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La burocrazia costa 26,5 miliardi alle PMI

Lo ha rivelato la CGIA di Mestre che, grazie al lavoro del suo Ufficio studi, ha analizzato il costo della burocrazia che tormenta il mondo delle PMI italiane
di Flavio Calcagno | 24 luglio 2012
Flavio Calcagno è junior project manager e si occupa principamente di project planning e opportunità di investimento. Laureato in Scienze Politiche e specializzato in Governo dell’Unione Europea e Politica Internazionale è da sempre affascinato dal mondo dell’editoria e dell’informazione digitale. Scrive per conto di diverse realtà in ambito sociale e imprenditoriale. 
In un mercato sempre più selettivo, nel quale si sono moltiplicati gli elementi di variabilità che condizionano l’attività imprenditoriale (la propensione ad affrontare il rischio, l’attitudine a elaborare un business plan competitivo, la capacità di affrontare negoziazioni efficaci con clienti, fornitori e banche, il raggiungimento entro limiti temporali prefissati del break even point), l’unica certezza che sembrano avere le PMI è l’esistenza di un peso della burocrazia diventato ormai insostenibile in termini di costi, tempi e procedure
Nel 2010 l’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti aveva dichiarato: “L’eccessiva burocrazia è quasi demenziale” e “l’eccesso occhiuto di burocrazia è un derivato della stupidità”. A partire da allora il Governo ha messo in atto un apprezzabile tentativo di semplificazione amministrativa, ma nonostante gli sforzi ancora oggi il rapporto tra sistema imprenditoriale e amministrazione pubblica risulta complicato. Così, se negli ultimi tempi la Pubblica amministrazione è stata oggetto di alcune riforme volte a migliorarne l’efficienza, tramite l’accentramento di competenze diverse presso un solo interlocutore, come lo strumento degli sportelli unici, progettati come interfaccia tra Enti locali ed imprese presenti sul territorio e volti a garantire un unico interlocutore per  lo svolgimento di molte attività amministrative. L'inefficienza del sistema pubblico italiano continua a penalizzare le imprese attraverso uno spaventoso aumento dei costi che viene sempre più percepito dalle imprese come un peso finanziario e un problema da risolvere. 

I costi della burocrazia
A causa della variabile burocrazia, le imprese “bruciano” 1 punto di Pil per gestire delle pratiche che se rispettassero seriamente i termini fissati dalle leggi italiane, favorirebbero invece un miglioramento di almeno due punti di Pil con un conseguente aumento dell’occupazione. E invece, allo stato in cui si trova, la burocrazia costa al sistema delle piccole e medie imprese italiane 26,5 miliardi di euro, ossia 6.000 euro su ciascuna PMI. Una vera e propria "tassa occulta" che rispetto ad un anno fa è aumentata di 3,4 miliardi di euro (+14,7%). Queso è quanto rilevato dall’analisi effettuata dal CGIA di Mestre sul costo della burocrazia che attanaglia le PMI (imprese con meno di 250 addetti). I costi sono stati calcolati su base annua e sono aggiornati al mese di maggio del 2012. 
Sono cifre che fanno accapponare la pelle” ha affermato il segretario della CGIA di Mestre Giuseppe Bortolussi, aggiungendo che ormai la burocrazia è diventata una tassa occulta che sta soffocando il mondo delle PMI.

