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PMI Dome

Quando la Fiat chiama, il governo risponde

La notizia di un possibile addio del Lingotto dall’Italia rimette in moto l’antico gioco della parti tra il governo e l’industria torinese suscitando reazioni di politici e parti sociali. Ma è giusto catalizzare tutta l’attenzione sul problema Fiat? 
di Flavio Calcagno
Flavio Calcagno è junior project manager e si occupa principamente di project planning e opportunitĂ  di investimento. Laureato in Scienze Politiche e specializzato in Governo dell’Unione Europea e Politica Internazionale è da sempre affascinato dal mondo dell’editoria e dell’informazione digitale. Scrive per conto di diverse realtĂ  in ambito sociale e imprenditoriale. 
Ci risiamo. Lo spettro della chiusura degli stabilimenti Fiat prova nuovamente a materializzarsi creando timori e tensioni a livello sociale e politico. Il numero uno dell’azienda, Sergio Marchionne, non ha esitato in questi mesi a lamentarsi delle lentezze burocratiche italiane, della normativa sul lavoro, dei contratti obsoleti, del sindacalismo fannullone e antagonista, utilizzando spesso toni a limite dell’arroganza. L’amministratore della Fiat va ripetendo da almeno due anni come ormai manchino sia i margini per produrre che per mantenere una rete commerciale, ritenendo l’Italia un paese anti-economico sia nel mantenere gli impianti che nel vendere  veicoli. Così, la notizia circolata negli ultimi giorni dell’imminente dismissione dell’intera produzione Fiat in Italia ha reso incandescente il dibattito tra governo, politica e sindacati pronti a fare piena luce su una storia sempre piĂą delicata. “Marchionne ci ha imbrogliati” hanno tuonato da piĂą parti sindacati e politici, convinti che la strategia del Lingotto sia finalizzata ancora una volta alla concessione da parte del governo di aiuti pubblici. Infuriato Gianni Fava, responsabile federale del dipartimento Sviluppo Economico della Lega Nord: “La Lega Nord si opporrĂ  ad eventuali incentivi dati ad hoc per la Fiat”. Critiche giunte anche dal Popolo della LibertĂ : “Dalla Fiat che ha avuto molto, anzi moltissimo, dall'Italia e dalle istituzioni italiane, ci si aspetta molto di piĂą. I vertici del Lingotto continuano a rimanere larghi nel prendere e parchi nel dare ” , da Fassina (Pd):  “ Impegni generici che non garantiscono il futuro" e Casini:  “ Sono preoccupato, no agli incentivi”. 

La situazione è critica e per capire le debolezze strutturali e le tendenze in atto a poco servono slogan battaglieri forti nella forma ma impotenti nella sostanza. L’attuale vicenda Fiat va inserita nel contesto produttivo dell'automotive nel Mondo. Dieci anni fa nel mondo si producevano 59 milioni di auto e veicoli commerciali. I principali paesi produttori europei facevano  circa 17 milioni e mezzo, gli Usa circa 13 milioni come il blocco Giappone-S.Corea. L'Italia produceva, in questo contesto, circa 1 milione e 750 mila veicoli (il 10% dell'Europa). Dopo dieci anni, nel 2011, la produzione di veicoli nel mondo è passata (con un incremento di oltre 21 milioni di unitĂ ) a circa 80 milioni di veicoli. L'Europa dei maggiori produttori è passata a 15 milioni e 800 mila unitĂ  (1.6 milioni in meno), gli Usa a 8 milioni e 600 mila unitĂ  (4.1 milioni in meno) mentre il blocco Giappone-S.Corea è rimasto stabile a 13 milioni. Il blocco Cina-India-Brasile che dieci anni fa produceva 4 milioni e mezzo di unitĂ , produce oggi (grazie in particolare agli oltre 18 milioni della Cina) quasi 27 milioni di unitĂ . L'Italia produce oggi 790 mila unitĂ  (con una ulteriore diminuzione nel 2012) dimezzando il proprio contributo al 5% rispetto ad una Europa che pur appare cedente nel mondo. Numeri che rivelano due dati di fatto: la prima è che la produzione di veicoli, come tante altre produzioni industriali si è spostata, anche a seguito dei nuovi trend di domanda, verso i paesi emergenti in particolare dell'Asia. La seconda che la produzione di veicoli resta però invariata nei paesi avanzati come la Germania, il Giappone e gli Stati Uniti. In un contesto di ridislocazione mondiale che segue i nuovi luoghi dello sviluppo industriale, l'Italia appare come il paese piĂą cedevole nel panorama europeo in controtendenza rispetto alla tenuta di altri settori industriali, altrettanto maturi, che caratterizzano il “made in Italy”. Nel settore automotive italiano il tema settoriale e il tema imprenditoriale diventano un tutt'uno e non si può tenere distinto il problema della produzione di veicoli da quello della presenza della Fiat in Italia.

