Non è una sorpresa quella che risulta dalla diffusione dei primi dati
sul funzionamento del Registro Pubblico delle opposizioni al
telemarketing
di Angelo Greco |
21 settembre 2011

Innanzitutto, su oltre venti milioni di abbonati telefonici,
solo 618 mila si sono iscritti al Registro. Il che, lungi dall’essere specchio di un popolo che ama parlare con venditori di enciclopedie, è piuttosto prova di due importanti considerazioni. La prima, più banale, è che il Registro non ha ricevuto sufficiente pubblicità. Nessun programma televisivo ne ha parlato, nessun telegiornale lo ha annunciato, nessun commentatore lo ha spiegato. Il Governo si è limitato a qualche spot di pochi minuti, peraltro dal tenore equivoco (“
Ricorda:” – dice uno dei due testimonial della pubblicità in tv – “
uomo registrato, un po’ meno informato. Pensaci su. E poi scegli”. Un suggestivo escamotage per spezzare una lancia a favore delle aziende e scoraggiare, con la scusa di una “informazione completa”, l’iscrizione al Registro).
La seconda, più profonda, è che anche quanti erano a conoscenza del nuovo sistema, hanno preferito non perdere tempo con la registrazione, scettici sull’effettive capacità che esso avrebbe avuto per impedire la pubblicità. Avevano ragione. E qui veniamo al secondo problema.
Dei 618 mila iscritti, oltre mille hanno denunciato al Garante della Privacy il mancato rispetto delle regole da parte delle società di televendita. In altre parole, le aziende commerciali non hanno avuto scrupoli nell’utilizzare le vecchie liste di abbonati, senza confrontarle ogni quindici giorni con gli elenchi conservati nel Registro. Così, i registrati e i non registrati hanno quasi tutti ricevuto lo squillo della telefonista che promuoveva un nuovo contratto telefonico, una svendita di abiti, un’eccezionale collezione di orologi.
I rappresentanti delle aziende parlano di un necessario periodo di rodaggio, perché il sistema vada a regime.
Ciro Favia, presidente del Comitato di garanzia che sovrintende all’attuazione del Codice di Autoregolamentazione sul Telemarketing, sottolinea che i disservizi sono fisiologici nella fase di start up. Dalle pagine di
ItaliaOggi (numero 7 dell’11 luglio 2011), Ruben Razzante, consigliere di amministrazione della Fondazione Ugo Bordoni (delegata alla tenuta del Registro) minimizza i problemi: il servizio sta funzionando – afferma – nonostante qualche iniziale problema.
Le cose a noi appaiono diversamente. Ma, prima di passare alle critiche, ricordiamo cos’è e come funziona il Registro.
Il Pubblico Registro delle Opposizioni è un elenco in cui iscrivere il proprio numero di telefono se non si vogliono ricevere telefonate pubblicitarie. L’inserimento è gratuito, a tempo indeterminato e revocabile. Ci si iscrive compilando il modulo su
sito ufficiale, o telefonando al numero verde 800.265265, o inviando una mail a
abbonati.rpo@fub.it o un fax al numero 06.5424822 o, infine, tramite raccomandata a.r. (da spedire a “Gestore Registro Pubblico delle Opposizioni” – abbonati Ufficio Roma Nomentana, C.P. 7211, 00162 Roma). L’iscrizione non impedisce che l’utente venga raggiunto da telefonate pubblicitarie per autorizzazioni dallo stesso fornite successivamente all’iscrizione medesima (per esempio, dando il proprio consenso in un modello di contratto prestampato).
Gli operatori che intendano contattare gli abbonati devono registrarsi al sistema gestito dalla Fondazione Ugo Bordoni e comunicare la lista dei numeri in loro possesso. La Fondazione, in questo modo, escluderà dalla lista i numeri di quanti si sono iscritti al registro. La lista avrà validità per 15 giorni; dopodiché dovrà essere aggiornata.
Abbiamo a suo tempo criticato la scelta legislativa di passare, da un sistema (quello previsto in precedenza dalla legge 196/2003: “Codice in materia di protezione dei dati personali”) dell’
opt in (secondo cui solo chi firma l’autorizzazione può essere raggiunto dalla pubblicità), a quello opposto dell’opt out (secondo cui tutti possono essere raggiunti dalla pubblicità, a meno che non facciano valere il proprio diniego). In altre parole, vige oggi la regola del silenzio assenso alla televendita. Tutt'altro che una protezione, soprattutto se si considerano certe fasce di utenti, meno avvedute o, soprattutto, in presenza di anziani, poco pratici alle nuove tecnologie di registrazione. Si sarebbe potuto, invece, invertire il sistema, richiedendo la registrazione solo a quanti intendano essere “informati” dalla pubblicità. Il che ricorda la polemica che a suo tempo si aprì con la questione della donazione degli organi. Però così non è stato e, alla fine si è fatto il solito gioco dei più forti.
Ma c’è un discorso a monte più serio. La registrazione può essere effettuata solo da chi è iscritto in elenchi pubblici (per es., le Pagine Bianche). Il paradosso è che gli altri utenti, che per maggiore privacy non hanno inteso pubblicare il proprio recapito, la tutela è tutt’altro che scontata. Qualora infatti il loro numero venga in qualsiasi modo “intercettato” dall’azienda di telemarketing, essi – non essendosi potuti iscrivere nel Registro – subiranno la telefonata molesta. È il caso, per esempio, di numeri telefonici reperiti in albi professionali (v. avvocati, medici, ecc.), oppure rivelati con superficialità dagli utenti stessi (per es. dietro regali di gadget o in altre circostanze analoghe come all’atto della stipula di un contratto). In questi casi, l’unico modo per evitare la pubblicità è l’invio di una raccomandata di diffida all’azienda, per poi, in assenza di adempimento, ricorrere al giudice di pace. Ma ciò, oltre a risultare oneroso, diventa del tutto impraticabile al moltiplicarsi delle telefonate da parte di differenti soggetti.
E allora, se le cose stanno così,
perché il Registro? Una volta tanto la “colpa” è della
Comunità Europea, che aveva aperto un procedimento di infrazione contro l’Italia che, a suo dire, non aveva predisposto sistemi di tutela dei consumatori contro il telemarketing selvaggio. Così il nostro Paese ha adottato una normativa che, come prima preoccupazione, non aveva tanto la salvaguardia dell’utente, quanto piuttosto di porre fine al procedimento nei suoi confronti. E in questo, almeno, è riuscita nel proprio intento.