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PMI Dome

L’Europa non può fallire

C’è un’organizzazione che dal ‘49 gestisce la vita degli stati europei, senza che i cittadini e le imprese, a volte, se ne rendano conto...
di Lorenzo Mari | 27 ottobre 2011

Lorenzo Mari

Lorenzo Mari, laureato in Scienze Politiche Internazionali, ha un Master Degree in Interantional Realtions and Diplomacy of the EU al College of Europe di Bruges ed ha conseguito un Master in Diritto Europeo presso l’Università di Valencia. Nel 2006 ha portato a termine uno stage in Commissione Europea presso la Direzione Generale Educazione e Cultura. È consulente in Project management e start-up d'impresa ed è esperto per Agenzia Nazionale Lifelong Learning in qualità di membro della Commissione nazionale di valutazione per i progetti LLP
In un periodo in cui le semplificazioni giornalistiche si sovrappongono e i titoli tendono sempre più a catturare l’attenzione del lettore rispetto alla “tragedia” della nostra situazione politico-economica, appare necessario che si faccia un po’ di chiarezza rispetto all’Unione, alla sua natura, al suo senso, che oggi come mai prima, ha sempre più carattere politico.
Quanto detto si pone come base di partenza per avviare un ragionamento che potrebbe portarci verso conclusioni un po’ meno semplicistiche del “sarkoziano” “l’Europa non è mai stata così vicina all’esplosione” (Corriere della Sera del 25 ottobre, riportando quanto recepito dal sito “Les Echos”), e allontanandoci allo stesso tempo dall’altrettanto semplicistico “Bruxelles è debole e dovrà farsi andare bene l’intesa” con il quale Libero-news.it, nei giorni scorsi riassumeva le prospettive del meeting di Bruxelles.
Come sempre, per poter elaborare un giudizio acritico e il più possibile legato ai fatti, è necessario tentare di allontanarsi dalla realtà italiana.
L’astrarsi dalla realtà, in particolare è un esercizio che è efficace come non mai per analizzare la forma di governo che viviamo, che, con buona pace delle nostre forze politiche - e aggiungerei personalmente, per fortuna - è legato a filo doppio con quell’istituzione sovranazionale (non internazionale, si badi) che è l’UE, a cui il nostro Paese, come tutti i paesi membri, ha ceduto gran parte della propria sovranità.
In questa breve analisi mi piacerebbe portare in evidenza almeno 5 motivi per i quali l’Unione difficilmente cadrà nel baratro che da Oltralpe si annuncia...

Motivo n. 1 - La Sovranazionalità
È il caso di partire da quella che un internazionalista definirebbe “una distinzione alla base del diritto pubblico internazionale”, ovvero la differenza tra “internazionale”, appunto, e “sovranazionale”. Senza voler fare lezioni, compito che non mi compete e di cui non sarei probabilmente capace, mi piace ricordare che tra i due termini esiste una differenza sostanziale. La politica dell’UE è assolutamente sovranazionale, cioè presuppone una cessione di sovranità degli stati-nazione che hanno deciso di mettersi in gioco, per dirla in maniera assolutamente banale, di cedere una parte della loro capacità politica perché negli anni si sono resi conto che non c’era una strada che potesse vedere lo Stato protagonista, se non all’interno di un sistema più forte. Si tratta delle basi fondanti dell’integrazione europea, quel sistema complesso che è partito dalla creazione di uno strumento amministrativo dedicato alla condivisione di risorse economicamente rilevanti, per poi avanzare verso uno strumento più politico, in cui non si potesse più decidere solo per unanimità – come invece stabilisce la Convenzione di Vienna sul Diritto dei Trattati internazionali, base del diritto internazionale – ma in cui le decisioni su materie di interesse comune debbano essere prese per maggioranza, per garantire così che all’interesse l’avanzamento economico, sociale e democratico dell’intera Europa sia slegato dalle ragioni nazionali e dalle casistiche di specie (ogni riferimento al caso Bini Smaghi è assolutamente intenzionale!).
C’è stato negli anni chi ha provato a mandare in crisi questo sistema: tra essi il Generale De Gaulle che nel ’65, a seguito dell’istituzione del bilancio comunitario con risorse proprie e all’introduzione di maggiori poteri per il Parlamento, decise che avrebbe disertato le riunioni del Consiglio impedendo di fatto ogni decisione al consesso che allora decideva ancora per unanimità. Si è trattato della cosiddetta “crisi della sedia vuota”: sette mesi di lotta dura del Presidente non hanno però portato alcun risultato se non quello della sua sconfitta elettorale. Il Compromesso di Lussemburgo del ’66 avrebbe difatti sanato la situazione con un accordo al ribasso che in ogni caso aveva il merito di far avanzare l’allora Comunità europea. Ancora avanti, dunque, a piccoli passi e nonostante le minacce di esplosione di allora che come si vede anche oggi non sono affatto infrequenti.