Le cause e i settori più incisivi
A far lievitare notevolmente i costi connessi al sistema burocratico sono da annoverare: una legislazione spesso indecifrabile, l'incomunicabilità esistente tra gli uffici delle varie amministrazioni, la mancanza di trasparenza, l'incertezza dei tempi e un numero spropositato di adempimenti di natura fiscale, nonché gli oneri che occorre mettere in preventivo per la gestione del personale, per l’ambiente, la sicurezza e la formazione. Lo scontento degli imprenditori deriva anche dai ritardi nei pagamenti da parte dell’Amministrazione Pubblica e dalla consapevolezza che essa sia tanto efficiente e veloce a chiedere quanto lenta ed inefficiente nel dare. 
Insomma, i tempi e il numero degli adempimenti richiesti dalla burocrazia sono diventati una patologia endemica nel nostro Paese. E così non c’è da meravigliarsi se gli investitori stranieri non vengano ad investire in Italia a causa di un sistema burocratico troppo farraginoso. 
Da una analisi settoriale del fenomeno si rileva che il settore che incide maggiormente sui bilanci delle PMI è quello del lavoro e della previdenza: la tenuta dei libri paga, le comunicazioni legate alle assunzioni o alle cessazioni di lavoro, le denunce mensili dei dati retributivi e contributivi, per un’ammontare complessivo di circa 9,9 miliardi all'anno (6,9 miliardi in capo al lavoro, 3 miliardi riconducibili alla previdenza e all'assistenza).
Segue la sicurezza sul lavoro che pesa sul sistema imprenditoriale per un importo complessivo pari a 4,6 miliardi di euro. Tra le voci che influiscono sul settore in termini di costi, la valutazione dei rischi, il piano operativo di sicurezza, la formazione obbligatoria del titolare e dei dipendenti. 
L'area ambientale, invece, pesa sul sistema delle PMI per 3,4 miliardi di euro l'anno, caratterizzata da oneri quali le autorizzazioni per lo scarico delle acque reflue, la documentazione per l'impatto acustico, la tenuta dei registri dei rifiuti e le autorizzazioni per le emissioni in atmosfera. 
Non scherzano i costi relativi agli adempimenti in materia fiscale, in particolare le dichiarazioni dei sostituti di imposta, le comunicazioni periodiche ed annuali Iva, etc, che costano complessivamente 2,7 mld di euro. Gli altri settori che incidono sui costi amministrativi delle PMI sono la privacy (2,6 mld), la prevenzione incendi (1,4 mld), gli appalti (1,2 mld) e la tutela del paesaggio e dei beni culturali (0,6 miliardi).
"Se teniamo conto - conclude Bortolussi - che il carico fiscale sugli utili di una impresa italiana ha raggiunto il 68,6%, contro una media presente in Germania del 48,2%, c’è da chiedersi come facciano i nostri imprenditori a reggere ancora il confronto. Per questo bisogna dire basta ad un fisco opprimente e ad una burocrazia ottusa. Lavorare in queste condizioni costringe gli imprenditori italiani a trasformarsi quotidianamente in piccoli eroi: questo non deve più accadere".

Le risposte al problema
Un consistente snellimento dell’iter burocratico costituisce, quindi, un obiettivo primario e da raggiungere il prima possibile. La necessità di una burocrazia meno invadente e la convinzione di procedere senza esitazione nel percorso di semplificazione della macchina burocratica, per diminuire gli oneri e renderli più sostenibili per gli imprenditori, è la strada da percorrere al fine di evitare che le imprese debbano sprecare tempo per gestire i complessi rapporti con la Pubblica Amministrazione.
In questo senso il provvedimento sulla semplificazione, che mira a  raggiungere l’obiettivo di ridurre gli oneri sopracitati nella misura del 25% entro il 2012, è certamente un buon passo in avanti. Tra le misure richieste a gran voce dal mondo delle imprese meritano la sottolineatura le sanzioni disciplinari per i "responsabili del procedimento" della Pubblica amministrazione che non rispettano i termini di legge per permessi, autorizzazioni, licenze, ecc. e lo spostamento del pagamento dell'IVA al momento in cui si incassano effettivamente i corrispettivi e non più all'emissione della fattura, per tutte le micro imprese che hanno un volume d'affari fino a 2 milioni di euro, limite massimo consentito dalle norme europee. Il Ds prevede inoltre il potenziamento degli strumenti telematici, anche a beneficio delle aziende, in settori chiave come mobilità, risparmio energetico e sicurezza; l’emanazione di apposite misure atte a semplificare, anche attraverso la cancellazione di leggi, e coordinare i controlli alle imprese da parte delle amministrazioni per evitare duplicazioni e sovrapposizioni; la possibilità di emettere obbligazioni per trovare canali finanziari al di fuori del credito bancario, i voucher sui fondi della ricerca del Ministero dell'Istruzione, la possibilità per le reti d'impresa di assumere personalità giuridica, che consente loro di avere un miglior rating bancario o la prosecuzione delle detrazioni del 55% per l'efficienza energetica o gli incentivi per l'auto elettrica e la priorità di costruzioni che sfruttino l'altezza nel piano delle città. Sono stati migliorati anche i testi per la riforma delle crisi aziendali, del fallimento (che assomiglia ora al famoso Chapter 11 statunitense) e del processo civile che verrà ridotti drasticamente i tempi. Rimangono gli incentivi per le assunzioni nella green economy e per il capitale umano qualificato (scienziati, ingegneri e dottori di ricerca), la riforma dei consorzi export, che costituiscono una grande opportunità per la crescita qualitativa delle nostre pmi.
Un risparmio stimato per le PMI di circa 140 milioni all’anno, che si aggiungono ai 313 milioni che si dovrebbero risparmiare con la soppressione dell’obbligo di predisporre e aggiornare il documento programmatico sulla sicurezza (DPS) a tutela della privacy.
Dalla Camera è uscito dunque un testo di politica industriale che potrebbe risultare decisivo. Una politica industriale che si contraddistingue dalla vecchia di assistenza, sostanzialmente basata sul finanziamento di settori ristretti o di poche imprese, per il semplice fatto che è fondata sull’”enabling” poiché interviene sui fattori interni, su quelli dell'ambiente esterno all'impresa (giustizia, pubblica amministrazione, credito, ecc) e su una politica fiscale in grado di favorire gli investimenti privati. Una politica che tenta di mettere le PMI nelle condizioni di poter competere nei mercati internazionali. 
Tuttavia restano ancora molte cose da fare per semplificare la vita degli imprenditori. A tal proposito Confartigianato, Cna, Confcommercio, Confesercenti, Casartigiani in audizione alla I Commissione Affari Costituzionali della Camera sul DDl in materia di semplificazione hanno ribadito la necessità di completare il processo di snellimento dell’apparato burocratico avviato negli ultimi anni.
Secondo le 5 Confederazioni sono ancora troppo lenti i tempi di attuazione di alcune misure di semplificazione e rimane il problema della burocrazia che continua a pesare sulle nuove normative. Per evitare nuova burocrazia e nuovi oneri, le cinque Confederazioni delle PMI propongono che ogni provvedimento, prima di essere approvato dal Governo, superi la prova dell’invarianza dei costi per l’impresa. Un meccanismo analogo dovrebbe prevedere una valutazione d’impatto sulle piccole imprese, per semplificare le procedure in base a principi di gradualità e proporzionalità in base alle diverse dimensioni d’impresa. 


