Sono ancora una volta le piccole e medie imprese a soffrire di più i danni della stretta del credito. A confermarlo questa volta è l’Ocse con un rapporto sul finanziamento delle Pmi. Gli esperti sostengono che “le Pmi hanno dovuto far fronte a condizioni di credito più difficili delle grandi aziende nella forma di tassi di interesse più elevati, scadenze accorciate e di una maggiore richiesta di garanzie”. La fase di ripresa è stata caratterizzata da tassi di interesse in diminuzione, ma nel periodo 2007-2010 lo spread in comparazione alle grandi aziende è salito.Queste ultime hanno potuto contare su facilitazioni nell’accesso al credito con condizioni migliori. Le piccole imprese, poco forti sul mercato hanno visto invece perlopiù una chiusura dei rubinetti dei finanziamenti. Le prospettive di business incerto ha fatto sì che le banche considerassero i piccoli come creditori a rischio maggiore.
Secondo un'inchiesta citata nel rapporto ed effettuata da Bce e della Commissione Ue emerge che nel 2009 per il 43% delle imprese l’accesso al credito si è inasprito. Nel 2010 tale percentuale pur riducendosi al 24% permane comunque più elevata di quanto ci si aspetterebbe, con un allarme per il crescente incremento dei tassi di interesse.
Secondo l’Ocse l’Italia sarebbe tra i Paesi in cui, controtendenza, i prestiti alle Pmi sono aumentati (nel 2010 + 6,6%). Considerando però che il nostro tessuto industriale è costituito per il 99% da piccole e medie imprese è un altro dato che preoccupa e illustra la reale situazione: tra il 2007 e 2010 solo il 18-19% del totale dei prestiti è finito nelle mani di Pmi. In Svezia questa percentuale è stata del 90%, in Corea dell’81%, in Ungheria del 60%. Sempre secondo l’Ocse lo spread tra piccole e grandi imprese sarebbe passato dallo 0,5-1% del 2007 al 2% nel 2010. Le palesi difficoltà si sono tradotte in una crescita dei fallimenti passati da 6.165 del 2007 ai 9.429 del 2009 e ai quasi 11.300 del 2010.





