di Redazione PMI-Dome |
24 gennaio 2012

L’allarme che sopraggiunge dall’ordine degli ingegneri è forte: la deregulation prevista dal decreto liberalizzazioni rischia di avere ripercussioni sulla qualità delle opere.
Il mercato privato del tariffario permetterà l’ingresso di soggetti disposti ad applicare tariffe di favore penalizzando i progetti di qualità. Vi è inoltre un altro rischio palese, si teme che l’apertura all’ingresso del capitale nelle società tra professionisti possa rappresentare una leva per stimolare l’accentramento dei servizi intellettuali a centri di interesse circoscritti. Società pubbliche, para-pubbliche e università una volta entrate nel panorama non sapranno garantire qualità. “I
l ruolo della pubblica amministrazione è quello di controllore, non di progettista” – ribadisce l’ordine.
Spetta ad
Antonio Zambrano,
presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri dall’1 dicembre scorso, sbrogliare la matassa. Spetta a lui spiegare innanzitutto perchè l’ingresso di capitale negli studi di ingegneria. "
Le società di ingegneria sono un po’ diverse dagli studi professionali perché contemplano anche attività imprenditoriali pure, con la necessità di avere capitale di rischio per realizzare le opere pubbliche. Molte si sono dedicate allo svolgimento di prestazioni professionali; e si sono anche accorte che la concorrenza dei professionisti è stata vincente". "
Il nostro problema - prosegue il presidente degli ingegneri -
è che stiamo parlando di società tra professionsiti, limitate alla prestazione professionale, e pensiamo che queste prevedano qualche cosa in più, sul piano deontologico". "
Il professionista socio rischia di avere procedimenti disciplinari ma il socio di capitale no. Se - poniamo il caso - la società fosse radiata, il socio di capitale potrebbe aprirne un'altra il giorno dopo. Servono delle difese sotto questo aspetto".
Per ovviare almeno parzialmente ai problemi sarebbe necessario porre dei tetti massimi alle società di capitali. "
Per me la soglia giusta dovrebbe essere zero – sostiene il presidente –
ma che almeno non superi il limite della maggioranza. Il giovane professionista potrebbe avere più chance di trovare un socio che gli dà una mano, ma non può essere schiavo. E poi ci dovrebbe essere lo stesso trattamento fiscale e previdenziale tra studi e società".