La semplificazione normativo burocratica sembrerebbe dunque essere la madre di tutte le riforme. Dato che come abbiamo visto, i tempi e i modi dell'azione amministrativa possono incidere sulla competitività del Paese scoraggiando “il fare impresa”, il profondo cambiamento del diritto amministrativo in atto, come ha detto lo stesso presidente Monti dovrà per forza di cose portare ad "incrementare i livelli di efficienza, imparzialità, economicità” ponendo al centro del cambiamento il cittadino con i suoi diritti e caratterizzando il potere pubblico di valori quali la rapidità, l’indipendenza, la proporzionalità e la qualità, evitando qualsiasi forma di arbitrio e collusione. 

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Agenzia delle Entrate chiede la rscossione di una tassa che non esiste

Vi racconto la mia odissea con l’Agenzia delle Entrate, e al di là della disavventura personale, credo sia di interesse pubblico poiché ho fatto delle precise osservazioni che vanno valutate con molta attenzione. La mia ultima busta paga del 31/12/2008, alle dipendenze del Gruppo Fantini di Lucera (Foggia), è pasticciata di cifre, direi fantasiosa, ma come per magia questi numeri spariscono e non sono più corrispondenti al netto da percepire, infatti ricevo soltanto 3.126 euro pur tenendo conto della mensilità di dicembre, assegni familiari, lavoro straordinario, ferie non godute, 3 anni e 2 mesi di TFR dal 03/11/2005. Pertanto, dopo svariate insistenze, avvio un procedimento legale contro tale Azienda per avere il risarcimento degli emolumenti “reali” spettanti, ma purtroppo, dopo due rinvii, la prossima udienza è stata fissata al 22 marzo 2013. Premetto che ho lavorato già precedentemente con tale Azienda, per cui quanto sopra fa riferimento alla seconda assunzione, intervallata di 4 mesi dalla prima e questo particolare è stato la causa di parte del pasticcio in busta paga, poiché sono stati confusi e riproposti i Dati del TFR del precedente licenziamento. Quindi l’Agenzia delle Entrate di Taranto mi ha chiesto la riscossione di 2.897 euro di tasse che comunque avevo già regolato nel giugno 2005. L’altra parte del pasticcio, più che pasticcio è appropriazione indebita, è che tale Azienda si è trattenuta in busta paga 5.000 euro, intesi come “restituzione dipendente” per stare a significare di aver acquisito un prestito o un anticipo, che non ho mai chiesto né tantomeno ottenuto. Mi sono recato quattro volte presso l’Agenzia delle Entrate di Taranto e per risposta ho ricevuto un secco “E' evidente che i Dati che ci ha fornito questa Ditta non sono attendibili, ma noi abbiamo questi Dati, quindi paghi altrimenti riceverai “la cartella", a meno che.. tu non trovi la soluzione”. Oltre al danno di essere stato derubato dal mio ex datore di lavoro, anche la beffa. Venerdì 27 luglio 2012 mi sono recato nella sede del Gruppo Fantini di Lucera (Foggia) via san Rocco 45, ho cercato di ridiscutere le incongruenze della mia busta paga direttamente con chi a suo tempo l'ha elaborò, il direttore amministrativo in persona, e nonostante le mie proteste mi ha riconfermato che la busta paga è a posto. I 30 giorni utili per "la soluzione" scadono il 03/08/2012 ed io non riesco a trovarla questa benedetta soluzione, ma non ho assolutamente intenzione di pagare “la tassa che non c'è”. ________________________________________________________________ Osservo: • In busta paga c'è una serie di voci TFR in apparenza figurative ed in conflitto con la data di assunzione e la matematica, messe a caso nella colonna delle competenze che non vanno a sommarsi nel Totale Competenze. Per cui mi chiedo che criteri usa l'Agenzia