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Esito elezioni, un campanello d'allarme europeo

La stampa estera grida all'ingovernabilità del Belpaese e i mercati reagiscono di conseguenza. La vera realtà è però un'altra: gli italiani preferiscono ridere con un comico che piangere con la vecchia classe politica e lo stato d'animo nazionale rappresenta l'insofferenza europea
di Giovanni Barbieri
Le elezioni politiche che hanno interessato il nostro Paese hanno tenuto con il fiato sospeso tutte le forze in campo e tutti i settori più o meno connessi con la gestione politica di uno Stato. E' innegabile che il peggio si stia vivendo proprio ora, nel dopo-elezioni.

Una situazione difficile, con un Senato spaccato e un' Italia completamente al palo. L'amaro in bocca ad alcuni noti politici che hanno capeggiato le scene negli ultimi decenni (Bersani, Berlusconi, Fini, Casini, Monti) fa da contraltare alla gioia dei seguaci di Grillo. I grillini vedono nei risultati ottenuti la fine di un'epoca e l'inizio di una nuova era di politica popolare, dove i cittadini onesti, come amano definirsi, potranno guardare in faccia la vecchia classe parassita e rispondere a tono alle scelte sbagliate o che perseguono interessi personali.

Così si passa dalle risate di un comico alla tristezza di una situazione che delinea un forte malcontento, un'insopportabilità a cui il popolo italiano ha dato voce proprio con il voto, l'unico strumento che ancora sembra essere in grado di garantire la democraticità di un paese.

Il Paese dello sbando si identifica in un politico dell'ultima ora, forse più dedito allo sberleffo e alla rivendicazione che ad una vera e propria rivoluzione, in un Berlusconi alle cui promesse non crede più neanche il suo elettorato, ma che forse viene votato per il suo ottimismo, sicuramente più attraente del rigore eurocentrico dei centristi e in un Bersani, che ha compiuto troppi errori fin dalle primarie (regole ultrarestrittive per limitare il Rottamatore, poco coraggio sullo scandalo Monte dei Paschi di Siena, i continui attacchi a Berlusconi, ecc.).

Il podio resta così vuoto e sul campo rimangono solo sconfitti. E la prima vittima di tutto ciò è il Paese. La stampa internazionale grida alla debolezza dell'Italia, i mercati economici mostrano un forte malcontento nei confronti di una simile instabilità e le agenzie di rating, come Moody's, dichiarano una situazione di rischio sul rating del debito nostrano.

Di fronte a tutto ciò, però, bisogna necessariamente porsi una domanda: questa situazione è tutta italiana? E' madre e figlia dei nostri confini? La risposta non può essere certo affermativa e l'Italia elettorale ne è dimostrazione, mettendo l'Europa di fronte alle verità scomode a cui è sempre sfuggita e denudando i problemi volutamente celati della moneta unica.

Così bisogna dare uno sguardo oltre le Alpi, per capire che quanto accade in Italia è il vero specchio di una situazione europea insostenibile, mantenuta a tutta forza da un programma di rigore su modello tedesco e basata su riforme forzate che non garantiscono gli ammortizzatori della crescita e della solidarietà intra-europea. Una tecnocrazia, insomma, che lascia poco spazio alla dinamica democratica, a cui, a un certo punto, i popoli si ribellano.

Con queste affermazioni non si vuole scaricare la colpa di una situazione interna su un'entità lontana, cosa che per altro sembrerebbe molto comoda. L'Italia ha i suoi sbagli: tutte le forze politiche hanno spinto per l'Europa, ma nessuna poi ha realmente portato avanti un'opera di modernizzazione, di auto-riforme e liberalizzazioni, tali da rendere il paese competitivo come gli altri membri.

La terza economia del club Europa ha tirato a campare, insomma, approfittando di una sua posizione storica, e forse anche "antiquata", che ormai cede il passo alla debolezza.

E i risultati si vedono, purtroppo, come si sono visti in altri Stati, come la Grecia, il Portogallo, la Spagna e, in parte, anche in Francia.

Così, gli italiani lanciano un campanello d'allarme, in cui risuona chiaramente un monito che addita la strategia del cancelliere come non funzionante o carente. Così il dilemma "Europa o non Europa" si diffonde strisciando, dopo un quadriennio di crisi, e non è solo italiano, ma si insinua in tutti i Paesi della moneta unica, sgretolando il consenso popolare all'Europa unita.

Ignorare questo allarme sarebbe da incauti e, proprio ora, è quanto mai venuto il momento di accelerare sull'integrazione e decidere se si vuole accettare a tutti i livelli un destino condiviso secondo il modello germanico o se è meglio ritirarsi nei propri fronti.

E intanto è opportuno mettere una pezza, l'ennesima, alla situazione politica interna. La soluzione potrebbe arrivare da un governissimo d'unità di intenti, che superi le discordie e gli interessi di ciascun gruppo per il solo bene della popolazione e del Paese. 

Bersani, da parte sua, si dice disponibile a un dialogo con i grillini, chiedendo a questo gruppo, ormai presente come forza politica, di prendersi la responsabilità della loro ascesa. Esclude però il PDL, con cui teme non possa esserci dialogo, in quanto è difficile pensare a una collaborazione con un gruppo che ha creato tanti piccoli guasti, consegnando poi il tessuto italiano malandato in mano ad un governo tecnico.

Il leader PD, poi, non parla di alleanze, ma condivide con l'ex-comico l'idea di un modello Sicilia, a cui mirava anche Monti, da applicare a livello nazionale. Nell'affascinante regione meridionale, infatti, i 15 deputati grillini non sono entrati nel governo di Rosario Crocetta, ma ne appoggiano leggi e riforme di volta in volta, con risultati visibili: una serie di riforme e di opere che la Regione riesce a portare avanti, scontrandosi con lobby e interessi di parte. Questo laboratorio locale potrebbe diventare la giusta soluzione anche a livello nazionale, per risollevare le sorti di una penisola ormai sfinita.

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