La nomina è stata apprezzata in maniera trasversale, ma resta il nodo Bini Smaghi. E Sarkozy minaccia la crisi politica
di Lorenzo Mari |
21 ottobre 2011

È di ieri sera la nomina del prossimo
Governatore della Banca d’Italia. Si tratta di Ignazio Visco, già vice Presidente del Board, stimato ed apprezzato dai colleghi e dal Presidente della Repubblica. A lui, in apertura di questo piccolo pezzo, facciamo i nostri complimenti e gli auguri di un buon lavoro.
Tuttavia, ci corre l’obbligo, per completezza di informazione, di dare un piccolo riassunto di come si sia arrivati a tale nomina, certamente autorevole e di grande importanza per l’immagine del nostro Paese.
Era il 14 febbraio quando
annunciavamo che nei corridoi di Bankitalia cominciava a girare la voce sempre più insistente che il Governatore Draghi avrebbe preso presto altri incarichi.
Si trattava di una notizia detta sottovoce e che inizialmente non faceva che sommarsi alle voci che volevano Mario Draghi alla guida di un Governo tecnico o all’interno dello stesso in qualità di ministro del Tesoro.
Giornalisticamente, ad alcune voci si dà poco rilievo, le si tengono da parte, guardandole e seguendole solo con la coda dell’occhio, ma stando sempre pronti a scattare per sganciare la “bomba” della notizia il più presto possibile. Poi, le voci si amplificano, prendono piede e pian piano si definiscono nei dettagli rafforzate da un tam-tam che nell’era di Internet non può che viaggiare a velocità siderali.
Così è stato nello scorso febbraio: nel giro di un paio di giorni la notizia si concretizzava e il vertice europeo di giugno poi decretava che sarebbe stato proprio il Governatore della Banca d’Italia il prossimo governatore della BCE.
Non si tratta di un passaggio di poco conto da un punto di vista professionale. Non sveliamo certo un arcano dicendo che ormai nell’eurogruppo il Governatore di Bankitalia ha una funzione di controllo sui conti pubblici, laddove la politica economica dell’UE e con essa quella monetaria degli Stati del gruppo Euro, è coordinata appunto dal Board della Banca Centrale Europea. Ecco allora che la nomina di Draghi in Europa non poteva che essere accolta con grande entusiasmo bipartisan, specie in un momento in cui si temeva che l’Italia potesse rappresentare l’anello debole dell’Eurozona.
Ma il punto politico di quest’oggi non si rivolge all’analisi della personalità di Mario Draghi, né dalla sua nomina a Governatore BCE. Il nostro giornale si è già congratulato in passato per la scelta e avrà modo di farlo nuovamente in occasione dell’insediamento del Governatore presso le sedi UE – previsto per il prossimo gennaio. Piuttosto, oggi tale nomina costituisce il punto di partenza “storico” di un negoziato italiano ed europeo e lascia in sospeso alcune questioni di cui certamente è il caso di tener conto, almeno se si vuole avere un panorama completo dell’establishment che governerà la politica economica europea, e dunque quella italiana, nei prossimi anni.
Il Board della BCE è infatti costituito da sei persone, un Presidente, un Vice-Presidente e quattro membri. Nella fattispecie sino alla fine dell’anno il Board sarà costituito ancora dal Presidente Jean-Claude Trichet, francese, dal Vice Presidente Vítor Constâncio, portoghese, da José Manuel González-Páramo, spagnolo, da Jürgen Stark, tedesco, da Peter Praet, anch’egli tedesco e dall’italiano Lorenzo Bini Smaghi.
Da quest’ultimo parte il valzer di promesse che, se da una parte ha avuto il merito di portare alla nomina di Mario Draghi a Presidente del Board, dall’altra rischia di avere effetti devastanti sull’affidabilità del nostro Paese.
Vediamo di fare chiarezza.
Le voci dicevano che al momento della nomina di Draghi ci fosse più di un candidato alla carica. Una delle possibilità ad esempio era quella che vedeva il tedesco Weber in seconda posizione dietro il nostro governatore e l’ex ministro dell’economia tedesco Steinbruek come candidato potenziale. Quando queste voci si sono concretizzate, si è compreso che si trattava di candidature “di servizio” – direbbero i politici – ovvero di candidature che non avevano alcuna possibilità di ottenere il supporto degli stati dell’Eurogruppo, ma che avevano come unico obiettivo quello di creare un’alternativa.
Non è un caso che Weber si sia ritirato per presunti “motivi personali” e Steibruek abbia palesemente dichiarato la propria mancanza di interesse. C’era da attendersi infine che la Germania non premesse per avere la presidenza del board, la preponderanza del Paese più forte dell’UE era ed è difatti già garantita dalla presenza di due membri all’interno del collegio esecutivo, come abbiamo visto.
