Le cifre relative ai fallimenti delle imprese per il 2011 diramate dalla Cgia di Mestre ad aprile hanno colpito per la loro crudezza: 11.615 aziende hanno chiuso i battenti in un solo anno, il peggior record da quando è scoppiata la crisi. Allora Giuseppe Bortolussi commentava: “La stretta creditizia, i ritardi nei pagamenti e il forte calo della domanda interna sono le principali cause che hanno costretto molti piccoli a portare i libri in Tribunale. Purtroppo, questo dramma non è stato vissuto solo da questi datori di lavoro, ma anche dai loro dipendenti che, secondo una nostra prima stima, in almeno 50.000 hanno perso il posto di lavoro”.
La situazione oggi non cambia. Secondo il rapporto di Unimpresa i dati sono ancora sconfortanti e i problemi che affliggono le imprese sono sostanzialmente gli stessi. Si stima che entro la fine dell’anno sia un’impresa su tre a rischiare il fallimento. Leggendo il rapporto si apprende che su “8 imprese in osservazione su 10 peggiorano la loro performance e salute finanziaria nei 12 mesi successivi al segnale di rischio” – e prosegue – “In termini assoluti, contribuiscono al complessivo deterioramento soprattutto le imprese del comparto dei servizi (30.134 su 101.257), seguito da quello manifatturiero (22.073 su 40.178) e a breve distanza dal settore delle costruzioni (16.129 su 32.402).”
Sono ancora una volta le banche a mostrare scarsa capacità di far fronte all’assorbimento del costo del credito. In un momento di crisi diffusa di liquidità gli istituti dovrebbero applicare strategie innovative di gestione del credito “problematico” invece preferiscono ricorrere ancora ampiamente a scoperti di conto. Una formula che permette di garantire tassi migliori ma che in un momento di diffusa crisi di liquidità è molto rischiosa.
Unimpresa sottolinea come “Le esposizioni delle banche nei confronti di clientela in situazione di temporanea difficoltà sono aumentate. I dati di conto economico dei principali istituti relativi al secondo trimestre del 2012 mostrano una netta crescita degli accantonamenti e delle rettifiche di valore, interamente ascrivibile alla componente relativa al deterioramento dei crediti, aumentata di quasi il 40%”.
Finchè non verranno risolti questi problemi, il rischio di credit crunch per le imprese rimane elevato e spesso l’unica strada percorribile diventa purtroppo il dichiarare fallimento.


Mirko Zago è laureato in scienze della comunicazione all'università di Bologna e appassionato di editoria online. Da sempre attratto dal mondo della Rete e del business, scrive per diverse realtà, trattando di imprenditoria, nuove tecnologie e IT



