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PMI Dome

Le Onlus? Sono il 4% del Pil italiano

Ma i dati analizzati dall'Istat sono ancora poco "aggiornati": il valore economico del terzo settore è in aumento...
di Lorenzo Mari | 04 luglio 2011
Quando si dice “Attività senza scopo di lucro" si pensa sempre al volontariato puro, con molta utilità sociale e poca utilità economica. Si tratta di una generalizzazione assolutamente errata. Il volume economico che i quasi 3,3 milioni di cittadini che svolgono attività di volontariato nel nostro Paese muovono, infatti, corrisponde a qualcosa come 8 miliardi di euro in un anno. Un valore economico che corrisponde a 385mila posti di lavoro a tempo pieno. Si tenga presente, poi, che questo valore appena fornito non riporta il volume generato dai 630mila impiegati regolarmente retribuiti. La capacità occupazionale dell’area no-profit, dunque, supera il milione di addetti, mentre le entrate - se complessivamente considerate per come realizzate dalle diverse tipologie di enti - salgono ad oltre ai 45milioni di euro: un valore che sfiora il 4% del PIL nazionale

Questa fotografia del terzo settore, più che mai necessaria per dare il giusto rilievo a questa porzione laboriosa e poco visibile del nostro Paese, è stata scattata dall’ISTAT ed è stata commissionata dall’Osservatorio sull’economia sociale del CNEL.

La riunione di presentazione del rapporto si terrà domani, martedì 5 luglio, alle ore 09,30, presso la Sala Gialla del Consiglio Nazionale. L'evento s'intitola: "La valorizzazione economica del lavoro volontario nel settore non profit". Il programma può essere scaricato a questo indirizzo.

Lo studio è stata la chiave per dare una risposta ad uno degli interrogativi più importanti tra quelli relativi a questo macro settore, apparentemente poco importante e, invece - come visto -, più che rilevante per la nostra economia.

L'Ilo, Organizzazione internazionale del lavoro, ha recentemente pubblicato un proprio manuale per la misurazione del lavoro volontario, un documento che ha visto la partecipazione di Lester Salamon, direttore del Centro studi sulla società civile della Johns Hopkins University, centro di studi unversitari e post-universitari di altissima caratura e punto di riferimento a livello mondiale su questa tematica.

Gualaccini, coordinatore del CNEL, osserva: “La valorizzazione economica del volontariato è fondamentale per rappresentare in modo realistico il peso dell'economia sociale”. Il metodo utilizzato per raggiungere questo obiettivo è quello del costo di sostituzione, assegnando cioè un valore economico al tempo offerto gratuitamente dai volontari che corrisponde al costo che si sarebbe dovuto pagare acquistando gli stessi servizi sul mercato. Successivamente, si è proceduto alla trasformazione delle ore donate in unità di lavoro equivalente e, conseguentemente, in numero di occupati a tempo pieno.

Ciò che vien fuori da questo calcolo è che le ore prestate dai volontari sono oltre 700 milioni, corrispondenti a 385mila unità occupate a tempo pieno. Si tenga presente, peraltro, che questo conto tiene presente dei dati di base piuttosto lontani, risalenti, per la precisione, all’ultimo censimento Istat dell'industria e servizi del 2001 e a quello delle istituzioni no-profit del 1999, dunque, è prevedibile che il dato sia ancora più rilevante di quanto emerso.

Tuttavia, il valore dello studio, come sottolinea Gualaccini, non risisede nei dati in senso stretto quanto nella loro rilevanza: “Il significato principale della ricerca che sarà presentata al Cnel – sottolinea il coordinatore del CNEL risiede nel fatto che si dimostra, numeri alla mano, come il volontariato non sia un atto individuale, ma un valore economico e sociale. Ed è importante che a queste conclusioni si giunga nell'anno in corso, che l'Europa ha voluto dedicare proprio al volontariato. La quantificazione delle unità lavorative, inoltre, permette di distinguere i contesti territoriali, gli ambiti di attività e i modelli organizzativi”.

Al limite di verosimiglianza dei dati rispetto alla corrente situazione economica post-crisi, dovrebbe porre rimedio il futuro censimento delle istituzioni no-profit, che prenderà il via nella primavera del 2012. Il nuovo studio considererà i bilanci al 31 dicembre 2011 e renderà disponibili i dati aggregati entro l'estate del 2013.

Quando si prova ad analizzare in maniera più approfondita la distribuzione di tale lavoro, si può notare come le ore donate alla comunità su base mensile dai volontari siano in media 20.

Anche in questo settore gli italiani dimostrano di mettere tanta passione in ciò che fanno e, come accade per il settore dell’impresa per il quale le PMI, sono il motore del cambiamento, proprio grazie alla passione di piccoli innovatori che creano crescita e sviluppo, allo stesso modo nelle Onlus il refrain del “piccolo è bello” si afferma in tutta la sua potenza creativa.

Non è un caso, ad esempio, che la frequenza delle ore lavorate risulti essere maggiore nelle associazioni e in particolare nelle Onlus, mentre essa sia decisamente più limitata nella sanità e nelle attività filantropiche.

La presenza media dei volontari, poi, appare essere inversamente proporzionale alla dimensione delle organizzazioni, più queste sono, difatti, di piccola taglia, più l’importanza e il volume dei volontari tende ad aumentare: si tratta di un effetto "fidelizzazione" rispetto agli scopi associativi, che lascia trasparire quanto questo genere di attività lavorativa nasca per passione e si sviluppi per la coscienza sociale di ogni lavoratore volontario. 

Ad ognuno di essi, ciascuno di noi, dovrebbe dire "grazie", perchè, come anche i dati ISTAT dimostrano, la crescita sociale è parte integrante della crescita economica. 


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