delle Entrate per avvalorare un presunto reddito in realtà mai incassato, nonostante che anche la documentazione portata in visione prova che non è possibile. • I Dati falsi forniti dall'azienda in oggetto all'Agenzia delle Entrate sono considerati conformi, quindi sarebbe a norma se avvenisse sistematicamente con 15 milioni di dipendenti in Italia. • Se all’Agenzia delle Entrate non hanno gli strumenti o sono scarsi a respingere al mittente l’immondizia che gli giunge, come si può contrastare l’evasione fiscale? poiché è possibile anche consegnar loro Dati in malafede, tanto nessuno chiederà conto se sono autentici. • Ma non è un reato "falso ideologico" se un pubblico ufficiale procede nonostante la consapevolezza del contenuto non veritiero di un documento anche se redatto da secondi? (faccio riferimento ai Dati falsi inviati dal Gruppo Fantini di Lucera all'Agenzia delle Entrate di Taranto). • C'è da riflettere che un imbecille, solo un demente può fare una busta paga in quelle condizioni e a perseverare che è regolare, riesce ad intasare il lavoro e a trascinarsi dietro due importanti apparati statali (Giustizia e Fisco), in un momento in cui si parla tanto di razionalizzare la P.A. e di “spending review”, senza che nessuno gli abbia chiesto la rettifica dei Dati prima ancora di far danni. • Il dirigente dell'A.d.E. di Taranto, a cui mi sono rivolto ufficialmente con una lettera di presentazione e reclamo, mi ha preso per il culo; i documenti, che mi ha personalmente chiesto e fatti protocollare per ricostruire e correggere i Dati in loro possesso, a conclusione degli accertamenti non li ha più ritenuti validi sebbene ne provano la falsità. Non capisco per quale motivo me li abbia chiesti, visto che non sono serviti a nulla.. si poteva almeno risparmiare di chiedermeli, e si è riservato anche 15 giorni per la risposta di un“NO preventivato”. • Dopo aver manifestato il mio disappunto con l'A.d.E. di Taranto, mi sono recato nella sede aziendale a Lucera e prima di discutere del problema con il direttore amministrativo, ho chiesto un incontro con la Proprietà per cercare la soluzione, ma ha rifiutato di ricevermi.. Pertanto tra il non far niente e ciò che è nelle mie limitate possibilità ho optato per il web, poiché la facoltà di trovare la “soluzione” l’hanno rimandata al sottoscritto, l’unico tra le parti a non avere nessun potere decisionale. Stiamo parlando del più grande gruppo italiano del settore dei laterizi, per cui avrebbero avuto sicuramente interesse ad evitare un danno d’immagine per poche migliaia di euro, poiché li ho avvertiti che sarebbe finito tutto online. Avvisato delle mie intenzioni anche il mio interlocutore A.d.E. di Taranto. • Ciò che è difficile da sopportare, prima ancora del denaro che vogliono espropriarmi, è l'umiliazione!.. lo stato dei fatti è veramente umiliante. Allego la seguente documentazione in questa pagina: http://www.montemesolaonline.it/Tassa.htm 1) Busta paga del 31/12/2008 2) Comunicazione in cui sono riportati i Dati anomali e la richiesta del pagamento di 2.897 euro di tasse a mio carico 3) Reclamo del riesame dei Dati “Alla cortese attenzione di un dirigente” 4) Relazione di un esperto di consulenza del lavoro nel tentativo di decifrare tale busta paga Altri documenti protocollati e sottoposti in visione dell'Agenzia delle Entrate: Procedimento legale contro l'Azienda con rispettiva relazione dell'avvocato, Estratto contributivo INPS, Lettera di licenziamento del 24/06/2005, Lettera di assunzione del 03/11/2005, CUD redditi 2008, CUD redditi 2005, Busta paga Giugno 2005

Inviato da Coro Cosimo

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