Motivo n.2 - Path Dependency
I Politici – e non i politicanti – direbbero che uno dei principali motivi per il quale l’UE non potrà che continuare è ciò che si definisce tecnicamente “path dependency”, ovvero, letteralmente, dipendenza da un sentiero già creato.
Questo fattore ha due declinazioni, una di tipo tecnico e una più squisitamente politica. Partiamo da quest’ultima: le procedure che sono state individuate negli anni per la creazione del consenso internazionale rispetto a determinati temi che per forza di cose vedono l’UE come protagonista, dovrebbero tornare nel cassetto, lasciando spazio ad una nuova serie di strumenti tecnici che permettano agli stati-nazione di rimettere in gioco la propria parola utilizzando delle istituzioni di Diritto Internazionale intanto poco adatte a fare da palcoscenico a decisioni così rilevanti e secondariamente poco organizzate per fare in modo che tale processo possa avere un esito di qualsiasi tipo. Sì, perché è un fatto che in un mondo interconnesso dove il “butterfly effect” di un’agenzia di rating che declassa un titolo negli USA genera una crisi mondiale, è fuor di dubbio che un sistema di gestione delle relazioni internazionali rodato debba esistere e debba avere effetti rapidi, duraturi e affidabili.
La prima declinazione della path dependency, per quanto possa sembrare banale, ha un valore anche se piuttosto pratico, assolutamente rilevante: essa ci porta a chiederci molto semplicemente dove andrebbe a finire tutto l’apparato “burocratico” e amministrativo che gestisce le istituzioni europee. Stiamo parlando, solo per quanto riguarda i dipendenti della Commissione Europea, di 32.949 persone (ultimo aggiornamento del “Chi siamo” dell’Ufficio del Personale dell’UE al 27/7/2011), un bel po’ di persone, una cittadina grande quanto Jesi. Forse inutile ricordare che è troppo complicato riallocare tali risorse, visto che noi stessi abbiamo esperienza del fatto che non solo non è facile annullare le Province, ma non è nemmeno facile riorganizzare il corpo dei Forestali quando si trovi sovradimensionato, come è accaduto in alcune delle nostre regioni.

Motivo n. 3 - L’euro
L’avventura che ha portato il nostro Paese nella zona Euro parte dal 1998 anno in cui l’Italia è riuscita ad entrare nel gruppo di testa dell’Unione Monetaria Europea, grazie ad una manovra allora definita “lacrime e sangue” ma che nulla aveva a che vedere con le lacrime di sangue che la nostra economia sta vivendo in questi mesi.
La cooperazione rinforzata che vede il gruppo Euro un po’ più avanti nel percorso unitario, per i cittadini dell’Unione ha preso le mosse 2002 (benché l’uso dell’euro sia cominciato precedentemente nei mercati finanziari). Da quell’anno in poi, guidata dal luogo comune che “un euro vale quanto le vecchie mille lire e i prezzi si sono raddoppiati”, che come sempre ha un fondo di verità, le contestazioni alla nuova moneta si sono moltiplicate, amplificandosi nella cassa di risonanza dell’opinione pubblica.
È opportuno ricordare ai più giovani che la lira portava l’Italiano e le nostre imprese ad avere un potere d’acquisto minimo sui mercati internazionali, oltre a presentare l’indubbio svantaggio di sottoporsi ad una speculazione che il nostro Paese, secondo gli analisti più accreditati, non avrebbe potuto mantenere che per poco tempo ancora, specie avendo di fianco un colosso come l’Eurogruppo che operava con una potenza d’acquisto pari o superiore a quella degli Stati Uniti. Il nostro “vecchio conio”, per dirla in maniera televisiva, ha avuto in particolare negli anni che intercorrono tra il 1970 e il 2001 un tasso di inflazione annua media del 9.16% con punte del 21.2% nell’80. In questo percorso di politica monetaria quanto meno spregiudicata il nostro Paese è stato peraltro ben accompagnato dai cugini d’Oltralpe, gli stessi che oggi pur beneficiando del valore della moneta unica non esitano a preconizzarne la prossima fine. 

