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PMI Dome

Quanto pesa la cultura nell’economia italiana?

Uno studio promosso da Symbola e Unioncamere fa emergere l’importanza strategica dell’industria culturale nel contesto nazionale
di Roberta Barbiero | 02 agosto 2012
Roberta Barbiero, laureata in Scienze della Comunicazione e specializzata in Editoria e Comunicazione multimediale, lavora presso la casa editrice Hyper e da sempre è attratta dal mondo della scrittura e dallo studio delle dinamiche linguistiche e relazionali implicate da qualsiasi apparato comunicativo
Un cambiamento di paradigma nello sviluppo imprenditoriale italiano, capace di puntare strategicamente sul legame identitario col territorio e di rafforzare la riconoscibilità dell’offerta di beni e servizi, quale fattore competitivo su scala globale. È questa la tendenza intravista dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere, promotori – grazie anche al sostegno dell’assessorato alla Cultura della regione Marche – del Rapporto 2012 “L’Italia che verrà: Industria culturale, made in Italy e territoriâ€. 
Si tratta di una trasformazione certo graduale, ma sempre più evidente, al cui centro sembra esservi un modello aziendale fondato sulla qualità, sulla creatività, sul giusto connubio tra innovazione e valorizzazione dei fattori e dei saperi locali, sulla salvaguardia delle risorse ambientali. 
La cultura – si legge nella premessa al report – rappresenta non solo il passato, “ma soprattutto presente, progresso e sostenibilitàâ€, essa è “l’origine e, allo stesso tempo, la frontiera della competitività del nostro made in Italyâ€. Un rapporto intrinseco, quello tra economica e cultura, che ha da sempre caratterizzato il successo internazionale delle nostre produzioni d’eccellenza e che impone, oggi più che mai, di rafforzarsi e rinnovarsi
L’indagine ha inteso, allora, evidenziare il ruolo, all’interno del contesto italiano, di una cultura vista come infrastruttura immateriale capace di generare molta più ricchezza di quanto si sia solitamente inclini a pensare. Si è cercato, in altri termini, di quantificare il peso specifico della cultura nell’economia nazionale e il quadro che ne è uscito sembra essere, in fondo, piuttosto incoraggiante, in termini di capacità di creare valore aggiunto, occupazione e proiezione sui mercati internazionali, con ampi margini di sviluppo nel prossimo futuro.
Eppure, nel confronto con gli altri Paesi europei, l’Italia si è spesso dimostrata inadeguata nell’offrire giusta considerazione e collocazione alla cultura, nell’ambito delle proprie scelte di politica economica: a seguito della profonda crisi che ha coinvolto il nostro territorio, la cultura ha subito pesanti tagli dal punto di vista del finanziamento pubblico, non si è cercato di far leva sulla sua intensa forza anti-congiunturale, potenzialmente in grado di ridare un impulso significativo alla produttività e alla competitività. Nella volontà costante di sanare il debito pubblico, si è spesso scelto di sacrificare la cultura, escludendola dalla definizione di nuovi modelli di sviluppo, totalmente orientati in direzione dell’innovazione scientifica e tecnologica più canonica e dei grandi temi dell’energia, della logistica, dell’ICT.
Tale limite deriva fondamentalmente dall’incapacità di comprendere le interdipendenze strutturali tra i vari ambiti della creatività, che imporrebbero di sostenere proprio quei settori che, pur non profittevoli di per sé, costituiscono un decisivo laboratorio di sperimentazione e innovazione, dall’impatto molto forte su altri settori considerati tipicamente strategici (come accade, ad esempio, con riferimento a molte attività nel campo delle arti visive, funzionali al manifatturiero del design e della moda).
Non poche sono le evidenze che, a livello europeo, dimostrano la forza trainante dei settori culturali e creativi per la crescita: esiste, ad esempio, una netta relazione tra livello di concentrazione delle industrie creative (in termini di occupazione settoriale) e prosperità in termini di PIL pro capite. D’altra parte, le specificità italiane nel sistema di interdipendenze produttive, se comprese e opportunamente valorizzate, potrebbero – sostengono i fautori del rapporto – costituire la base di un approccio nuovo, autoctono e fruttuoso all’evoluzione strategica della nostra economia.

