Una delegazione ai massimi livelli delle associazioni che rappresentano imprese e banche bussa alla porta del Commissario europeo per il mercato interno e i servizi, Michel Barnier, portando una proposta mirata a ridurre al minimo i possibili "effetti collaterali" che potrebbero derivare, al sistema produttivo, dall'entrata in vigore dell'accordo interbancario di Basilea III
di Andrea Chirichelli |
06 luglio 2011

Di cosa stiamo parlano nello specifico? Per i non adetti ai lavori, Basilea è una riforma pensata per
rafforzare le banche ed evitare altre crisi economiche, che aggiusta l’accordo steso per la prima volta nel 1988 nella città svizzera dove ha sede il comitato. La norma verrà introdotta gradualmente e solo nel 2020 sarà totalmente effettiva. I banchieri non sono mai stati troppo felici dell'introduzione di questa norma, temendo che i nuovi «paletti» potessero in qualche modo limitare la loro operatività, bloccando capitali che sarebbero diventati inutilizzabili per la normale operatività creditizia e rendendo le banche meno propense a prestare soldi, limitando quindi gli investimenti delle imprese (questo spiega certe riserve, per esempio, della Confindustria italiana) e, indirettamente, lo sviluppo dell'economia.

Il rafforzamento dei requisiti patrimoniali sarà attuato, più precisamente, in due modi: attraverso una ricomposizione dei requisiti patrimoniali verso strumenti di qualità più elevata; verrà richiesto alle banche di mantenere un cuscinetto («buffer») di capitale aggiuntivo sopra i minimi previsti.
Nuovi livelli dei coefficienti determineranno un incremento qualitativo e quantitativo del patrimonio di vigilanza rispetto alla situazione attuale. In primo luogo, sarà potenziato il cosiddetto «Minimum Common Equity Capital Ratio» (patrimonio di qualità primaria, calcolato sommando capitale azionario e riserve), il cui indicatore patrimoniale passerà dall’attuale minimo del 2% al 3,5% nel 2013 e al 4,5% definitivo nel 2015.
A questo, si aggiungerà un
Capital Conservation Buffer, ovvero un «cuscinetto» di ulteriore capitalizzazione obbligatoria: si partirà da uno 0,625% da gennaio 2016, per arrivare a gennaio 2019 ad un definitivo 2,5%. In tutto, il capitale minimo di migliore qualità più il cuscinetto di conservazione del capitale dovranno raggiungere il 7% al 1º gennaio 2019. Inoltre, salirà anche il Tier 1, ovvero il patrimonio di base, che tiene conto di capitalizzazione, utili, riserve e cosiddetti strumenti ibridi, il quale dall’attuale 4% passerà al 4,5% nel 2013, per arrivare al definitivo 6% a partire dal 2015.
L’accordo prevede di innalzare il rapporto tra patrimonio di vigilanza, ovvero i fondi su cui una banca può maggiormente contare in una fase di necessità, e totale delle sue attività. Non solo: più una banca ha attività investite, più dovrà essere alto il patrimonio di vigilanza.
Proprio in questi giorni, poi, visto che la crisi greca non passa ma peggiora, i governatori delle banche centrali riunitisi nel fine settimana a Basilea, hanno raggiunto un accordo che stabilisce cuscinetti di capitale aggiuntivi fino a 2,5 punti percentuali rispetto alle soglie stabilite dalle già severissime misure di Basilea 3, un protocollo d’intesa che nei mesi scorsi aveva determinato alcuni requisiti di capitale molto strigenti in capo alle principali banche internazionali.
Nell'accordo, si legge in una nota, le banche saranno definite utilizzando cinque criteri fra cui dimensioni, interconnessioni, attività in più Paesi e complessità.
Il capitale aggiuntivo necessario di tipo 'Common Equity Tier1' (ovvero quello di migliore qualità e facilmente utilizzabile in caso di crisi) sarà compreso in una scala dall'1 al 2,5% a seconda dall'importanza sistemica della banca. Inoltre, per disincentivare gli istituti di credito ad aumentare troppo la propria importanza sistemica, è previsto un 1% addizionale.
Quindi, che cosa chiedono banche e imprese italiane?
Semplicemente di "sterilizzare" l'aumento dei requisiti patrimoniali a fronte di crediti concessi alle Pmi, introducendo un fattore correttivo pari a 76,19%, da introdurre nella formula per il calcolo dei
risk weighted assets (la ponderazione per il rischio delle singole voci attive della banca) nel caso di un prestito a un'impresa di piccole o medie dimensioni. Le pmi infatti non sono poche e non solo, sopratutto, una caratteristica solo italiana, il che azzera ogni polemica inerenti presunti “favoritismi” da spendere per il nostro Paese.
Utilizzando la definizione europea (dove la piccola e media impresa arriva fino ai 250 dipendenti) si scopre che le Pmi rappresentano il 99,8% delle aziende in Europa, danno lavoro a 90 milioni di occupati e che generano il 58% dell'intero valore aggiunto europeo.
Fatto cento il totale delle passività delle imprese europee, nelle Pmi il debito incide per il 39%, mentre nel caso delle grandi aziende, la fonte del credito bancario pesa per il 19 per cento.