Le riflessioni, le opinioni, il pensiero di Giancarlo Livraghi, da sempre attento ed acuto osservatore della rete, dei suoi percorsi, delle sue contraddizioni e delle molteplici chiavi di lettura che offre. Con un'attenzione ed una predilezione, sempre coerentemente sostenuta, per il suo aspetto umano.
Autore di diversi testi sul mondo dell'online (tra i quali "L'umanità dell'Internet" e "La coltivazione dell'Internet"), e fondatore di ALCEI, offre attraverso Gandalf.it, ciò che vuole essere "un contributo alla conoscenza e alla comprensione della rete e dei nuovi sistemi di comunicazione"
E.P.
Sono molti anni che lei si occupa di cultura della rete valutandone i molti aspetti legati all'uso delle nuove tecnologie nella loro complessità: comunicazione, aspetti sociali, economici, quotidiani, "politici"...
Il filo conduttore delle sue riflessioni sembra essere la valorizzazione della componente umana e sociale insita nello sviluppo della rete, crede che si possa dire, oggi, che tale concezione sia stata assimilata anche da chi fa della rete il proprio business?
Naturalmente non si può generalizzare. Ma mi sembra che quella comprensione sia poco diffusa. E il problema non riguarda solo la rete. Per motivi che sarebbe troppo lungo riassumere qui, da parecchi anni è diventata epidemica (o endemica?) una concezione di business che tiene poco conto dei valori umani e sociali. Accompagnata da un concetto di "marketing" opportunistico, superficiale e invasivo – che è il contrario del "vero" marketing.
Ritrovare i valori – di impresa, di prodotto, di servizio, di relazione, di responsabilità – è uno dei problemi fondamentali nella necessaria ridefinizione del ruolo delle imprese. Online o non.
E come potrebbe un imprenditore sviluppare ed utilizzare un simile concetto nella realizzazione del proprio progetto online?
Dovrebbe pensare, prima di tutto, al suo ruolo verso tutti i suoi interlocutori (non solo per le vendite) e poi identificare se e come si collocano, in quella struttura delle relazioni, i sistemi di networking. Che non sono sempre o solo internet – e che non sono necessariamente web.
Questi concetti sono spiegati più ampiamente in un libro, La coltivazione dell'internet. È uscito nel 2000, ma mi sembra, più che mai, di attualità. Non ho mai creduto nella "bolla speculativa" (allora imperversante) e ancora meno credo oggi alle bizzarre e perverse conseguenze che ne derivano.
Una recente ricerca realizzata da Mate sostiene che le Pmi italiane siano entrate nella "seconda fase" dell'e-business, superando una presenza puramente istituzionale sulla rete. In base alla sua esperienza sente di poter avvallare tale affermazione e cosa secondo lei ha portato a tale maturazione?
La imprese (grandi, medie e piccole) stanno cominciando a capire che non ha senso stare in rete "solo per esserci" – e che alle attività online devono essere assegnati ruoli e obiettivi precisi. Ma siamo ancora lontani da quella "maturità" che può nascere solo dall'esperienza.
Per le Pmi l'internet rappresenta, tra gli altri vantaggi, la possibilità di espandere i propri orizzonti. Crede sia un'opportunità che le imprese nostrane sono pronte a cogliere, ed i maggiori ostacoli sono –secondo lei – mancanza di risorse sufficienti, o di cultura aziendale adeguata?
Sono convinto che quella possibilità ci sia. E sono convinto che se le "piccole e medie imprese" italiane ritrovassero quello spirito che portò al cosiddetto "miracolo economico" cinquant'anni fa potrebbero fare, ancora oggi, cose straordinarie (come alcune, nonostante tutto, stanno facendo).
In quelle situazioni la rete può essere molto utile ("se non ci fosse l'internet bisognerebbe inventarla"). Ma è illusorio, e concettualmente sbagliato, pensare che si possano ottenere risultati partendo dalle soluzioni tecniche. Le tecnologie sono strumenti. Utili solo se sono la conseguenza, non la premessa, di strategie, processi, metodi, idee.
È non solo inutile, ma dannoso, comprare un'automobile se non sappiamo chi la guiderà, dove vogliamo andare e perché. Ed è inutile comprare una Ferrari se per il percorso che dobbiamo fare è più adatta una bicicletta – con il rischio non solo di sprecare denaro e di andare nel posto sbagliato, ma anche di qualche incidente grave se alla guida c'è qualcuno che non sa controllare il mezzo.
Questo non è solo un problema delle "piccole e medie imprese", ma anche delle "grandi". Vedi per esempio un articolo che ho pubblicato nell'agosto 2002 Il paradosso della tecnologia.
Spesso abbiamo letto suoi interventi sulla – sottovalutata – necessità di avviare un progetto online con la giusta "lentezza"; in cosa invece le aziende dovrebbero spingere sull'acceleratore?
Nel cogliere le occasioni favorevoli quando si presentano (online o non).
Ma comunque "spingere sull'acceleratore" è sbagliato e pericoloso se non si sa quale strada si stia percorrendo e dove si stia andando.
Non è detto che le soluzioni frettolose siano le più veloci e tempestive. Spesso accade il contrario. La fretta non è velocità, come ho spiegato nel capitolo 27 di L'umanità dell'internet.
Tornando all'internet come mondo delle relazioni, si nota spesso una forma di fraintendimento tra gli imprenditori che ritengono che essere online permetta loro di gestire relazioni con chiunque dovunque, sempre e comunque a costi zero e senza troppo sforzo. Cosa consiglierebbe a questi imprenditori?
Che devono smettere di credere alla favole. Se sono andati in rete con quelle illusioni, si sono dati un obiettivo impossibile (e ingestibile). Devono ripensare dalle radici i motivi per cui vale la pena di essere online.
Nulla è "a costo zero". Tutto richiede impegno, dedizione, attenzione. E comunque – come ho detto e scritto mille volte – l'investimento più importante è in risorse umane e in costruzione di esperienza.