Gli istituti tecnici superiori costituiscono l'anello mancante nella filiera della produzione italiana, eppure tecnici dell'industria e delle costruzioni e operai del settore metalmeccanico sono le figure professionali al momento più richieste. Nel corso della “Conferenza dei Servizi”, svoltasi giorno 13 giugno, il tema centrale è stato dunque l’importanza della diversificazione dell’offerta formativa negli istituti tecnici, con l’intento di garantire ai settori della sanità , moda, agrobusiness e costruzioni un ruolo sempre più preponderante. “Nel secondo dopoguerra” - ha detto il Sottosegretario all'Istruzione Elena Ugolini - “negli istituti tecnici professionali si sono formati gli uomini del nostro boom economico e gli imprenditori che poi hanno fatto la fortuna del Made in Italy, per esempio nel settore della meccanica. Negli ultimi vent’anni anni si è diffusa invece un’idea, assolutamente sbagliata, che considera il liceo la scuola migliore, a discapito dell’istituto tecnico e del percorso di formazione professionale. Credo che il clima di oggi sia cambiato e che ci si inizi a interrogare sulla possibilità di far diventare nuovamente le scuole luoghi formativi di un apprendimento che può passare proprio attraverso il lavoro. Ecco perché bisognerà contare su laboratori di settore, su un rapporto stretto con la realtà produttiva”. C’è da dire che già in primavera il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo aveva annunciato l’intenzione di riorganizzare gli istituti tecnici superiori dopo che il tentativo di riordino lanciato dall’ex ministro Gelmini aveva subito una battuta d’arresto. Il tema è stato riproposto dunque alla Conferenza sui servizi, dove era presente anche Giuseppe Tripoli, responsabile per l’Italia per le piccole e medie imprese (Mister Pmi) e al quale è stato chiesto un parere tecnico su diversi punti. Riordinare la formazione tecnico-professionale
Riguardo la possibilità degli istituti tecnici di cambiare rotta, Mister Pmi ha fatto capire che ciò sarebbe una circostanza auspicabile in quanto in Italia la filiera della formazione e dell'istruzione tecnico-professionale è stata, per diversi anni, trascurata a vantaggio della linea che prediligeva la scelta di licei e università , con la conseguenza di aver creato una distanza maggiore della formazione dal mondo del lavoro e dall'impresa. “Riordinare la filiera dell'istruzione tecnico-professionale – dice Tripoli - consente di mettere a disposizione delle aziende personale e collaboratori già formati e qualificati”. Per ovviare al disallineamento che c'è nel Paese fra filiere produttive, la formazione e i poli tecnologici, secondo il tecnico, bisognerebbe stabilire le esigenze delle imprese che non sono fisse ma in continua trasformazione, senza però abbandonare tutta una serie di expertise tradizionali, come le capacità artigiane o tecnico-meccaniche, che anche nell’era della globalizzazione costituiscono un patrimonio storico su cui investire.
Alcuni esempi
L’esempio preso a modello è quello dell'efficienza energetica, che nei prossimi anni, caratterizzerà il futuro delle imprese italiane di qualsiasi settore produttivo. Primo passo sarà dunque stabilire i bisogni delle aziende. Successivamente a questi bisogni, laddove si verifichi un’ assenza di formazione adeguata, si dovrà affiancare un’ offerta. “Il tentativo che stiamo facendo – dice Tripoli - è quello di permettere che gli istituti tecnici si localizzino dove c'è maggior presenza imprenditoriale, legata ad una certa filiera, tenendo conto delle esigenze del territorio ma anche quelle nazionali. Ad esempio, il settore dell'aerospazio va localizzato in aeree ricche di aziende legate ad esso, come il Piemonte, la Lombardia o la Campania. In queste zone può sorgere un istituto di eccellenza nazionale poiché il territorio è in grado di sostenerlo”.
Un cambio di mentalitĂ
Secondo Tripoli, l’orientamento culturale secondo il quale i licei valgono più degli istituti tecnici ha permesso negli anni di porre minor attenzione su queste forme di istruzione professionale, tanto che le aziende sono costrette a avviare periodi di formazione in azienda più di quanto accade in altri Paesi. Il 33% delle aziende italiane fa un periodo di formazione per i nuovi assunti, un dato che è certamente preoccupante. Dare legittimazione sociale all'istruzione tecnica e avvicinare il mondo delle imprese a questo tipo di esigenza potrebbero essere, secondo Tripoli, le soluzioni per un decisivo cambio di mentalità .