Andiamo però con ordine. Nel rapporto si precisa, innanzitutto, cosa si intenda per sistema produttivo culturale (o più semplicemente industrie culturali): “quel complesso di attività economiche d’impresa che – partendo dalle basi di un capitale culturale riguardante non solo il patrimonio storico, artistico e architettonico, ma anche l’insieme di valori e significati che caratterizzano il nostro sistema socio-economico – arrivano a generare valore economico ed occupazionale, concorrendo al processo di creazione e valorizzazione culturaleâ€.
Nel 2011 il valore aggiunto prodotto dalle industrie culturali italiane ammonta a quasi 76 miliardi di euro, pari al 5,4% della ricchezza totale dell’economia (percentuale in leggera crescita se confrontata con il 5,3% relativo al 2007, anno appena precedente alla crisi). Le risorse umane impegnate nelle imprese culturali sono pari a circa 1 milione e 390 mila persone, corrispondenti al 5,6% del totale degli occupati del Paese (in incremento di tre decimi di punto sul 5,3% stimato con riferimento al 2007).
Nel quadriennio 2007-2011 la crescita nominale del valore aggiunto delle imprese operanti nel settore della cultura è stata dello 0,9% annuo, più del doppio rispetto all’economia italiana nel suo complesso (+0,4% annuo). Parallelamente si registra una particolare tenuta occupazionale dell’industria culturale, nonostante la crisi: nel medesimo periodo, il numero di occupati è cresciuto a un ritmo medio annuo dello 0,8%, a fronte di una flessione dello 0,4% riscontrata per l’intera economia nazionale. 
Nel 2011 in Italia il saldo della bilancia commerciale del sistema produttivo culturale ha registrato un attivo per 20,3 miliardi di euro (contro i -24,6 miliardi registrati a livello di economia complessiva), contribuendo alla ripresa, seppur contenuta, del PIL tra il 2010 e la prima parte del 2011. L’export di cultura vale oltre 38 miliardi di euro e costituisce il 10% dell’export complessivo nazionale. L’import è pari a 17,8 miliardi di euro e rappresenta il 4,4% del totale. 

La ricerca non limita il proprio campo d’osservazione ai settori tradizionali della cultura e dei beni storico-artistici, al contrario considera l’importanza di cultura e creatività nel complesso delle attività economiche italiane, nei centri di ricerca delle grandi industrie, nelle botteghe artigiane, negli studi professionali. Quattro sono i macro settori che si è scelto di analizzare: industrie culturali (film, video, videogiochi e software, musica, stampa), industrie creative (architettura, comunicazione e branding, artigianato, design), patrimonio storico-artistico architettonico e, infine, performing art e arti visive.
A vantare le maggiori percentuali di crescita media annua, nel periodo 2007-2011, sono le performing arts e le arti visive (+1,3% in termini di persone occupate e +3,6% per quanto riguarda il valore aggiunto), buona anche la dinamica registrata dalle industrie creative, con riferimento al valore aggiunto (+1,7%). Subisce, invece, un forte declino il patrimonio storico-artistico, diminuendo di 9,4 punti percentuali il proprio peso in termini di valore aggiunto e di 1,1 punti con riferimento al numero di occupati.


In termini assoluti sono le industrie creative e quelle culturali a contribuire maggiormente – secondo gli ultimi dati disponibili, quelli riferiti al 2011 – allo sviluppo economico e occupazionale: le prime producono valore aggiunto per quasi 35 miliardi e 716 milioni di euro, pari al 47,1% dell’intero comparto cultura, e danno occupazione a più di 743 mila persone, pari al 53,5%; le seconde incidono per il 46,5% sul valore aggiunto creato (pari a 35 miliardi e 273 milioni di euro) e per il 39,1% sull’occupazione (543 mila impiegati). Quota molto più contenuta, invece, per le performing arts e arti visive (5% del valore aggiunto, pari a 3 miliardi e 755 milioni di euro, e 5,9% dell’occupazione, pari a 82 mila unità) e, soprattutto, per le attività private collegate al patrimonio storico-artistico (1,4% del valore aggiunto, cioè 1 miliardo e 61 milioni di euro, e 1,5% dell’occupazione, cioè 21 mila persone).


