresciuti rispettivamente del 17,6 e del 13,7 per cento; meno marcata è risultata la risalita dei beni di consumo (+6,7 per cento:+4,8 per cento i durevoli e +7,0 per cento i non durevoli) e di quelli energetici (+2,4 per cento).

Ricerca e Sviluppo
L’obiettivo di raggiungere il 3 per cento del Pil per la spesa in ricerca e sviluppo (R&S) viene ereditato inalterato. Portare l’Europa a superare il livello di spesa statunitense e avvicinare quello giapponese è stato sinora mancato da quasi tutti i paesi, anche negli anni precedenti la crisi economica. Solo due paesi, Finlandia e Svezia, sono già da tempo collocati a livelli superiori a quelli obiettivi, mentre nessun altro Stato membro è stato in grado, negli anni Duemila, di raggiungerli, cosicché la media Ue si trova ancora sul 2 per cento. Il livello raggiunto dall’Italia nel 2008 (1,23 per cento) segnala che, per il nostro Paese, il livello del 3 per cento non è un obiettivo immediatamente raggiungibile e anche il target fissato dall’Italia nel Pnr nazionale per il 2020 (1,53 per cento) non è particolarmente ambizioso, restando distante da quello europeo e inferiore al valore medio del 2008.
Soltanto due regioni – cioè Piemonte (1,88 per cento) e Lazio (1,79 per cento) – sono già in linea con l’obiettivo dell’1,53 per cento fissato dal Pnr. Altre quattro superano il pur modesto valore medio italiano attuale dell’1,23 per cento: Friuli-Venezia Giulia (1,37), Campania (1,35), Emilia-Romagna (1,33) e Lombardia (1,24). Molto prossima è la Liguria (1,22).

Consoliamoci con l’E-Government
Se la situazione non sembra così rosea, l’Italia può contare almeno di essere tra i primi paesi per fornitura di servizi ai cittadini mediante mezzo informatico a vantaggio di un alleggerimento burocratico. I risultati della rilevazione mostrano come nel 2010 l’Italia si collochi prima nel ranking europeo insieme ad Austria, Irlanda, Malta, Portogallo e Svezia, con la totalità dei servizi considerati eroga ti elettronicamente (media Ue pari all’84,3 per cento). Molto soddisfacente per l’Italia risulta anche grado di interattività dei servizi offerti, pari al 98 percento per i servizi destinati alle imprese e al 99 percento per quelli offerti ai cittadini (i valori medi europei sono, rispettivamente, pari al 94 e all’87 percento). Rispetto agli anni precedenti (2007-2009) quando la percentuale di disponibilità dei serviz era pari al 70 per cento, l’Italia registra un progresso consistente. Per quanto riguarda i servizi disponibili on line, nel 2009 l’89,8 per cento delle amminstrazioni con sito web ha dichiarato di consentire agli utenti l’accesso a servizi di visualizzazione/o acquisizione delle informazioni, il 67,8 percento la possibilità di scaricare modulistica, 15,6 per cento di inoltrarla on line e il 7,6 per cento l’avvio e la conclusione per via telematica dell’intero iter relativo al servizio richiesto.

Stando alle parole di Gianfranco Fini, intervenuto alla presentazione del rapporto: “Si deve evitare di innescare nell'opinione pubblica reazioni emotive e di alimentare aspettative inevitabilmente destinate ad essere frustrate; al contrario, è sempre più urgente elaborare, sulla base di conoscenze neutre e puntuali, strategie e interventi di riforma modellati in modo tale da rispondere pienamente, e nel tempo, agli interessi generali della collettività”. Sicuramente l’ultimo punto trattato (e-government) risponde ad una domanda dei cittadini di accedere a procedure più semplici per usufruire di servizi fondamentali, ma a ben vedere si tratta di una magra consolazione se mancano interventi strutturali di appoggio che potenzino l’intero sistema economico. Per quanti fossero interessati ad aproffondire l’intero docuemento integralmente possono scaricarne una copia da questo link.


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