Non solo fuga di cervelli ma anche fuga di imprese. L’Italia deve fare i conti con una nuova tendenza evidenziata da un recente studio di Unimpresa. La volontà degli imprenditori è presto giustificata dagli ingenti sgravi fiscali dedicati alle imprese che internazionalizzano e da un costo del lavoro nettamente inferiore. Talvolta la delocalizzazione si traduce in una questione di sopravvivenza, in quanto la mancata “migrazione” comporterebbe la chiusura totale dell’attività .
“Il nostro Paese – spiega il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi - ha bisogno di misure ad hoc, senza le quali non riuscirà a sopravvivere in un contesto in cui i concorrenti viaggiano da tempo con un benzina di qualità superiore: e non si tratta dei soliti noti, cioè dei colossi come Germania e Francia, ora dobbiamo guardarci anche da economie fino a poco tempo fa snobbate o considerate non attrattive. La nostra ricetta è nota: fisco, burocrazia, infrastrutture e giustizia civile sono ambiti nei quali, dentro i nostri confini, c’è molto da fare prima di rimettersi a parlare concretamente di creare nuovi posti di lavoro e mettere in moto il mercato dell’occupazione”. I Paesi preferiti verso cui le piccole e medie imprese guardano con interesse sono spartiti tra Asia e Africa: Serbia, Montenegro, Croazia, Slovenia, Egitto e Tunisia.
L’internazionalizzazione è un processo solitamente considerato positivo. Esso comporta l’apertura verso mercati esteri, la pianificazione di importanti investimenti, l’opportunità di raccogliere le sfide sovranazionali e forse vincere la crisi. Ma l’altro lato della medaglia cela aspetti più opachi.
Dove trasferirsi?
Se i Balcani e il nord Africa sono i Paesi prediletti per impegni prettamente commerciali, considerando la sfera privata sono pochi gli italiani che accetterebbero di andare a vivere in uno di questi Paesi. Poco gettonati sono anche i Paesi del Bric, specie la Russia e la Cina (rispettivamente 2 e 4%) ai quali si aggiungono gli Emirati Arabi (nuovamente il 2%). Molto successo vanta l’Australia preferita da ben il 28% degli intervistati, in Svizzera andrebbe il 19% mentre l’11% preferirebbe il Sud America, gli Stati Uniti resistono nonostante tutto con il 7%. Ogni Paese trova una sua giustificazione abbastanza ovvia in merito alla scelta degli intervistati. Gli Usa hanno sofferto tanto della crisi di identità politica che di quella economica rispetto ai tempi d’oro quando ancora di guardava all’America come una super potenza. La Cina è vista ancora come lontana e la barriera linguistica peggiora ulteriormente le cose, mentre la Russia è rinomata per una politica troppo rigida e una burocrazia ingessata. Tra i preferiti la Svizzera offre il vantaggio di essere europei ma senza le “seccature” dell’Euro mentre il Sud America è apprezzato per lo stile di vita agiato ed il clima mite. Le statistiche emergono da un recente sondaggio condotto da Il Sole 24 Ore e dimostrano come non sia solo la sicurezza economica ad influire sulle scelte delle persone ma anche numerosi altri fattori socio culturali e climatici come nel caso del Sud America.
Quale settore preferisce maggiormente l'estero?
Tra le imprese che hanno scelto di delocalizzare ve ne sono numerose provenienti dal settore dell’energia rinnovabile. L’ultimo rapporto di Althesys mostra come le italiane interessate a rinnovabili, eolico, idroelettrico, fotovoltaico, biogas siano sempre più incentivate ad “andarsene” attratte da un territorio morfologicamente adatto ad ospitare gli impianti per la produzione di energia alternativa ma soprattutto da un quadro normativo più sicuro e premiante rispetto a quanto non sia in Italia e da minori difficoltà ad accedere al credito. La fuga di investimenti dallo stivale all’estero si è acuito nell’ultimo periodo verso stati come la Serbia, l’Inghilterra e più in generale il Nord Europa. Citando un esempio si pensi che per l’eolico nel 2011 per la prima volta gli investimenti verso l’estero hanno superato quelli casalinghi (il trend di crescita per il settore rispetto al 2010 è stato del 23%). Il Sud America ha mostrato essere la patria ideale per interventi strategici di sfruttamento delle risorse idriche per la produzione di energia. In questo ambito gli interventi di tipo mini e micro-hydro che promettono di ridurre al minimo l’impatto ambientale sembrano essere i più interessanti nonostante la fetta di mercato sia ancora molto risicata.
Anche la italiana Enel, con la divisione Enel Green Power ha scelto l’estero e in particolare il Nord Europa e anche il Nord e Sud America per nuovi investimenti, trovando beneficio in un quadro normativo meno incerto rispetto a quanto non avvenisse entro i confini italiani. Nell’area del Nord America questo vantaggio si tradurrà nella possibilità di triplicare entro la fine dell’anno la capacità di produzione elettrica (a tal proposito potete dare uno sguardo al nostro articolo Enel Green Power: impianto eolico in Messico).
