Le imprese di piccola taglia, in particolare, sono costrette spesso a ricorrere a prestiti svincolati dai canali di concessione credito ufficiali come gli isituti bancari (si mette mano ad esempio al patrimonio personale). E’ il presidente dell'Istat, Enrico Giovannini, durante un'audizione parlamentare a riportare in auge le difficoltà: “la percentuale di imprese razionate nella classe dimensionale inferiore (1-49 addetti) è più elevata, rispetto alla media del comparto, di 13 punti percentuali nel caso della manifattura e di 11 punti nei servizi”. E’ stato inoltre notato dall’isituto di ricerca che “l'irrigidimento dell'offerta di credito e l'aumento della percentuale delle imprese razionate si accompagnano a una generale diminuzione della quota di imprese 'solide' all'interno del campione”.
Unico aspetto positivo è che almeno le imprese di servizi si mostrano più solide rispetto a quelle manifatturiere. Ben poca consolazione.
I dati sono confermati anche da Confcommercio secondo la quale sono meno di 4 su 10 le imprese che possono sperare di farcela senza ricorrere ad un fido. Una percentuale (attualmente del 36,1%) che sta calando mese dopo mese. Le Pmi che si sono rivolte alle banche per avere un finanziamento per la prima volta dopo il 2008 hanno ottenuto più no che sì (il 37% hanno ottenuto una concessione minore mentre il 15,5% di queste si sono viste rifiutare il prestito). Molte imprese sono costrette ad attendere a lungo una risposta, che a volte nemmeno arriva.
Nord-Ovest e Mezzogiorno sono le aree che stanno soffrendo maggiormente il credit crunch. Nel primo caso la concessione di prestiti è passata dal 52,6% al 32,6%. Nel secondo caso dal 32,3 si è passati al 19%. Il vicedirettore generale di Bankitalia, Salvatore Rossi, ha comunque assicurato che “è prevedibile un allentamento delle tensioni sul credito” se si punterà alla riduzione della pressione fiscale sui lavoratori e sulle imprese.