Esiste un “legame” fra la Fiat e l'Italia, che seppur contrastato e turbolento fin dalla nascita della Fiat, è stato ed è oggi l'elemento di forza ma anche di debolezza del settore produttivo in Italia. In nessun altro paese forse, fra i grandi produttori mondiali, le tematiche del settore si riducono al rapporto fra Stato e Impresa come nel caso italiano. E’ la storia di un pasticcio all’italiana che esiste da più di 50 anni, caratterizzato da reciproche coperture tra governi e vertici dell’industria torinese. Da un lato la Fiat afferma, almeno dal 2000, che necessita l’armonizzazione tra le diverse realtà del gruppo che va dalla Fiat Industrial alla Magneti Marelli, passando per Fiat auto, Alfa Romeo, Autobianchi (ex Bianchi moto e auto), Lancia, Abarth, Iveco, Ferrari, Maserati, Piaggio, Teksid ed ancora treni, macchine agricole, movimento terra (Fiat Allis), costruzioni (Impregilo), nautica, settore finanziario. Dall’altro i governi, negli anni della Prima Repubblica, hanno sempre considerato il posto in Fiat “quasi statale” e pertanto hanno aiutato la famiglia Agnelli per non mettere in pericolo la pace sociale. La globalizzazione ha messo a dura prova il protezionismo in tutti gli stati tranne che in Italia, dove la Fiat ha continuato a godere di un sostegno statale che non ha avuto paragoni: mentre in Germania e Regno Unito hanno prevalso logiche di mercato, Francia e Italia hanno mantenuto la tradizionale attitudine protettiva nei confronti delle loro imprese. Con una differenza: in Francia con politiche industriali le imprese automobilistiche sono state aiutate a collocarsi sul mercato globale, in Italia, si è continuato a perseguire politiche di sovvenzione nel solco di una tradizione all´intervento erogatorio. Dal 1977 al 1987 Fiat e Alfa Romeo hanno incamerato un ammontare di aiuti statali (6,7 miliardi di ecu) largamente superiori a quelli incassati da Renault (4,4 miliardi), Volkswagen (1,5 miliardi), gruppo Psa (1,1 miliardi), General Motors (1,1 miliardi) e Ford (655 milioni). Una tendenza che è proseguita anche negli anni successivi, tra accordi di programma (come quello che favorì la costruzione dello stabilimento a Melfi), finanziamenti per ricerca, formazione e sviluppo (erogazioni dai mille rivoli) e ripetute casse integrazioni (di cui alla fine si è perso il conto, riconosce di fatto la ricerca, per la difficoltà di reperire e ricostruire dati precisi). Gli effetti di questo interventismo? La Fiat invece di essere stimolata a espandersi e internazionalizzarsi si è fossilizzata nel mercato italiano. Mentre la Francia è stata capace di aumentare del 40 per cento i suoi volumi di produzione, la Germania ha accresciuto i suoi del 13 per cento, in Italia il volume di produzione è diminuito del 15 per cento.
La storia si ripete nella Seconda Repubblica, quando in piena crisi e sotto minaccia di fuga dell’azienda dall’Italia, il modello Pomigliano viene accettato dai governi di destra e di sinistra per garantire quella flessibilitĂ  richiesta dal Lingotto utile a scongiurare la possibilitĂ  dell’abbandono. 

I dubbi su un nuovo possibile cedimento del governo alle perplessitĂ  di Marchionne appaino quantomeno fondati, considerato che oggi, piĂą che in passato,  il coltello dalla parte del manico non l’hanno sindacati o i partiti ma proprio la Fiat, che decide quando e come mettere per strada le maestranze senza che il governo possa impedire che ciò avvenga. D’altra parte sono lontani i tempi dell’assistenzialismo post-bellico. Oggi siamo in Europa, e in Europa vige la libertĂ  di aprire e chiudere uno stabilimento. Così può accadere che la Fiat batte in ritirata dall’Italia ma cresce nel mondo, dove viene vista ancora come il maggiore gruppo industriale italiano con significative attivitĂ  all’estero, presente in 61 nazioni con 1063 aziende che impiegano oltre 223.000 persone. Sindacati e politica oggi gridano allo scandalo ma soprattutto loro nel corso della storia hanno generato il mostro Fiat, permettendo all’azienda, con operazioni pagate dallo Stato Italiano, l’acquisizione di tutti i marchi automobilistici italiani, spazzando via ogni possibile concorrenza. 