Di fatto essendo il presidente attuale francese non si poteva chiedere che il nuovo governatore fosse nuovamente francese e d’altra parte era difficile immaginare che la Francia rinunciasse ad un proprio rappresentante nel board. Da qui parte il negoziato perché a fronte di una candidatura di Draghi si potessero ottenere anche le dimissioni di Bini Smaghi che avrebbe dovuto far posto ad un francese.
Quest’ultimo ha però “puntato i piedi”, per dirla con un eufemismo, richiedendo in maniera piuttosto esplicita che tale assunzione di responsabilità che avrebbe portato indubbi vantaggi al nostro Paese venisse in qualche modo compensata, d’altra parte il seggio del governatorato della Banca d’Italia sarebbe stato libero, Tremonti era in bilico e le opportunità di riorganizzazione ci sarebbero state.
Il Presidente Berlusconi a questo punto ha cercato di gestire la situazione. E qui entra di prepotenza il condizionale, perché ci aggiriamo nel campo delle voci non ancora del tutto concretizzate, anche se confermate da più fonti.
Pare che il Premier abbia garantito a Bini Smaghi un equo compenso politico. Bini Smaghi a questo punto avrebbe dato al Presidente francese la propria disponibilità alle dimissioni, sbloccando la nomina di Draghi alla BCE nel vertice dello scorso Giugno.
Crisi evitata? Non proprio.
Trascorrono i mesi e il tempo richiesto per la nomina in pectore del nuovo governatore inizia ad essere tanto lungo da fare in modo che esso diventi un problema di caratura europea.
Sì, perché Sarkozy inizia a pensare di essere stato “truffato” da italiani che gli avrebbero per così dire “venduto la fontana di Trevi” e questo rischia di creare più di un problema diplomatico. Il timore purtroppo per Sarkozy si fa strada sempre più di pari passo con il dibattito interno che vede sfumare uno dei seggi disponibili per la famosa compensazione. I media infatti hanno sottolineato troppo questo gioco delle tre carte e per Berlusconi andare a nominare Bini Smaghi al seggio più alto di Bankitalia rischierebbe di avere delle conseguenze notevoli non solo sull’elettorato in un momento buio per la maggioranza di governo, ma anche nei rapporti diplomatici in Europa, in una fase storica in cui il nostro Paese non può assolutamente permettersi scivoloni finanziari.
Ecco allora un nomina autorevole, tecnica, interna, stimata in Italia e in Europa. Succederà a Mario Draghi Ignazio Visco. Complimenti trasversali e apprezzamenti dal Capo dello Stato, che sembra essere stato, con la solita discrezione sempre apprezzabile, il vero “burattinaio” del processo.
Guardiamo ora l’altra faccia della medaglia.
Se la “vendita della fontana di Trevi” ai francesi corrispondesse ad una manovra per fare in modo che il processo di stabilizzazione finanziaria italiana venisse per così dire ancora una volta facilitato dalla presenza di due italiani in BCE? Se questa manovra certamente poco diplomatica ma altrettanto certamente efficace fosse servita a fare in modo che alla coppia tedesca presente nel direttorato si affiancasse una coppia di italiani in grado di dare una mano al nostro Paese ad uscire da una crisi nera?
Ricordiamo che ieri lo spread tra Bund e BTP ha raggiunto 400 punti, che l’ultimo balzo i nostri mercati finanziari lo hanno sperimentato quando la BCE ha deciso in maniera “segreta” di acquistare titoli italiani e spagnoli per dare respiro all’intera area euro e che al momento la nostra solvibilità è comunque sempre a rischio, sono difatti molti i titoli bancari che rischiano di perdere la “tripla A” del rating internazionale.
Beh, se questa “vendita della fontana di Trevi” servisse a rimettere in gioco l’equilibrio economico dell’eurozona al di là del tecnicismo tedesco – assolutamente legittimo, beninteso – e con un po’ di “italian style”, allora non è detto che la perdita di credibilità che la nostra parola ha per forza di cose avuto in questa vicenda non sia servita a nulla.
Ma se non fosse così allora abbiamo davvero perso un’occasione. Se la crisi politica dell’Unione partisse da questo, i danni di medio periodo andrebbero ben oltre i 400 punti di spread. Da parte sua la Francia minaccia qualcosa di simile ad una nuova “crisi della sedia vuota”, visto che le dichiarazioni del Premier acquisiscono in campo internazionale una valenza di Gentlemen’s agreement considerato che generano delle aspettative in capo ai suoi omologhi, dunque qualora Sarkozy decidesse di porre la questione in maniera ufficiale non è escluso che l’Italia ne esca male.