Motivo n. 4 - Il negoziatore affidabile
Esistono dei posti in cui l’Italia e qualsiasi altra nazione non hanno potere. Con buona pace di chi crede che lo stato-nazione ancora esista nelle negoziazioni internazionali, la verità per come la si percepisce giorno dopo giorno è che nei fora dove la politica del mondo si porta avanti, il nostro Paese (come ogni Paese dell’Ue) acquisisce importanza in quanto membro di un’organizzazione sovranazionale decisamente più influente e affidabile che è appunto l’Unione Europea. È merito dell’Unione se si è riusciti ad applicare la cosiddetta Green diplomacy che ha portato la Russia a ratificare il protocollo di Kyoto (sperando in un endorsement dell’UE per l’ingresso nel WTO), è merito dell’Unione – a cui per convenzione viene data la presidenza del FMI - se la Grecia continua ad ottenere aiuti finanziari dalle istituzioni di Bretton Woods, è merito ancora dell’Unione se quando uno dei membri europei del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si alza sa di poter avere il supporto di un intero sistema diplomatico che va ben al di là delle ambasciate nazionali per entrare negli stati in crisi con una forza di ricostruzione sistemica dell’apparato amministrativo che non ha pari al mondo e con un potere normativo in grado di agire sulle capacità di crescita democratica di uno Stato molto più che attraverso il conflitto armato (si veda il cammino di democratizzazione che la Turchia ha compiuto in quest’ultimo ventennio guardando anche la “carota” dello status di candidato, giusto per avere un esempio vicino al nostro Paese o il processo di ricostruzione della Macedonia guidato e coordinato negli anni dai rappresentanti speciali dell’UE).

Motivo n. 5 - I fondi comunitari
Al di là di quanto abbiamo già accennato rispetto al valore della capacità di ricostruzione della nascente “diplomazia europea” nei Paesi in via di sviluppo è opportuno sottolineare anche che praticamente tutti i fondi messi a disposizione dalle nostre regioni (e dei quali il nostro giornale dà ampiamente conto nella rubrica Finanziamenti) sono di provenienza europea.
Nel quadro della politica di coesione per il periodo 2007-2013, il regolamento (CE) n. 1083/2006 del Consiglio, dell'11 luglio 2006,  definisce le regole, le norme e i principi comuni applicabili al Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), al Fondo sociale europeo (FSE) e al Fondo di coesione. Il regolamento prevede una dotazione totale di 347 miliardi di euro, pari a circa un terzo del bilancio europeo.
Pensare che le regioni dell’Unione e con esse delle PMI che ne generano la pur sempre florida economia, possano fare a meno di un meccanismo di redistribuzione così rilevante appare davvero fuori da qualsiasi logica.

In conclusione mi corre l’obbligo di precisare che è chiaro che la semplificazione giornalistica amplifica le osservazioni della politica e che in un periodo di crisi generalizzata qualsiasi dichiarazione da parte di un capo di Stato della zona Euro possa destare irrequietezza. Naturalmente, non credo plausibile che l’UE si metta in stallo a causa di una presa di posizione da parte di uno Stato membro e meno che mai credo che possa fare altrettanto il puro ostruzionismo più volte annunciato da Germania e Francia.
Tuttavia, in un periodo in cui l’euroscetticismo sembra andare di moda, ritenevo opportuno suggerire quanto l’UE sia nelle nostre case e nei nostri affari quotidiani molto più di quanto non venga immediatamente percepito ad un primo sguardo.
E, a questo punto, si fa il “giro triplo” per tornare ai motivi 1 e 2: è davvero pensabile tornare indietro da questo sentiero che abbiamo costruito? È davvero possibile che una nuova “sedia vuota” blocchi l’Unione allo stato in cui è adesso? E se anche fosse, quale sarebbe l’impatto politico? Sarebbero forse ulteriori sette mesi di stallo, come nel accadde nel ‘65? A mio modesto parere, sarebbero di meno. Il mondo corre più rapidamente e i risultati di quell’ostruzionismo oggi si trovano negli annali dell’economia e della politica europea e mondiale. 


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