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PMI Dome

PMI e banche, riappare lo spettro del credit crunch

Il nostro sistema di accesso al credito è di nuovo un cane che si morde la coda. Ma questa volta la colpa non è solo degli istituti di credito
di Francesco Forestiero | 31 ottobre 2011

Francesco Forestiero

Francesco Forestiero è Dottore Commercialista e Revisore contabile. Laureato in Economia Aziendale, ha studiato Giornalismo, Web Marketing e Scrittura Creativa. Ha conseguito anche due master, uno in Diritto Tributario e uno in Contabilità, Bilancio ed Operazioni straordinarie tra imprese. Attualmente lavora per Edizioni Master SpA. Si occupa della redazione del network PMI-Dome.com e coadiuva altri progetti legati al Web
E già, ci troviamo di fronte, per l’ennesima volta, a quello che gli economisti etichettano come un “circolo vizioso”. Un meccanismo che danneggia la crescita delle imprese, minando al contempo le basi del mercato e la nascita di nuove realtà imprenditoriali. Ci troviamo davanti ad un inasprimento dell’offerta di credito.

I responsabili questa volta sono due: le piccole e medie imprese e le banche. Le prime, rappresentano - come noto -, l’ossatura del sistema economico italiano (essendo il 92 per cento delle aziende del Belpaese); le seconde, sono allo stesso tempo la possibile leva di sviluppo e la causa delle difficoltà economiche delle prime... Perché? Scopriamolo.

Secondo uno studio condotto su 800 microimprese dalla Cgia (associazione di artigiani e piccole imprese di Mestre), risulta che ben il 51,3 per cento delle aziende ha difficoltà a reperire capitali. E che l’86,2 per cento non si rivolgerà più ad istituti di credito per richiedere l’erogazione di un finanziamento.

Una tendenza confermata anche dal bollettino di ottobre della Banca d’Italia: «la domanda di credito ha decelerato»: a luglio era più 1,9 per cento ed è scesa ad agosto a più 1,7 per cento. «Ma vi è il rischio» aggiunge «che il protrarsi delle tensioni si rifletta in misura crescente sulle condizioni di accesso al credito».

È questa la “colpa” delle piccole imprese: non fanno più ricorso alle agevolazioni bancarie. Preferiscono non investire del tutto, sfiduciate - come sono - da un accesso al credito quasi blindato per le loro possibilità.

A questo punto, però, c’è un’altra domanda a cui rispondere: perché le banche non erogano finanziamenti con migliori condizioni o almeno con gli stessi vincoli pre-crisi?

Risponde ancora Bankitalia: «i criteri di offerta sui prestiti alle imprese sono diventati più restrittivi riflettendo le crescenti difficoltà di approvvigionamento degli intermediari sul mercato».

In altre parole: gli istituti di credito non posseggono più tante risorse, visto che la raccolta verso i risparmiatori è diminuita.
Forse per i tassi d’interesse accordati troppo bassi o forse per la scarsa liquidità delle persone in tempo di crisi. Sta di fatto, che ad agosto l’offerta di credito alle imprese è salita del 2,8 per cento, mentre la raccolta è cresciuta solo dello 0,6.

La conseguenza, come già detto, è che le imprese non si recano più in banca, e perdono ogni fiducia in un sistema bancario sempre più “esoso” di garanzie. Un’inclinazione confermata anche da una recente ricerca di Confcooperative, che addita il tutto proprio alla crescita delle condizioni da soddisfare ed ai tassi di interesse troppo elevati.
Secondo Bankitalia, poi, «in agosto il costo medio dei nuovi finanziamenti alle imprese è aumentato di mezzo punto percentuale al 3,4 per cento».

Riassumendo, il denaro costa di più. E le aziende, soprattutto le piccole, non possono permetterselo... È questo il cane che si morde la coda. Il blocco del credito. Il circolo vizioso che spinge il Paese verso il baratro di una crisi che non vuol saperne di rallentare.

È questo il sistema viziato e malato che contamina la nostra economia fatta di PMI: le banche non concedono finanziamenti perché non hanno soldi. E per incamerare gli utili sono costrette ad inasprire le condizioni d’accesso al credito. Così, le aziende non richiedono agevolazioni perché non possono permettersele. Di conseguenza, i tassi d’interesse richiesti continuano a crescere e le istanze d’aiuto finanziario a diminuire.

I risultati? Barriere per entrambe. Aumento delle imprese in liquidazione, aumento dei fallimenti, aumento delle aziende in crisi, aumento delle richieste di cassa integrazione, aumento del numero di posti di lavoro persi…

Trovare una soluzione a tutto questo non è semplice. Senza scendere troppo nei dettagli, si hanno in sostanza due alternative. O un intervento di tipo politico o la presa di coscienza delle aziende ad investire nel mercato richiedendo più risorse.

Questa seconda strada, però, sembra la meno fattibile…


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Commenti
1Commento

vero

è vero

Inviato da Andrea

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