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PMI Dome

Responsabilità Sociale d'Impresa: il rapporto tra etica e logica di mercato

Un fenomeno sempre più in crescita all'interno del tessuto imprenditoriale. Ne parliamo con il prof. Michele Fontana
di Redazione PMI-Dome
La  Responsabilità Sociale d'impresa (Corporate Social Responsibility, CSR) è un fenomeno emergente e in fortissima crescita che sta coinvolgendo sempre più imprese, in particolar modo quelle di piccole e medie dimensioni, allo scopo di integrare preoccupazioni di natura etica all'interno della visione strategica d'impresa. Le aziende, dunque, incoraggiano, supportano o organizzano la partecipazione attiva e concreta del proprio personale alla vita della comunità locale o a sostegno di organizzazioni non profit, durante l’orario di lavoro.La Redazione di PMI-Dome ha deciso di discuterne con il prof. Michele Fontana, sacerdote e docente universitario presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Reggio Calabria che proprio nei giorni scorsi ha tenuto la relazione "La crisi dell'economia: l'orizzonte della verità e dell'equità", all'interno della terzo incontro del progetto Universus dedicato al tema dell'economia. 

Carissimo prof. Fontana, oggi vogliamo discutere con Lei del tema che sta rapidamente prendendo le fila all'interno del tessuto imprenditoriale, ossia la Resposabilità Sociale d'impresa. Nei giorni scorsi è stato impegnato in convegni e trasmissioni televisive allo scopo di diffondere ed approfondire questo delicatissimo tema tra i giovani imprenditori, e non solo, del suo territorio. In effetti di CSR se ne sente parlare sempre più spesso in questi ultimi anni, ma il concetto di fondo esiste da diverso tempo, giusto?
Si è vero. In Italia già nel 1968 l'economista Pallavicini affermava che l'attività imprenditoriale, pur mirando al profitto, avrebbe dovuto tenere conto di istanze interne ed esterne all'impresa, anche di natura socio-economica. Ma la riscoperta attenzione a l'inscindibile legame tra agire economico ed etica del bene comune in questi ultimi decenni ha certamente acquisito sempre maggiore consistenza, anche per il contributo d’importanti economisti come Stefano Zamagni , Luigino Bruni , e altri pensatori di matrice cattolica, ma soprattutto grazie al pensiero e all’opera di eminenti figure di taratura internazionale, ed estrazione anche non cristiana, come Amartya Sen  e Muhammad Yunus. E così in questi ultimi anni si sente, finalmente, parlare di etica anche in campo economico, finanziario e aziendale: si moltiplicano centri di studio e percorsi formativi di business ethics; sono sempre più comuni sistemi di certificazioni etiche intorno all’idea di responsabilità sociale dell'impresa; le banche propongono conti e fondi di investimento etici; si afferma la sostenibilità di una finanza etica, soprattutto mediante il microcredito e la microfinanza. 

Quale è secondo Lei, o meglio quale deve essere, lo stresso rapporto tra l'etica e la logica di mercato?
Il reperimento delle risorse, i finanziamenti, la produzione, il consumo e tutte le altre fasi del ciclo economico hanno, inevitabilmente, implicazioni morali. L’equità, pertanto, richiama una giustizia attenta a tutte le fasi dell'attività economica, perché queste hanno sempre a che fare con l'uomo e con le sue esigenze. In tale prospettiva, sono chiamati in causa innanzitutto i principi della giustizia commutativa, che regola i rapporti del dare e del ricevere tra soggetti paritetici, per cui il valore di ciò che si dà deve equivalere al valore di ciò che si riceve. Accanto a questi presupposti sono chiamati in causa anche i principi della giustizia distributiva, che regola gli interventi dell’autorità per redistribuire una parte del reddito prodotto al fine di permettere a tutti coloro che occupano posizioni più svantaggiate di reintegrarsi. Per un’autentica equità sociale, tuttavia, non bastano queste due sole forme di giustizia: è necessario anche il richiamo alla giustizia contributiva, secondo la quale ognuno è chiamato a contribuire al bene comune. Questo principio è fortemente reclamato dal valore della solidarietà, secondo cui ci si sente tutti responsabili di tutti.

