La nuova economia della conoscenza deve essere un mix tra sviluppo, ricerca, credito e networking
di Francesco Forestiero |
06 giugno 2011
Il ruolo del capitale umano nello sviluppo delle società è fuori discussione e “a parole” viene sempre dichiarato come fondamentale punto di investimento di politiche pubbliche e aziendali.
Il capitalismo italiano fatto di piccole imprese innovative di questa evoluzione strutturale, dell’investimento nelle competenze e dell’acquisizione di
skilled human capital vive e si nutre, o almeno dovrebbe, e il processo di avvicinamento del sistema universitario al sistema impresa dovrebbe essere la direttrice principale della crescita economica, specialmente in momenti di crisi.
Il paradigma dell'economia della conoscenza che identifica, promuove e trasferisce i saperi cognitivi e tecnologici utili alla produttività e alla crescita dovrebbe essere guidata dall’avvicinamento accademico al mondo imprenditoriale. Tuttavia i dati deludenti in quanto a numero di brevetti riconosciuti, ma anche a investimenti in conoscenza e alla spesa in
Ricerca e Sviluppo da parte delle Imprese italiane, con riferimento agli altri Paesi sviluppati, lascia interdetti rispetto alle opportunità di crescita del nostro Paese nel medio periodo.
Eppure, esistono sperimentazioni da emulare come quelle tra alcuni politecnici e alcune grandi imprese italiane ad esempio, joint ventures “de facto” che hanno portato ad una maggiore competitività. Ma le resistenze che tale processo di avvicinamento incontra sono molteplici e subiscono spinte bidirezionali: da una parte le università e alcuni settori del corpo docente che spesso ritengono di dover mantenere l’esclusiva nella ricerca, dall’altra il mondo politico che sembra tenere in sempre minore considerazione il sapere come mezzo di sviluppo; A ciò si aggiunge il sistema bancario e finanziario che è decisamente riluttante ad indossare le vesti del venture capital.
Resta poi l’aspetto meno edificante del nostro capitalismo “de localizzato”, in mille piccole e interessanti realtà innovative, l'individualismo tradizionale dei nostri piccoli e medi imprenditori su cui il contratto di rete può agire positivamente, come è stato anche sottolineato dal rapporto
Unioncamere 2011, ma che troppo spesso viene ritenuto un fardello amministrativo più che un’opportunità di crescita.
Secondo quanto analizzato in un pezzo del Sole 24 Ore di oggi da Carlo Carboni, se si vuole che l'industrializzazione del sapere divenga un processo diffuso e utile alla crescita sarebbero cruciali due mosse:
- La prima sarebbe incentivare l'architettura organizzativa tra università e reti di imprese, supportata mediante reti tecnologiche immateriali. Natrualmente rispetto a tale passaggio le due misure adottate di recente, ovvero la defiscalizzazione per i contratti di rete e il credito d'imposta per la ricerca universitaria, potrebbero – se adeguatamente sfruttati - costituire utili punti di partenza per diffondere un rapporto fattivo tra università e imprese.
- La seconda mossa è fare in modo che le istituzioni promuovano un'architettura di governance territoriale in grado di contribuire a creare un sistema relazionale e connettivo, produttivo e finanziario attento all'industrializzazione e alla finanziarizzazione del sapere.