Se oggi la Fiat andasse via dall’Italia, con essa si estinguerebbe una centenaria tradizione automobilistica che negli anni 50’ e 60’, grazie alla presenza di numerose piccole aziende automobilistiche, contribuì non poco al Pil italiano. L’estinzione delle piccole aziende automobilistiche in virtĂą delle acquisizioni fatte dalla Fiat furono accolte dai sindacati come una manna per i lavoratori, da contrattualizzare tutti nella Fiat. Una scelta che oggi si è rivelata poco lungimirante e che ha finito per creare un monopolio in un settore di punta della tradizione industriale italiana.  

A spazzare ogni dubbio circa un nuovo possibile cedimento del governo alle richieste di Marchionne ci ha pensato il premier Mario Monti che  ha voluto rassicurare sindacati e partiti sull’esito dell’incontro  tenutosi in questi giorni a Palazzo Chigi. “L’incontro puntava a non dare aiuti finanziari a Fiat ma a creare condizioni di contesto che consentano di salvaguardare la presenza di Fiat in Italia e a valorizzarne il patrimonio di competenza ”  , ha dichiarato Monti respingendo alcune ricostruzioni fantasiose, spiegando che  “ concessioni finanziarie non sono state chieste e, se fossero state chieste, non sarebbero state accolte ”  . Il presidente del Consiglio ha dunque invitato a guardare all'esito dell'incontro come una "grande scommessa" nella quale in ogni caso sarĂ  necessario "l'impegno delle parti". Lo stesso Marchionne ha subito smentito in un’intervista su Repubblica la notizia di un possibile addio dell’azienda:  “ Io non ho parlato di esuberi, non ho proposto chiusure di stabilimenti, non ho mai detto che voglio andar via. Le assicuro che ci vuole una responsabilitĂ  molto elevata per fare queste scelte oggi â€ť. Una risposta a quanti nei giorni precedenti lo avevano pubblicamente criticato. Alla fine il vertice tra Governo e Fiat non ha portato a novitĂ  di rilievo. La Fiat si è impegnata a rimanere in Italia con gli investimenti (originariamente il piano Fabbrica Italia prevedeva 20 miliardi di euro nel periodo 2010-2014) che verranno rimodulati in funzione dell'andamento del mercato europeo, negativo fino al 2014 secondo la casa torinese. Da parte sua il governo si sarebbe impegnato a studiare possibili incentivi e agevolazioni destinati all'intero settore industriale (non solo al settore auto). 

SarĂ  pur vero, ma certamente quando la Fiat chiama il governo risponde sempre e ogni discorso riguardante possibili incentivi e investimenti ruota attorno allo stabilimento Fiat, dimenticando che il 95% della realtĂ  italiana è composta da piccole e medie imprese sull’orlo del tracollo. Circa 120mila aziende che danno occupazione ad oltre 2,3 milioni di lavoratori. Un patrimonio industriale rilevante che rappresenta l'ossatura del sistema economico e produttivo del nostro Paese. Considerato che di fatto la Fiat ha giĂ  lasciato l’Italia, depotenziando il cervello produttivo con il trasferimento di tecnologie alla Chrysler e facendo produrre qui da noi solo una piccola parte dei 4 milioni di vetture del gruppo Fiat-Chrysler, la riflessione sorge spontanea: è giusto ancora insistere e incentrare tutte le attenzioni e gli sforzi su un modello di grande impresa che non trova piĂą da noi  le condizioni per poter prosperare e che laddove si sviluppa rischia di monopolizzare il mercato eliminando ogni possibile concorrenza interna? Le conseguenze negative di una simile strategia sono evidenti e quantomeno bisognerebbe cominciare a pensare ad una strategia industriale di grande portata che guardi anche e soprattutto al mondo delle Pmi


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Tags (4)

fiat, pmi, marchionne, monti
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