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PMI Dome

L'App che crea le App: storia di una StartUp di successo

La Start-Up italiana Atooma ha riscosso grande successo al MWC di Barcellona ideando un'App in grado di migliorare notevolmente l'esperienza d'uso degli smartphone Android
di Nicodemo Angì
Quattro giovani (non hanno ancora 30 anni) creano un'applicazione tanto semplice da usare, quanto utile, e si aggiudicano un prestigioso riconoscimento durante l'edizione 2013 del Mobile World Congress di Barcellona: sembra una favola, è una bellissima realtà.

Tutto inizia da una tesi di laurea, quella che Francesca Romano, oggi amministratore delegato AD della società omonima ha discusso per la sua laurea in informatica. In seguito ha conosciuto Gioia Pistola, laureata in comunicazione cross-mediale, poi divenuta cofondatrice e CMO di Atooma, e al piccolo team si sono uniti Andrea Meriggioli e Fabrizio Cialdrea, che sono figure più tecniche.

Iniziato in maniera soft il cammino di Atooma  (acronimo di A Touch of Magic) è diventato una cavalcata trionfale, culminata nel conseguimento del prestigioso Mobile Premiere Award, consegnato nello sfavillante palcoscenico di quella che è una delle più importanti fiere mondiali delle comunicazioni mobili. La motivazione del premio è concisa ed è riassumibile nella frase: "Atooma è un'applicazione Android che permette di personalizzare le funzioni del proprio cellulare".

Detto così non sembra granché ma in realtà di sostanza ce n'è molta e per convincersene basta domandarsi: qual'è il dispositivo mobile del quale le persone non possono, in pratica, fare a meno? Coro di risposte: il cellulare! Sicuramente il computer portatile e, oggi, il tablet sono importantissimi ma il “telefonino” è non soltanto utilissimo per tutti,  ma è anche una sorta di “coperta di  Linus” per molti.
Atooma nasce proprio per “modellare” il comportamento del cellulare in modo da seguire al meglio la vita del suo possessore.
L'operazione viene portata a termine tramite la creazione di “regole” basate sul semplice meccanismo dell'IF e del DO, ossia “se” succede una certa cosa allora “fai” questo. In pratica si creano delle azioni in qualche maniera simili alle Macro di Word o di Excel, con la differenza che esse sono implementabili tramite un semplicissimo meccanismo di trascinamento di icone.

Atooma permette, ad esempio, di istruire lo smartphone perché accenda il Wi-Fi non appena si varchi la porta di casa, silenzi le suonerie in ufficio o attivi il Bluetooth e la lettura text-to-speech quando si entra nell'automobile, in modo che gli SMS, per la massima sicurezza, siano ascoltati invece che letti. Atooma interagisce con tutte le funzionalità del telefono, (GPS, chiamate, messaggi, Wi-Fi e così via) e permette di creare queste “azioni” predefinite senza conoscere il benché minimo codice di programmazione.

Dato che siamo nel terzo millennio non poteva poi mancare l'approccio social e in effetti quelli di Atooma hanno pensato bene di creare una community che permetta di scambiare le mini-app create con l'applicazione. Una volta trovata quella giusta sarà poi molto facile scaricarla e adattarla alle nostre esigenze. Non mancano poi le aperture verso i mondi di Facebook, Dropbox ed i capillari servizi di Google, così come i progetti per permettere l'interazione con TV e gli altri apparecchi di casa.

Il quadro appare positivo, quindi, e quelli di Atooma hanno piani di sviluppo ben precisi. Il nodo più difficoltoso da sciogliere, però, riguarda l'ambiente-Italia. Nonostante il progetto abbia vinto molti premi per l'innovazione e abbia usufruito degli aiuti di un incubatore d'impresa, il fund-raising appare così difficoltoso da non poter escludere una migrazione all'estero, dove è più facile trovare aiuti per le start-up valide ed i tempi per avere una risposta – positiva o negativa che sia – sono molto più brevi che in Italia.

La storia di Atooma permette di trarre almeno due considerazioni, con la prima che è centrata sul sistema-Paese.
L'Italia deve svecchiarsi, liberarsi di bizantinismi e pastoie che non sono soltanto burocratiche ma anche mentali e sociali. Il nostro Paese, insomma, deve riacquistare una visione del futuro che sembra aver perduto, risucchiato com'è nei giochi di un Potere (frammentato in tanti poteri più piccoli) che sembra girare solo per sé stesso e dentro sé stesso.
L'altra considerazione, decisamente più positiva, è che anche un paese certamente poco dotato di materie prime “fisiche” può far valere – fino a vincere una competizione con migliaia di concorrenti – le sue risorse intellettuali per sfruttare le possibilità che la moderna economia digitale sa offrire a chi è abbastanza acuto per coglierle.

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