La Falck Renewable è invece maggiormente interessata all’eolico e per questo sta investendo maggiormente in paesi come il Regno Unito e la Polonia che offrono le giuste condizioni climatiche e tassi di interesse sui finanziamenti interessanti. Seci è un’ulteriore esempio di azienda interessata alla delocalizzazione in ambito energetico. L’azienda si occupa di biomasse. Seppur il progetto principale rimanga ancorato all’Italia, altri progetti legati all’energia idroelettrica, fotovoltaico e biogas sembrano destinati ad essere avviati quasi esclusivamente all’estero poiché “l’Italia è meno attrezzata rispetto ad altri Paesi nel sostenere le proprie aziende all’estero nel settore sviluppo progetti rinnovabili”.
Paesi a tassazione favorevole
Tra i Paesi che offrono una tassazione favorevole si trova l’Irlanda. La nazione del quadrifoglio applica un interessante regime fiscale agevolato per imprese e holding internazionali. La tassazione standard prevede una pressione fiscale del 12,5% per i redditi da attività commerciale che già di per sé potrebbe convincere in molti a fuggire dall’Italia. Come se non bastasse viene applicato il credito d’imposta sulle spese di ricerca e sviluppo così da incentivare ulteriormente tali attività . Il governo ha aderito inoltre a diversi trattati per far evitare agli imprenditori la doppia tassazione. Una sorta di Paese dei balocchi per chi vuole far esprimere alla propria azienda tutta la sua potenzialità ma ad un patto. Tali benefici sono riservati ad aziende che operano prevalentemente in territorio nazionale (la maggior parte degli amministratori deve avere residenza in Irlanda e riunioni, decisioni strategiche ecc. devono essere effettivamente compiute nel territorio nazionale) per evitare aperture di aziende di comodo che finirebbero per indebolire l’economia del Paese, che ricordiamolo, ha vissuto una delle peggiori situazioni a livello internazionale per via della crisi.
Dal 2004 le holding godono della partecipation exemption ovvero l’esenzione della tassazione delle plusvalenze realizzate da cessione di partecipazioni qualificate, ovvero uguali o superiori al 5%. Per godere del beneficio si deve far parte necessariamente di un Paese con i quali l’Irlanda ha stipulato un trattato contro la doppia imposizione. Deve inoltre essere garantito il diritto al 5% dei profitti della società partecipata e del 5% del patrimonio di liquidazione qualora la società venga sciolta. La partecipazione deve durare almeno 12 mesi e la cessione deve avvenire entro 2 anni. I tratta di alcuni paletti necessari e in parte limitanti ma che permettono comunque di godere di un regime nemmeno lontanamente sognabile in Italia.
Citando un ulteriore esempio di paese che negli ultimi anni ha rafforzato l’invito alle imprese italiane ad aprire una sede estera troviamo l’Albania. Lo Stato già lo scorso anno ospitava 150 aziende a partecipazione italiana, offrendo una interessante tassazione del 10% a pochi chilometri da casa, una celere burocrazia, un basso costo del lavoro. L’economia del paese è in crescita, un +3,6% del Pil anche nel difficile 2009 è di per sé un ottimo biglietto da visita. Il primo ministro in più di un’occasione non si è risparmiato di apostrofarla “la Svizzera con il mare”.
Si può ancora parlare di Made in Italy?
E’ questa la domanda che molti si fanno pensando a prodotti nati da aziende spartite a metà tra più Paesi. In particolare si pensi all’attività di trasformazione agricola e dell'industria conserviera. Se i prodotti sono coltivati in terre estere ma da imprese italiane, oppure coltivati in Italia ma poi trasformati da imprese che operano all’estero, questi hanno il diritto di mantenere l’appellativo “Made in Italy”? Non ci sono certezze. Al momento vince il buon senso, ma la legge spesso lascia margini di dubbio che potrebbero essere sfruttati a danno dei consumatori. E’ recente la condanna di un produttore di concentrato di pomodoro che adoperava pomodori cinesi ma lavorati in Italia applicando senza troppi scrupoli la dicitura Made in Italy sulle confezioni. In questo caso è stata fatta giustizia con l’obbligo per l’azienda di dichiarare la reale provenienza e il consumatore è stato tutelato, ma fino a che punto è possibile dare garanzie? Una risposta univoca ancora non esiste.
A questo punto appare chiaro che la concorrenza fiscale tra stati ha messo in moto una dinamica interessante per quanto riguarda la possibilità di investimento e crescita delle nostre imprese. Rimangono dei dubbi su quanto si possa continuare a considerare tali imprese italiane. Non si tratta certo di un tradimento della propria patria ma di una fisiologica fuga, che da un lato è necessaria e dall’altro viene vissuta con rammarico. Almeno finchè il nostro paese non riuscirà a competere a livello fiscale con nazioni di per sé più deboli (si pensi all’Albania citata in precedenza) ma che hanno capito con astuzia come giocare le loro pedine. Noi al momento giochiamo in ritirata.


Mirko Zago è laureato in scienze della comunicazione all'università di Bologna e appassionato di editoria online. Da sempre attratto dal mondo della Rete e del business, scrive per diverse realtà , trattando di imprenditoria, nuove tecnologie e IT