Durante la Sua relazione, in occasione dell'evento Universus, l'abbiamo sentita parlare di "grautità delle imprese", una parola che quasi sembra stridere con il concetto di profitto tipico degli obiettivi imprenditoriali.
Parlare di gratuità applicata all’economia sembrerebbe un ossimoro di fronte al quale ogni assennato economista si straccerebbe, biblicamente, le vesti. Ciò potrebbe essere vero qualora si intendesse il termine gratuità come equivalente di scontato, con prezzo vicino o uguale allo zero. Al contrario, nella cultura cristiana il termine deriva etimologicamente da “grazia” e richiama, pertanto, un dono divino, un dono dal valore infinito. Per i primi cristiani gratuità e grazia erano strettamente legate, e quest’unione trovava fondamento nel termine greco Karis, carità. Gratuità, allora, non comporta togliere valore a ciò che si fa o si produce, ma aggiungere valore. Richiamare lo spread della gratuità nell’economia significa, infatti, aprire spazi all’amore, recuperando principi diversi dal puro profitto, senza per questo rinunciare a produrre valore economico. La recente crisi ha dimostrato come le imprese comincino a comprendere che è necessario sviluppare un approccio culturale diverso anche rispetto al mercato, e che l’azienda non è soltanto profitto. Così, si sta sempre più diffondendo il convincimento che la gestione dell'impresa non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari, ma deve farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla sua vita: lavoratori, clienti, fornitori dei vari fattori di produzione e comunità di riferimento.

Intende, quindi, dire che la CRS è una esigenza per le imprese?
Si, proprio così. La Responsabilità Sociale d'Impresa nella realtà italiana sta diventando un’esigenza sempre più avvertita. Il rapporto nazionale del 2012 di Errepi Comunicazione per l’Osservatorio Socialis , rivela come le modalità che le aziende scelgono per operare nel tessuto della CSR sono per lo più di matrice “passiva”, mentre la proviene sia da motivazioni di ordine culturale ed etico (per il 37%) sia dall’obiettivo di qualificare l’immagine della company (36%). Gli aspetti che frenano la diffusione della CSR sono, invece, la mancanza di ritorni immediati (37%), la cultura manageriale (25%) e la mancanza di incentivi di mercato (25%). In ogni caso, circa l’11% delle aziende italiane promuove attivamente il volontariato d’impresa, mentre il 24% è disponibile a consentire raccolte di fondi interne in favore di organizzazioni non profit . Si tratta di una tendenza che coinvolge sempre più le piccole e medie imprese, e non solo le multinazionali.

Il mondo non-profit, dunque, entra in punta di piedi in quello che tipicamente è il mondo profit delle imprese?
In questi ultimi decenni, in tal senso, sta emergendo un'ampia area intermedia tra  imprese finalizzate al profitto e organizzazioni non finalizzate al profitto (profit - non profit), costituita da imprese tradizionali che sottoscrivono patti di aiuto ai Paesi arretrati; da fondazioni che sono espressione di singole imprese; da gruppi di imprese aventi scopi di utilità sociale; dal variegato mondo dei soggetti della cosiddetta economia civile e di comunione. È dal loro reciproco confronto sul mercato che ci si può attendere una sorta di ibridazione dei comportamenti d'impresa e dunque un'attenzione sensibile alla civilizzazione dell'economia. Non si tratta solo di un «terzo settore», ma di una nuova ampia realtà composita, che coinvolge il privato e il pubblico e che non esclude il profitto, ma lo considera strumento per realizzare finalità umane e sociali. In questa realtà economica si diffondono contestualmente forme nuove di microcredito e microfinanza, di cui uno dei maggiori propugnatori è Muhammad Yunus, fondatore della Gramenn Bank.

In conclusione, secondo Lei la CSR dovrebbe essere il futuro di tutte le imprese?
Un’economia attenta al bene comune, che ricerca il progresso integrale di ogni uomo e di tutti gli uomini, al “dare per avere”, propria della logica dello scambio, e al “dare per dovere”, propria della logica dei comportamenti pubblici, imposti per legge, accompagna il “dare per amore”, propria della logica del dono. Ciò richiede una progressiva apertura a forme di attività economica caratterizzate da quote di gratuità e comunione che potranno certamente aiutare le imprese nella loro crescita.

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