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Il lavoro notturno porta stress e depressione

Lo rileva uno studio fatto negli Stai Uniti secondo il quale la luce artificiale a cui ci si espone di notte attiva un gruppo di cellule, che interessano l'umore, la memoria e l'apprendimento
di Flavio Calcagno
Flavio Calcagno è junior project manager e si occupa principamente di project planning e opportunità di investimento. Laureato in Scienze Politiche e specializzato in Governo dell’Unione Europea e Politica Internazionale è da sempre affascinato dal mondo dell’editoria e dell’informazione digitale. Scrive per conto di diverse realtà in ambito sociale e imprenditoriale. 
Un recente studio, condotto da Samer Hattar, della Johns Hopkins University, mette in guardia il lavoratori notturni da possibili problematiche psicologiche  alle quali potrebbero incorrere.
Un rischio rilevato già da altri studi in passato, anche se questa volta viene sottolineato un ulteriore parametro mai preso in considerazione: la luce artificiale. Dopo aver lavorato in laboratorio per molti mesi con il suo team di ricerca, Hattar sembra confermare che il lavoro notturno aumenta le probabilità di stress e di depressione, oltre a problemi di apprendimento e diminuzione delle potenzialità lavorative. Le cause? Non solo la stanchezza per l’orario ma anche e soprattutto la continua esposizione a luce artificiale.

Secondo lo studioso, la luce artificiale di lampade, Personal Computer, iPad, rende alcune cellule oculari più vulnerabili e l’esposizione continua a luce artificiale sul posto di lavoro notturno aumenta i livelli di un ormone dello stress, che è associato con la depressione e riduce le funzioni mentali. In particolare, la luce incandescente di notte attiva un gruppo di cellule, che interessano l'umore, la memoria e l'apprendimento.

Una ipotesi che non dovrebbe apparire troppo peregrina visto che, fino all'invenzione della lampadina, alla fine del XIX secolo, la gente di notte non era esposta alla luce. L’'invenzione dell'illuminazione ha così cambiato la vita delle persone ad un prezzo che però appare pesante.

Pertanto, secondo lo studio, è importante gestire in maniera attenta questo disturbo, utilizzando luci artificiali meno intense, in grado di stimolare le cellule oculari (ipRGC) il meno possibile. “Non sto dicendo che ci si dovrebbe sedere in completa oscurità di notte – ha affermato Hattar - ma chiaramente consiglio di abbassare la luce il più possibile”, precisando che l’obiettivo dovrebbe essere quello di utilizzare la quantità di luce necessaria e solo quando ce n'è bisogno. 

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