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PMI Dome

Crisi: indietro di 5 anni per il lavoro dipendente

Dal 2008 una riduzione del 12.6% per gli under 35, stando ai dati INPS
di Radazione
L’Italia è indietro di qualcosa come 5 anni rispetto al livello di lavoratori dipendenti e la crescita di questo dato che era stata sperimentata sino al 2008, con la crisi generalizzata che ha colpito l’Europa ha avuto un calo verticale. Un’inversione di tendenza che ha portato il nostro Paese ai livelli del 2006. Certamente, non è detto che la flessibilità del lavoro sia necessariamente un male, ciò che però è possibile affermare con una certa sicurezza è che una discesa del numero di lavoratori dipendenti non può che corrispondere ad una riduzione della fiducia da parte delle imprese. 

Ad oggi la categoria di coloro i quali sono considerati come dipendenti ha raggiunto quota 11,6 milioniL'elaborazione dei dati è stata portata a termine dal Centro studi Datagiovani attraverso un’analisi degli ultimi dati Inps. La riduzione ha interessato in primo luogo gli gli under 35 che rispetto al 2006 sono diminuiti del 12,6%, passando da 4,6 milioni agli attuali 4. 

Nel 2006 i dipendenti under 35 rappresentavano quasi il 40% del totale, ora sono invece arrivati ad essere solo poco più di un terzo. È discesa di oltre 5 punti percentuali invece l'incidenza dei giovani sui dipendenti a tempo indeterminato totali. “Sul calo dei giovani pesano fenomeni diversi - ha spiegato Michele Pasqualotto, ricercatore di Datagiovani - come l'invecchiamento della popolazione e l'aumento dell'inattività: per questo la flessione non si può ricondurre in modo totale a una perdita di posti, ma è certo che il mercato del lavoro dipendente per i giovani, dopo una crescita fino al 2008 e una brusca frenata nel 2009 e 2010, sia sostanzialmente bloccato, e retrocesso a livelli inferiori rispetto a cinque anni fa”.

Anche a la distribuzione territoriale rende l’idea di come la crisi sia stata generalizzata e che anzi abbia portato risultati ancora peggiori nei luoghi dove il sistema produttivo italiano aveva le sue roccaforti: è significativo difatti come sia stato al Nord che si sono registrate le flessioni peggiori: “la perdita è dell'1,5% nel Nord Ovest e dello 0,7% nel Nord Est dal 2006 al 2010 - sottolinea Pasqualotto - mentre nel Centro e nel Mezzogiorno ci sono fragili segnali positivi. Tutta colpa degli ultimi due anni, e in particolare del passaggio dal 2009 al 2010, in cui la flessione è stata del 4,7% in Italia, con una punta del 6% al Sud”.

Nel 2010 le regioni che hanno assorito la maggiore forza lavoro dipendente d'Italia sono state la Lombardia (con il 22%), il Veneto (con il 10,4%), il Lazio (9,5%) e l'Emilia Romagna (9,3%). 
A subire di più il calo di dipendenti rispetto a cinque anni fa è stato invece il Piemonte (-3,9%), seguito dalle Marche (-3,6%) e da Friuli Venezia Giulia e Basilicata (3,4%). 
In completa controtendenza invece la Puglia (+5,2%), il Trentino Alto Adige (+3,3%) e il Lazio (+3,2%).
La situazione è più generalizzata invece nell’ultimo anno. I segnali negativi più pesanti sono stati in Calabria (regione che ha registrato un calo del 10,7%), Molise (-7,3%), Sicilia e Sardegna (poco meno del 7 per cento).

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