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Ma quanto vale Twitter?
11 miliardi di dollari... forse!

TWTR. Con questa sigla, nei prossimi giorni, il social network dei cinguettii approderà al New York Stock Exchange: una quotazione che consente di determinare un primo valore del servizio di microblogging
di Francesco Forestiero
Dottore Commercialista, Revisore contabile e Consulente Marketing, ha coordinato per anni il noto mensile Office Magazine. Esperto di Web, informatica e nuove tecnologie, ha coadiuvato numerosi progetti legati ad Internet e alla carta stampata, scrivendo e pubblicando centinaia di articoli, editoriali e studi di settore. Dopo la laurea in Economia Aziendale, ha studiato Web Marketing, Diritto Tributario, Operazioni Straordinarie Aziendali e Giornalismo. Attualmente fa parte della redazione di Voyager Magazine, la rivista ufficiale della trasmissione di Rai Due.
Parte oggi il roadshow di Twitter, quell’ultima e necessaria fase del processo di quotazione di un titolo. Quel lasso di tempo, per intenderci, in cui l’azienda viene presentata ufficialmente agli investitori istituzionali, e quest’ultimi, hanno la possibilità di conoscere a fondo la società nella quale, forse, verseranno i loro risparmi. Un momento importantissimo, chiarificatore e, in molti casi, essenziale, soprattutto quando le valutazioni, nonostante si abbiamo dati certi, oscillano ugualmente nelle pieghe delle incertezze economiche. Come quando, ad esempio, i valori delle azioni dondolano in mezzo a una forbice di prezzi troppo ampia. O come quando il mercato di riferimento è quello dei titoli tecnologici, che è caratterizzato da scossoni e variazioni difficilmente prevedibili.

È il caso di Twitter, appunto, che sebbene non abbia scelto il Nasdaq per la sua quotazione, è ancora immerso nel limbo dell’indeterminatezza. Tuttavia, qualche dato è assodato e una prima stima del valore aziendale è fattibile, grazie anche ai nuovi documenti depositati presso la U.S. Securities and Exchange Commission (SEC), l’ente statunitense preposto alla vigilanza della borsa (l’analogo istituto della Consob, per capirci).

Ma cosa si conosce con precisione? Si sa, ad esempio, la cosiddetta forchetta dei prezzi, comunicata la settimana scorsa dall’azienda, e che vede le azioni prezzate tra i 17 e 20 dollari; si conosce il numero delle quote vendibili, che dovrebbe essere tra i 70 e gli 80,5 milioni; si sa che la società ha (quindi, ndr) intenzione di raccogliere tra 1,4 e 1,6 miliardi di dollari; si sa che le azioni in vendita rappresentano circa il 13% del capitale sociale; e si conosce (dunque, ndr) una stima del valore aziendale: tra gli 11 e 12 miliardi di dollari.

Numeri importanti, stratosferici, ma non straordinari, fanno notare alcuni investitori. Anzi, quasi sottotono e in linea con il conto economico della società, che vede 422 milioni di dollari di ricavi nei primi nove mesi, a cui fanno fronte 133 milioni di perdite. Un bilancio più vicino a una start-up che a una società quotata a Wall Street: paragone che si accentua ancor di più se si considera il precedente flop dei titoli Facebook, che dovettero aspettare mesi per rivedere la quotazione tornare ai 38 dollari dell’IPO di maggio 2012.

Altri investitori, ciò nonostante, sono fiduciosi e aspettano trepidanti il giorno clou, convinti che Dick Costolo, CEO di Twitter, abbia intrapreso una via diversa da quella Facebook per tenere volutamente un “basso profilo”. Abbia deciso, in altri termini, di presentare i documenti alla SEC, conferendo indirettamente un valore aziendale “sottotono” ed evitando, così, di far salire troppo la stima; puntando, in un momento successivo, a prezzare l’azienda direttamente sul mercato.

Avrà fatto bene?

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