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PMI Dome

L'Italia dei fallimenti. Chi ci guadagna?

Secondo il rapporto del Cribis D&B, nel nostro Paese falliscono circa 35 aziende al giorno incapaci di reagire alla crisi. E la Giustizia di certo non aiuta
di Giovanni Barbieri | 03 agosto 2012
Un'economia che si avvita su se stessa. E un paese che sembra implodere inesorabilmente, scomparendo nel nulla come le migliaia di aziende che si vedono morire per incapacità di reagire alla crisi, alla concorrenza estera, alla mancata liquidità e ai mutamenti del mercato. Questa è la triste rappresentazione a fosche tinte del nostro sistema-paese, dipinto con inesorabile freddezza dai numeri raccolti dall'Analisi fallimenti realizzata da Cribis D&B, società del gruppo CRIF specializzata nella business information.

Per fare il punto: 6.321 le imprese che hanno chiuso i battenti nei soli primi sei mesi di quest'anno, oltre mille ogni mese, per un totale di 35 al giorno. E fra queste, ci  sono anche grandi realtà, come il gruppo di supermercati a marchio Sidis di proprietà della Midal Spa con un debito di circa 200 milioni di euro a cui, poche ore fa, si è aggiunto il crac dei Cantieri Navali Rizzardi, la nota azienda che produceva yacht di lusso a Sabaudia, che "vanta" un buco di oltre 112 milioni di euro e più di 800 creditori. E non è tutto. Questi numeri sono in calo rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno (-9%), ma in incremento se confrontati con lo stesso periodo del 2010 (+4%) e soprattutto del 2009 (+30%).

Numeri inquietanti, che sono destinati a destare ulteriori timori, se si considerano alcuni dati, relativi ai concordati preventivi, che non sono conteggiati nella ricerca in quanto con essi si evita il fallimento vero e proprio, ma segnano comunque la fine di un'attività. Quei concordati che, proprio nel caso dei Cantieri Navali Rizzardi citati poc'anzi, non sono stati accettati dai giudici, provocando così la brusca fine di una realtà tutta italiana. Un'opportunità di cui usufruiscono molte aziende strutturate, da cui però dipende la vita di molte piccole e micro imprese fornitrici di servizi, che si trovano quindi tagliate fuori dalle opportunità di business e soffocano a causa della mancanza di credito bancario. È un effetto domino, che purtroppo si unisce ad un circolo vizioso. La chiusura delle aziende impoverisce il sistema economico, impedisce la generazione di nuova ricchezza e provoca una contrazione dei consumi. Si hanno così meno introiti,  più debiti, maggiori fallimenti... E si ricomincia il giro di questo impietoso valzer.

Una situazione quindi che non risparmia nessuno, mostrandosi trasversale all'intero sistema produttivo, dall'edilizia, che la ricerca Cribis conferma come il settore in maggiore difficoltà, fino al commercio all'ingrosso e ai servizi commerciali. E la caratteristica di trasversalità è anche di tipo geografico, con il Nord, e nello specifico la Lombardia, colpita per la maggiore, seguita dal Lazio, dal Veneto, dalla Campania, dal Piemonte, dall'Emilia Romagna, dalla Toscana, dalla Puglia, dalla Sicilia e dalle Marche.

Una situazione quindi che per essere compresa non ha bisogno di analisi, perché si rivela dai ritardati pagamenti delle aziende e dagli occhi inermi dei milioni di lavoratori disoccupati o rimasti senza lavoro dopo una vita di sacrifici. Eppure c'è chi dai fallimenti ci guadagna. Non sono certo le famiglie degli operai, ma tutta una rete di avvocati, commercialisti, consulenti di varia natura, pronti a cibarsi come avvoltoi delle carcasse  delle aziende iscritte ai libri dei tribunali. Ed è proprio nella giustizia che si hanno i maggiori sperperi di tempo e costi. Così un imprenditore che fallisce, oltre ai problemi penali, si trova ad affrontare sei anni di processo per definire le procedure di liquidazione e non meno di 15 anni per un giudizio definitivo. Durante questo iter si recupera meno di un terzo dei crediti e il resto si distrugge anche nelle parcelle dei professionisti dei fallimenti.

Questa situazione suggerisce, quindi, la necessità da parte dello Stato di controllare la spesa pubblica, abbattendo tutti gli sprechi veri, reali ed enormi, come la giustizia e i suoi tempi biblici, gli eccessivi corpi di polizia, l'elevato numero di enti inutili, i troppi gradi di governo, i lavori pubblici che durano all'infinito e tanto altro, che attualmente definiscono un grado di pressione fiscale del 55%. E di fronte a tutto ciò, la politica e i media distraggono il grande pubblico parlando di Province, di spending review, di spread e della Merkel, allontanando l'opinione pubblica dai problemi veri, dalla troppa dipendenza dai giochi di potere e dallo scarso interesse generale nei confronti della salute dei cittadini e del Paese.


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