Da un punto di vista geografico, nel Nord-Ovest si concentra la quota più consistente di prodotto e di occupazione nel Paese, pari a più di un terzo (rispettivamente 35%, pari a 26 miliardi e 543 milioni di euro, e 31,5%, pari a 438 mila occupati) del totale, soprattutto grazie al ruolo esercitato dalla regione Lombardia. Guardando, tuttavia, alla capacità del sistema culturale di incidere sull’economia del territorio, è il Centro la ripartizione che manifesta la percentuale più elevata (6,1% in termini di valore aggiunto, pari a poco più di 19 miliardi e 29 milioni di euro, e 6,3% per gli occupati, pari a 337 mila unità). Seguono il Nord-Ovest, appunto, che dal settore crea il 5,9% della propria ricchezza, il Nord-Est, che da esso vede arrivare il 5,5% del valore aggiunto, e il Mezzogiorno con appena il 3,8%.
Tra le regioni, in testa alla classifica per incidenza del valore aggiunto della cultura sul totale dell’economia vi è il Lazio (6,8%) seguito a stretto giro da Marche, Veneto e Lombardia (tutte e tre attestate a quota 6,3%), quindi dal Piemonte (5,8%). 
Considerando, invece, l’incidenza dell’occupazione delle industrie culturali sul totale dell’economia, risulta in testa il Veneto (7%), seguito dalle Marche (6,9%), dal Friuli Venezia Giulia (6,4%), dal Lazio e dalla Toscana (entrambe al 6,3%). 
Sia con riferimento al valore aggiunto sia per quanto riguarda gli occupati, le ultime tre posizioni, per contributo del sistema produttivo culturale all’economia del territorio, sono occupate dalla Calabria (3,5% valore aggiunto, 4,1% occupazione), dalla Sicilia (3,2% valore aggiunto, 4% occupazione) e dalla Liguria (3,3% valore aggiunto, 4,1% occupazione).?
Per quanto riguarda i dati provinciali, la graduatoria nazionale pone Arezzo al primo posto, sia con riferimento al valore aggiunto sia per quanto concerne gli occupati del settore cultura (rispettivamente 8,4% e 9,8% del totale dell’economia aretina). Con riferimento al primo parametro, seconde classificate, a pari merito, sono le province di Pordenone e Milano (entrambe all’8%), seguite da un altro ex equo, Pesaro e Urbino e Vicenza (7,9%). Forte l’incidenza del valore aggiunto della cultura anche a Roma (7,6%), Treviso (7,5%), Macerata e Pisa (entrambe al 6,9%) e Verona (6,8%). Nelle ultime posizioni, oltre a province del Sud quali Sassari, Caltanissetta e Taranto, si collocano anche le province toscane di Massa-Carrara e Livorno e la provincia ligure di La Spezia. ?Per quanto concerne, invece, il peso a livello occupazionale del comparto cultura sul totale dell’economia, subito dopo Arezzo troviamo Pesaro e Urbino (9,5%), Vicenza (9,1%), Pordenone (8,6%) e Treviso (8,5%), Pisa (7,9%), Milano (7,8%), Macerata (7,7%), Firenze (7,6%), Monza e Brianza (7,4%).

I dati finora riportati si riferiscono alle attività più prettamente imprenditoriali collegabili alla cultura. Tuttavia il sistema produttivo culturale implica anche una componente di origine pubblica, legata soprattutto alla gestione e alla tutela del patrimonio, nonché un’anima non profit. Aggiungendo il contributo di queste due ulteriori “animeâ€, il sistema produttivo culturale nel suo complesso arriva a oltre 80 miliardi di valore aggiunto e più di 1,48 milioni di occupati. Aumenta di conseguenza anche l’incidenza del settore culturale sul totale dell’economia: dal 5,4% al 5,7% per quanto riguarda il valore aggiunto, e dal 5,6% a 6% con riferimento all’occupazione.
Al di là della componente pubblica e di quella nonprofit, l’industria culturale italiana si inserisce in una filiera ben più ampia riguardante settori che non svolgono attività culturale, ma che sono attivati proprio dalla cultura. Una filiera articolata e diversificata, della quale fanno parte: attività formative, produzioni agricole tipiche, attività del commercio al dettaglio collegate alle produzioni dell’industria culturale, turismo, trasporti, attività edilizie, attività quali la ricerca e lo sviluppo sperimentale nel campo delle scienze sociali e umanistiche.
Se si considera, allora, l’incidenza dell’intera filiera delle industrie culturali, il valore aggiunto prodotto cresce dal 5,7% (riguardante il nucleo delle attività pubbliche, private e nonprofit) al 15% del totale dell’economia nazionale, passando da 80,8 a 211,5 miliardi di euro. Aumenta parallelamente di tre volte il peso della cultura sull’occupazione, passando dal 6% al 18,1%, con un numero di occupati che da 1,48 milioni (sempre considerando imprese, istituzioni pubbliche e nonprofit) arriva a 4,48 milioni di unità.
La forte intersettorialità dell’industria culturale esige, dunque, di adottare una logica di networking capace di affrontare le nuove sfide poste da un contesto sempre più globale. I dati esposti smentiscono – rilevano infine i promotori – chi descrive la cultura “come un settore non strategico e rivolto al passatoâ€, imponendo di considerare piuttosto questo settore come “una delle leve per ridare ossigeno ad un Paese messo a dura prova dalla perdurante crisiâ€. 

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Commenti
1Commento

Quanto pesa la cultura...

Per quanto riguarda il cinema i finanziatori esterni sono benedetti però devono affidarsi ad esperti di settore altrimenti si prendono molte fregature

Inviato da giancarlo sartoretto

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