Qualche tempo fa pubblicavamo un articolo che titolava “Mario Monti, un tecnico per il ritorno della Politica”. Era il giorno in cui il governo Berlusconi aveva deciso di fare un passo indietro per poter lasciare spazio ad un’azione tecnica che invece ci eravamo permessi di definire la vera Politica, quella con la “P” maiuscola, quella che ha risvolti internazionali pratici e che porta a evoluzioni sociali nel medio periodo.
Di giorni ne sono passati e il governo non ha vissuto un periodo facile ma, al di là delle valutazioni di merito, è innegabile che sia riuscito a portare a termine nel nostro Paese, riforme che si credevano irrealizzabili solo qualche anno fa.
Di questi tempi e con i sacrifici richiesti al popolo italiano, fare il panegirico di un’azione di governo non può che portare le ire dei più e la polemica popolare. Detto questo appare difficile non ammettere che si ritorna dal Consiglio Europeo di Bruxelles del 28 e 29 giugno con grandi risultati: certamente, non troppo concreti, proprio come capita normalmente con i risultati di Bruxelles; certamente non definitivi, proprio come normalmente accade in qualsiasi meeting internazionale; certamente, non una vittoria su tutta la linea, proprio come è normale che sia quando a decidere non si è da soli ma in 27, con esigenze, economie, territoriali e politiche interne interconnesse, ma differenti; ma, altrettanto certamente, dei risultati molto importanti per il futuro dell’Unione, dei risultati che creeranno un quadro d’azione capace nel medio periodo di limitare le azioni speculative disincentivandone i vantaggi e allo stesso tempo daranno l'opportunità di rilanciare l'azione di crescita attraverso una serie di previsioni di spesa orientate allo sviluppo e all'innovazione.
In questo panorama, il risultato principale ottenuto dal governo italiano, è stato proprio quello di esser stato parte del gioco. Anzi di esserne il perno assoluto, l’asse portante, il negoziatore e l’alchimista.
Perché è successo questo proprio ora? Perché negli anni scorsi non si è verificato un consenso trasversale su posizioni del nostro Paese? Perché oggi, e non quando i vari governi precedenti si sono succeduti alla guida delle nostre delegazioni in campo europeo? Una serie di fattori: ne individuerei almeno tre.
Fattore 1 - il negoziatore affidabile: quando un capo del Governo che in 6 mesi riesce a seguire in maniera precisa una roadmap definita, certamente coraggiosa e altrettanto certamente impopolare, che corrisponde ad un programma di lavoro per il quale ha avuto una maggioranza trasversale, si presenta in un meeting internazionale, ha una forza che gli deriva dal basso. E' il frutto di un processo di legittimazione "bottom-up" che permette di aver le spalle coperte e di sapere che quanto viene riportato nel proprio Paese avrà concreti sbocchi da un punto di vista legislativo, in tempi piuttosto certi. Ciò rende il negoziatore - nella fattispecie il nostro Primo Ministro un "liable negotiator" del quale si è certi che farà seguire ai propri statements internazionali un'azione politica concreta in tempi adeguati.
Fattore 2 - la competenza: quando ci si trova in un meeting di livello elevato e di importanza capitale, come quello che ha visto 36 ore di negoziazione nel Justus Lipsius di Bruxelles, non si è sempre certi di quali saranno le osservazioni che ognuno dei leader nazionali porterà a favore delle proprie posizioni. Anzi, per la maggior parte delle volte ciò che non ti aspetti è quello che succede, ciò che hai pre-negoziato si ribalta, quello che sei riuscito a carpire nelle chiacchiere di un coffee break, nel processo negoziale si rivela essere assolutamente falso. Quando tutto sembra andare a tuo favore, tutto può rivoltartisi contro. In quel momento c’è la ferma necessità di avere la massima competenza rispetto a ciò che stai proponendo. Quella competenza che ti permette di sostenere la tua posizione attraverso tesi scientificamente affidabili.
E’ stato il caso delle opposizioni apportate dal Ministro delle Finanze tedesco, opposizioni non previste riguardanti il meccanismo del cosiddetto Scudo anti-spread, relative alle possibili conseguenze economiche di un’applicazione senza controllo del sistema. Si è trattato tuttavia di osservazioni a cui Monti è stato in grado di opporre argomentazioni concrete e tecnicamente esatte, dunque difficilmente opponibili da parte di altre parti in causa.
Fattore 3 - la credibilità internazionale: la forza che il Primo Ministro italiano è riuscito ad imprimere alla negoziazione è derivata anche dal fatto che al peso di un Paese come l’Italia si siano potuti aggiungere quello di Francia, Spagna e Grecia. Senza voler spendere parole poco pertinenti rispetto alla presunta ”alleanza mediterranea” che si sarebbe affiancata all’Italia, è invece il caso di sottolineare che difficilmente un altro capo del governo avrebbe avuto – quantomeno a livello europeo – la possibilità di aggregare due governi neoeletti come quello spagnolo – afferente l’area del Partito Popolare Europeo, quello Francese – spiccatamente socialista - e quello greco che come è ormai noto gode di una maggioranza costituita da una grande coalizione di salvezza nazionale, dunque trasversale e molto delicata.
L’aggregazione è riuscita alla nostra delegazione perchè la credibilità di Monti in prima persona è sempre stata considerata come valida in sé. Nel processo negoziale sia il Premier che il Ministro Moavero e il Vice-ministro Grilli hanno avuto un ruolo cardine: proprio il loro essere tecnici e non emanazioni dirette di partito ha permesso la spendibilità in patria delle loro posizioni da parte di governi di tutti gli orientamenti politici.
L’aggregazione è riuscita alla nostra delegazione perchè la credibilità di Monti in prima persona è sempre stata considerata come valida in sé. Nel processo negoziale sia il Premier che il Ministro Moavero e il Vice-ministro Grilli hanno avuto un ruolo cardine: proprio il loro essere tecnici e non emanazioni dirette di partito ha permesso la spendibilità in patria delle loro posizioni da parte di governi di tutti gli orientamenti politici.
Come è noto la posizione Italiana ha lasciato di stucco la Germania e i Paesi che ad essa si affiancavano perché si è esplicitata su un provvedimento – la Tobin tax – e su un piano d’azione – il Piano Europeo per la crescita – che di italiano avevano molto per non dire tutto. La negoziazione del pacchetto crescita è diretta emanazione del Ministro Moavero e della delegazione italiana. Allo stesso piano Monti ha rifiutato il consenso se non si fosse approvato anche lo scudo anti-spread. Una posizione forte, poco razionale e difficilmente supportabile da chi non godesse di stima e rispetto internazionale da un punto di vista scientifico e Politico.
Per questa ragione ci permettiamo di sottolineare il valore di quanto portato a termine e di riscrivere con la stessa veemenza di sei mesi fa: bentornata, Politica.


Lorenzo Mari, laureato in Scienze Politiche Internazionali, ha un Master Degree in Interantional Realtions and Diplomacy of the EU al College of Europe di Bruges ed ha conseguito un Master in Diritto Europeo presso l’Università di Valencia. Nel 2006 ha portato a termine uno stage in Commissione Europea presso la Direzione Generale Educazione e Cultura. È consulente in Project management e start-up d'impresa ed è esperto per il Ministero dell'Istruzione e il Ministero del Lavoro presso le rispettive Agenzie Nazionali Lifelong Learning in qualità di esperto esterno per la valutazione di Progetti LLP; dal 2012 è Consulente per la Provincia di Cosenza per l’avviamento del Coordinamento Provinciale degli Sportelli Unici Attività Produttive. E’ inoltre Presidente della sezione Calabria dell’Unione Nazionale Giovani Professionisti - UGIPI.



